Uscendo dal cinema: il sangue dell'altro

Di Roberto Lazzerini

(In foto: Trieste, l’entrata della mostra Disobbedisco. La rivoluzione di D’Annunzio a Fiume 1919-1920, foto di Radio Capodistria)


Lo scorso settembre, dopo la grande bouffe di cinema a Venezia (più di 40 film), sono andato a Trieste (13-18 settembre) con intenzioni diverse: il piccolo, minoritario festival I Milleocchi, diretto dal critico italo-sloveno Sergio Grmek Germani, presentava nelle studiate, concise retrospettive (Franco Piavoli, in presenza e con lezione magistrale, premiato con la rosselliniana targa “Anno Uno”, Vittorio Cottafavi, Pietro Germi, Peter Schreiner, Ellis Donda, Camillo Mastrocinque) anche quella dedicata a Nico D’Alessandria (1941-2003), volta ad amplificare il suo capolavoro “L’imperatore di Roma”. Ne parlerò la prossima volta perché Nico ha avuto a che fare anche con la nostra città. Voglio però qui rievocare una mia divagazione: appena fuori dal Teatro Miela, al molo 4, dove si svolgeva il festival, per l’arioso lungomare Riva Nazario Sauro, si giunge, in pochi minuti a piedi, alla ex Pescheria, ora luogo espositivo Salone degli incanti, un vasto ed alto spazio componibile, dove era allestita la discussa mostra “Disobbedisco. La rivoluzione di D’Annunzio a Fiume 1919-1920”, tanto discussa che a Rijeka (già Fiume) è stata allestita una contromostra, in cui si legge, per contrasto, il famoso anno dannunziano (settembre 1919 – dicembre 1920) dal punto di vista slavo. Qui un appunto soltanto, che non può entrare nei dettagli storici, ma vuole rilevare la flagrante contraddizione espositiva della curatela, che è poi il motivo difensivo e giustificativo del curatore Giordano Bruno Guerri, direttore della Fondazione Vittoriale degli Italiani, la casa di D’Annunzio, a Gardone Riviera. Nello spazio espositivo triestino si entra in un aeromobile, rivestito di lucido metallo, scandito in cinque interni eleganti, dove sono raccolti oggetti e documenti dell’impresa fiumana. Nel silenzio siderale, pochissimi visitatori, alla mia ora preprandiale: al terzo passaggio, da una stanza all’altra, seduti in ascolto devoto, due anziani annuiscono, davanti ad un monitor, al sermone del curatore, che definisce la carta del Carnaro, proclamata negli ultimi mesi della Reggenza (quindi di fatto mai entrata in vigore) la più avanzata d’Europa e che non ha nulla da invidiare per democraticità e bellezza alle costituzioni successive della nostra storia (si intende l’ultima, suppongo). Ebbene ciò che stupisce, rispetto al discorso celebrativo, nella visita, è la silente esposizione di divise ed abiti militari, armi, gagliardetti, labari, medaglie, monete commemorative, bandiere, slogan nazionalistici, lettere perentorie e proclami audaci, insomma tutta la panoplia di una cultura bellicosa, ne mostra il fondamento mediante l’esibizione di simboli, in cui è rappreso il sangue dell’altro. Altro che democrazia progressiva. Mi sovviene per connessione l’infanzia, devota al nazismo e al fascismo, sin nei giochi più minuti, dell’aristocratico perugino Ugo Baduel, (1934-1989) che egli racconta nel suo libro postumo “L’elmetto inglese” (trovato proprio a Trieste nella libreria antiquaria Daedalus), pubblicato dalla seconda moglie Laura Lilli nel 1992. L’autore, amico intimo e consigliere personale di Enrico Berlinguer, racconta della sua lunga lotta per liberarsi, dopo la seconda guerra mondiale, di quel retaggio familiare che spesso trasfondeva nella nuova militanza, se non dopo molteplici sforzi e lunga disciplina, che implica un lavoro su di sé di lunga lena e che difetta al curatore della mostra di Trieste. Aggiungo che si tratta di un problema abissale, su cui mi sporgo: della guerra come continuazione della politica con altri mezzi e della politica come (im)possibilità di contenere la violenza, da quando è cominciata l’Apocalisse, cioè dalla battaglia di Verdun (1916). E che tuttora perdura. Ma non posso dire di più, uscendo dal cinema.


Gli appuntamenti di Dicembre di ‘Martedì al Cinema’

Rassegna promossa dall’Associazione Casa dei Popoli e dalla Regione Umbria (L.R. 18/90)

3 Dicembre: Il vegetariano di Roberto San Pietro (Italia 2019, 109′)
10 Dicembre: The Rider di Chloé Zhao (USA 2017, 105′)
17 Dicembre: La caduta dellimpero americano di Denys Arcand (Canada 2018, 127′)

Gli spettacoli avranno luogo presso il Politeama Clarici, dalle ore 17.30 alle ore 20.30. Il prezzo del biglietto è di 4,50€ (biglietto ridotto al prezzo di 3€ per gli Under30)

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