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Quando la fabbrica smise di uccidere

Attraverso una conversazione con Angelo Maiuro e Paolo Paolucci, Fausto Gentili ricostruisce la storia che ha portato nel nostro paese al riconoscimento dei danni causati alla salute dall'esposizione all'amianto. Centrale, in quella lotta fu l'azione del collettivo di Medicina Democratica, presente anche a Foligno.

#LAVORO #SALUTE #STORIA&MEMORIA
Conversazione con i dottori Angelo Maiuro e Paolo Paolucci, a cura di Fausto Gentili

(In foto il medico Andrea Alesini)


Che l’esposizione all’amianto  favorisca l’insorgere di tumori è oggi un’ovvia verità. Non era così, ricordano i nostri interlocutori, nel 1977, quando il collettivo folignate di Medicina Democratica provò a far luce sulla frequenza anomala di decessi tra i lavoratori delle Officine G.R. Fare luce per porre rimedio. Chiamare per nome ciò che non si voleva fosse nominato e mettere mano ai cambiamenti necessari. La vicenda è stata ricostruita nel 2006 in un convegno organizzato per il centenario della CGIL, che aveva appunto Maiuro e Paolucci tra i relatori, e comincia con un volantino del giugno 1977 (“Nella fabbrica si muore“): M.D. elenca quindici operai della Officine (diverranno almeno 32 nell’estendersi dell’inchiesta) morti di tumore tra il 1966 e il 1977 e si pone “a disposizione del movimento sindacale e di tutti  i lavoratori” per “colpire il più presto possibile la causa di quelle morti”. La risposta sarà, sulle prime e per oltre due anni, la negazione del problema, la denigrazione (in particolare da parte del Saufi-Cisl) degli autori dell’inchiesta ed il rifiuto ad incontrarli. MD, a quel punto, continuerà ad insistere con gli appelli unitari, citando esperienze e documenti nazionali degli stessi Sindacati, ma nel frattempo procederà in proprio ad organizzare i familiari delle vittime. Il risultato sarà la produzione di un dettagliato dossier di 45 pagine che – reparto per reparto- mette a confronto i dati del Servizio Sanitario dell’azienda e quelli, contrastanti, del servizio pubblico (il MESOP della Provincia di Terni) e li integra con i dati epidemiologici del territorio: risulterà che in quella fabbrica si muore 2,4 volte più che nella media cittadina, con una punta di 3,4 a 1 negli anni 1974-77. Su questa base il Comitato dei familiari delle vittime raccoglierà 570 firme sotto un esposto inviato nel giugno 1979 alla Procura della Repubblica. Due fatti nuovi favoriranno infine, nel 1979, un esito positivo della vertenza: da un lato la pubblicazione, nell’edizione napoletana del Messaggero, di un documento riservato dell’azienda FF.SS. che ammette per la prima volta l’esistenza del problema, cui faranno seguito un interrogazione del deputato Mario Catalano (Pdup) e la nomina di una Commissione ministeriale ad hoc; dall’altro l’avvio della Riforma Sanitaria, che conferisce poteri ed obblighi all’ASL (allora Consorzio Sociosanitario). Partirà così un complesso intervento di bonifica, accompagnato da specifici corsi di formazione e dalla sperimentazione di un modello di controllo diretto dei gruppi omogenei operai sull’ambiente di  lavoro cui sovrintenderà, per conto dell’ASL, il dott. Guido Guarnieri, che aveva vissuto la vicenda fin dall’inizio dal versante di MD e che sarà anch’egli tra i relatori al convegno del 2006: una sorta di risarcimento, questo, della CGIL verso gli animatori di quella lotta.


Approfondimento: Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute

(Nell’immagine: il manifesto di presentazione del convegno organizzato per il centenario della CGIL, 2006)


Che cosa pensa MD? Si può rispondere parafrasando il Presidente francese G. Clemenceau a proposito di guerra e di militari: che la salute è cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei medici. Battute a parte, si tratta dell’idea che la salute dei cittadini passa solo in parte attraverso l’organizzazione sanitaria, e investe ambiti per un verso più larghi (l’ambiente di vita e di lavoro, l’aria che respiri, l’acqua che bevi, ecc.), per altro verso più circoscritti (la conoscenza del proprio corpo, le abitudini alimentari, gli stili di vita, la capacità di mettere in relazione lo sguardo verso l’esterno, la consapevolezza del rischio ambientale sul lavoro e nei diversi ambiti di vita) e lo sguardo riflessivo su di sé (leggere i sintomi, interpretare i disagi, applicare i rimedi con l’aiuto del medico di fiducia). Non si tratta dunque di fare a meno dei medici, come vorrebbe lo spensierato fai-da-te della salute oggi così di moda, ma di chiamarli a misurarsi con un orizzonte più ampio: non più solo la mia malattia, e nemmeno questa o quella porzione malata del mio corpo, ma il contesto di vita e di lavoro in cui questo corpo si ammala. E, subito dopo, una domanda sul che fare: che cosa cambiare, quali sostanze allontanare, quali macchinari sostituire, come ripensare spazi, tempi e organizzazione del lavoro. Una sfida per molti versi analoga a quella che don Milani aveva lanciato agli insegnanti, a quella che Franco Basaglia stava portando alla psichiatria clinica o, per altri versi, alla domanda sulla falsa neutralità del proprio ruolo sociale che porterà di lì a poco alla nascita di Magistratura Democratica. 

A Foligno MD (che aveva in Giulio Maccacaro un instancabile ispiratore ed ha tuttora in Lombardia il suo punto di più incisiva presenza) poteva contare, negli anni Settanta, su una ventina di aderenti: per lo più giovani medici  che occuperanno, negli anni successivi, posizioni di rilievo nell’organizzazione sanitaria, ma anche – sia Maiuro che Paolucci insistono su questo punto – infermieri, operai, cittadini comuni, ed era animata dall’infaticabile passione civile di Andrea Alesini, il medico, prematuramente scomparso, cui è ora intitolata la sala riunioni dell’ospedale S. Giovanni Battista.

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