Il dono del doppio sguardo

#CHIVAECHIVIENE #SOCIETA’
Di Ado Alili

(In foto: Ado Alili)


Sono nato in un paese ricco, felice, che mi ha dato tanto, se non tutto. Un paese che per me è casa, senza se e senza ma. Ma se dall’altra parte dell’Adriatico, in Jugoslavia, non fosse scoppiato il peggior conflitto europeo dai tempi della seconda guerra mondiale, probabilmente l’Italia sarebbe stata per me solo la nazione dell’arte e del buon cibo, da visitare da turista. I miei sono scappati da un paese che stava iniziando ad autodistruggersi, in cui sono morte 600.000 persone, in cui le parole “genocidio” e “stupro etnico” tornarono prepotentemente di attualità. Una nazione in cui tornò la povertà dopo anni di benessere e l’inflazione schizzò alle stelle. Mamma e papà, e così tanti amici, avevano paura di quello che stava succedendo intorno a loro, così investirono i loro soldi nel viaggio che li portò in Italia. Qui incontrarono un altro tipo di incertezza, perché tutte le nuove avventure iniziano con questo sentimento, ma era un’incertezza che finalmente poteva non essere associata a parole come morte, guerra, paura e sangue. Solo nel 1995 terminò quello schifo di guerra fratricida: ai miei genitori fu permesso di tornare a casa dopo anni ed io finalmente ebbi la possibilità di visitare per la prima volta la terra della mia famiglia. Ora quella vacanza è diventata una felice abitudine, non solo perché mi ha permesso di conoscere un posto meraviglioso, anche se opposto per “lussi e ricchezza” alla mia amata Italia, ma anche perché ha svegliato in me la volontà, ed in qualche modo la necessità, di scoprire sempre più cose di quella terra. Le vacanze in Macedonia subirono però una battuta d’arresto nel 2001, quando il paese  fu colpito da una terribile guerra civile. I media italiani non ne parlavano e le comunicazioni telefoniche erano inutilizzabili per il 90% del tempo del tutto. Allora comprammo una tv satellitare con la quale vedevamo il telegiornale tedesco, di cui non capivamo una parola, però almeno lì di questo conflitto si parlava e il solo vedere qualche immagine ci bastava. Iniziava alle 19:00 e io avevo il compito di rimanere davanti alla Tv fino a quando non partiva il servizio che ci interessava. A quel punto chiamavo mia madre, intenta a preparare la cena. Un giorno la chiamai come di consuetudine, e vidi che il suo sguardo era completamente diverso. Solo la sera, origliando una conversazione dei miei genitori, scoprii la ragione di quello sguardo di paura: avevano inquadrato la nostra abitazione, davanti alla quale era parcheggiato un carro armato . Quella fu l’ultima sera in cui ci collegammo con i tedeschi. Nel 2002 il conflitto terminò e noi potemmo finalmente tornare a trascorrere l’estate in Macedonia, magari con qualche ospite folignate.  

Penso spesso al viaggio dei miei genitori, alla mia vita da ragazzo di seconda generazione, ai parenti morti in guerra, ai meravigliosi ricordi delle estati macedoni. Tante cose mi sfuggono e so che continuerà ad essere così, ma tutto è utile, tutto serve ad aggiustare la bussola della propria vita, tutto serve a capirsi meglio. Di una cosa mi sono convinto in questi 28 anni: di essere stato fortunato, di aver ricevuto un dono che non tutti possono vantare. Mi piace chiamarlo il Doppio Sguardo. Un immigrato ha un mondo “del passato” a cui appartiene e un mondo “del presente” al quale sempre, più o meno, sarà estraneo; suo figlio invece sta in tutti e due e molte volte in nessuno. Credo che lo sguardo del figlio dell’immigrato sia molto ricco, perché è doppio: guarda dal mondo a cui appartengono i suoi genitori, quello delle radici, e dal mondo nuovo a cui lui già appartiene. Nei due mondi si sente al tempo stesso a casa e straniero, conosce molto bene qualcosa e al tempo stesso è in grado di vederla un po’ come da fuori.

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