Lontano dagli occhi

#DASPOURBANO #CITTÀ #STORIAEMEMORIA
Di Fausto Gentili

(In foto: Stefano di Giovanni Sassetta (1391-1450) Sant’Antonio distribuisce i suoi beni ai poveri, Washington Museum of Art)


Dunque sarebbe andata così: cinque persone senza fissa dimora, tutte miracolosamente di origine italiana, si organizzano per dormire nell’angolo coperto tra via Umberto I e via Istituto Denti. Qualche passante li nota e fa una segnalazione ai vigili urbani. Lo scopo della segnalazione non lo sappiamo né possiamo saperlo: magari voleva esattamente quello che poi è accaduto, oppure sperava che il Comune trovasse il modo per fornirgli un pasto caldo e alloggiarli temporaneamente per la notte. Fattostà che il risultato è l’allontanamento forzoso dei cinque: che vadano a dormire sotto le stesse stelle, ma qualche chilometro più in là. Sempre che non ci siano anche lì, fuori dal sacro confine di Foligno e dentro quello – evidentemente meno sacro- di Spello, di Bastia, di Perugia, cittadini ansiosi e Sindaci zelanti desiderosi di mostrare quanto sia efficace e liberatorio il decreto sicurezza scritto dal passato governo e non ancora cancellato. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore: posto che un cuore ancora ci sia, da qualche parte, lì a pochi centimetri dal portafoglio.

E allora tornano in mente esperienze didattiche di venti o trent’anni fa, quando si apprese, insieme ad una classe di liceo, che nel giro di una cinquantina d’anni, tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, cambiò radicalmente l’immagine della povertà: se prima, anche per l’influenza degli Ordini mendicanti, il povero era innanzitutto il “povero di Cristo”, la presenza sociale sotto la quale poteva celarsi la persona stessa del Salvatore, e dunque assisterlo era il primo dovere di ciascuno, pena la perdita del paradiso, a partire da quegli anni la percezione del povero mutò, passo dopo passo, fino ad identificarlo con la figura minacciosa del vagabondo senza fissa dimora, che pretende di vivere senza lavorare, molesta i cittadini, attenta al decoro urbano con l’esibizione impudica della sua povertà e minaccia, con la sua sola presenza, di insidiarne i beni se appena gli se ne offre l’opportunità. Ancora qualche decennio e spunteranno, nelle città di mezza Europa, ordinanze contro gli ex “poveri di Cristo”, ora accusati di povertà volontaria e nominati con parole che sono già uno stigma: vagabondi, accattoni, pitocchi, cerretani, ecc. Il re d’Inghilterra giunse persino a punire, come un leghista qualsiasi, chi avesse fatto l’elemosina a un mendicante.

Che cosa era successo? Gli storici (M. Mollat, B. Geremek, G. Miccoli, V. Martelli, et al.) sono unanimi nel descrivere uno scivolamento progressivo ma neanche troppo lento, che possiamo sintetizzare in tre tappe. Innanzitutto, lo sdoganamento della ricchezza. Per secoli si era creduto che davvero fosse più facile per un cammello attraversare la cruna di un ago che per un ricco varcare le porte del paradiso, e dunque la carità fungeva da risarcimento di una vita vissuta “dalla parte sbagliata”, ed il povero era l’interfaccia indispensabile del ricco (se non ci fossero i poveri non avrei nessuno da beneficiare, non potrei riscattare la mia condizione abusiva e resterei chiuso fuori per sempre dal regno dei cieli). Ma con l’impressionante sviluppo economico del Duecento la ricchezza, o quanto meno un relativo benessere, aveva investito strati più larghi di popolazione urbana: il ricco non era più l’eccezione da colpevolizzare, il diverso su cui scaricare, nell’immaginario collettivo, ansia di salvezza e invidia sociale, ma una figura sociale in espansione e in qualche modo esemplare: ci si arricchiva in tanti modi, anche legittimi, e la ricchezza non aveva più bisogno di essere nascosta o insidiata dal senso di colpa.

(Istantanee urbane di F.A. /2 – Anteprima dell’edizione di Ottobre/Novembre 2019)

Il secondo passaggio è la crisi che investe l’Europa intorno alla metà del Trecento: la crisi acuisce la miseria, polarizza la società, esalta le disuguaglianze, amplia ed incattivisce la moltitudine dei poveri, li induce al conflitto sociale. L’ultimo trentennio del Trecento è l’epoca delle rivolte sociali (celebre, in Italia, quella fiorentina dei Ciompi, gli operai della lana) che mettono in discussione, per qualche tempo, la gerarchia sociale che faticosamente si era venuta costituendo. I poveri, insomma, diventano una minaccia.

Il terzo fatto nuovo arriverà nella prima metà del Quattrocento, subito dopo il ristabilimento dell’ordine sociale, ed è l’affermazione di una visione del mondo (l’umanesimo) fondata per un verso sull’esaltazione delle potenzialità della natura umana, e per l’altro sulla convinzione della “naturale” disuguaglianza tra gli uomini, che legittima e sancisce le basi aristocratiche dell’ordinamento sociale (l’humanitas è universale solo in potenza, nella realtà non è per tutti). Da questo momento in poi sarà la povertà, e non la ricchezza, ad essere una colpa, e toccherà non più al ricco, ma al povero giustificare la propria presenza nella società: sei almeno vittima di una guerra, di un infortunio, di una malattia, di una calamità naturale? puoi dimostrarlo? sei almeno disposto a cambiare? a lavorare senza compenso, in cambio di vitto e alloggio? E altrimenti, che cosa ti dà il diritto di ingombrare le strade cittadine, di molestare con l’accattonaggio il bravo cittadino intento alla sua vita ordinata, di inquinare il paesaggio urbano con la tua presenza sordida, di turbare i bambini con l’esibizione delle tue miserie? Nasceranno così gli Alberghi dei poveri (ti manteniamo con la pubblica carità a patto che tu non esca da questo edificio, se lo fai sarai espulso dalla città) e, più tardi, la Poor law e le Workhouses (avrai un pasto ed un tetto in parrocchia, a spese pubbliche, ma dovrai accettare il primo lavoro che ti verrà offerto, senza discutere sulla paga o sulle condizioni).

Molto, molto tempo più tardi, e dopo che sarà tramontato il sogno novecentesco di rovesciare l’ordine del mondo, qualche politicante a corto di idee costruirà su basi non molto diverse il proprio miserabile successo. Effimero come tutti noi.

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