Bello e impossibile: a trent’anni da “Città”

#CULTURA #STORIA #MEMORIA #CITTA’
Di Alessandro Sorrentino

(In foto: la prima pagina del primo numero del giornale “Città”)


 «Il giornale dei comunisti di Foligno», un giornale volto a «rafforzare e qualificare l’attività di governo», Città fu tutto questo. Tuttavia, sarebbe sbagliato limitarsi a considerare Città un foglio di partito locale, perché il quindicinale del Partito comunista folignate, nato dall’impegno di Pierluigi Fuso, Antonio Bordoni e Roberto Testa, con la collaborazione di Luisito Sdei, Sandra Santoni, Catia Tozzi, Tiziano Bertini e di tanti altri, fu qualcosa di più. Uscito stabilmente ogni quindici giorni dalla fine del maggio 1988 al dicembre 1989, per poi cessare le pubblicazioni a causa di problemi di sostentamento economico, Città è consultabile presso la Biblioteca Comunale di Foligno. Pierluigi Fuso ci racconta di una rivista nata per «parlare di politica cittadina» al fine di contrastare l’egemonia di un certo tipo di stampa. Ricorda le problematiche tecniche e pratiche legate alla conduzione di un giornale con pochi mezzi e alla fine degli anni ’80. Lavorare con i primi computer, acquistati dalla sezione comunista folignate proprio per pubblicare Città, non era per niente facile e Fuso rievoca le ore, «spesso le intere nottate», spese con Antonio Bordoni a ribattere al computer gli articoli, che arrivavano alla redazione in forma manoscritta, per impaginarli e dare una veste grafica al giornale. Che Città sia riuscito o meno nei suoi obiettivi poco importa in questa sede. Ciò che interessa è constatare che, ormai trent’anni fa, la sinistra si trovava ad affrontare quel processo di “perdita del territorio” che è una delle cause della crisi d’identità che oggi attraversa. Con questa rivista i comunisti folignati provarono a offrire uno sguardo d’insieme, ampio, della città, affrontando grandi temi in maniera alternativa rispetto al resto della stampa cittadina del tempo, che tanto somiglia a quella dei giorni nostri. Tornare a trent’anni fa, attraverso gli articoli di Città, non può che lasciare una certa amarezza, perché è inevitabile constatare come il processo che ci ha portato alla situazione attuale sia probabilmente partito proprio in quegli anni. Mi riferisco in primo luogo all’allontanamento dalla politica, alla perdita di fiducia che sono ravvisabili in articoli di forte critica all’amministrazione e alla gestione dei rapporti con le circoscrizioni, inascoltate e quasi sempre illuse nelle loro richieste. Mi riferisco al fatto che trent’anni fa la sinistra folignate dimostrasse una maggiore sensibilità rispetto ad oggi su due questioni centrali come quella ambientale e quella della parità di genere. La prima affrontata con assiduità e spessore dal giornale, la seconda trattata attraverso un’interessantissima rubrica intitolata Città = nome comune femminile e due pagine interamente dedicate alle «donne della nostra quotidianità», caratterizzate da una forza e una decisione oggi davvero invidiabili. Mi riferisco a una cultura che riusciva ancora ad occupare i luoghi pubblici, sapendo stare in mezzo alla gente. Infine, mi riferisco alla questione giovanile e al disagio delle nuove generazioni che trent’anni fa emergeva in maniera più evidente con il problema della droga, ma che oggi rimane più che mai questione aperta, a fronte di una generazione di folignati che si sente sfiduciata, inascoltata, annoiata e spesso costretta ad andarsene per realizzarsi. Non è un caso che il primo numero di questa rubrica sia dedicato all’esperienza ambiziosa e forse troppo breve di Città. Sedicigiugno dovrebbe porsi in continuità con essa nel mettere al centro del dibattito cittadino le proprie tematiche e per offrire una narrazione diversa dal resto della stampa locale. Allo stesso tempo Sedicigiugno deve rappresentare un superamento di quell’esperienza. Perché per raggiungere gli obiettivi sopra citati, trovandosi all’opposizione e in minoranza in città e vivendo nell’epoca dei social-media e della post-ideologia, non basterà constatare ciò che non va né dar voce agli ultimi e scovare i “mondi sommersi”, occorrerà molta più pazienza, costanza e, soprattutto, concretezza. 

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