Viale Firenze tutto ok?

#CITTÀ #CITTÀINVISIBILE #CENTROEPERIFERIE
Di Matteo Bartoli

(In foto: il supermercato Tigre di Via Carso)


La sera del 21 settembre, lanciata da una testata online, rimbalza la notizia sui gruppi social cittadini: un uomo, anzi, un immigrato, nel tentativo di rapinare il Tigre di via Carso, avrebbe accoltellato un 50enne
intervenuto per difendere la moglie cassiera.
Il racconto è forte: volto scoperto, quattro coltellate, orecchio mozzato, aggredito in fin di vita, aggressore in fuga, polizia in strada. Tutto vero.
Seguono molti altri articoli, spesso in contraddizione fra loro, e seguono, a macchia d’olio, i commenti dei cittadini giustamente indignati. Sono di due tenori: chi empatizza e chi chiede misure coercitive, o senza usare eufemismi, torture, barconi affondati, lavori forzati e quant’altro.

Il mattino dopo alcune testate scrivono che si tratterebbe di un rapinatore dell’est. La storia continua a rimbalzare e in molti si accorgono che può essere propedeutica ad una certa narrazione: anziano uomo italiano finisce in rianimazione per difendere la moglie, onesta lavoratrice, dalla brutalità del giovane straniero nullafacente. Già immaginavo il post di Salvini sul mio alimentari, e intanto i commenti stavano diventando unidirezionali. A poco servirà venire a sapere nel pomeriggio, tramite i giornali, del ritrovamento del colpevole in casa sua, non lontano: un giovane di nazionalità italiana. Forse per questo non ci sarà mai un commento dai social dell’ex ministro dell’interno.

Ma ormai il danno è fatto, la narrazione ha bucato, ha incontrato il sostrato psicologico, ciò che non corrisponde alla narrazione o è una strumentalizzazione oppure è l’eccezione che conferma la regola. Così, questa faccenda della nazionalità ora viene stigmatizzata, e il nucleo del discorso torna ad essere la sicurezza, la coercizione. L’iniziale questione etnica ha rotto gli argini, ha fatto perdere le inibizioni ed
ora se ne possono sentire veramente di tutte.

In queste settimane mi sono interrogato molto sull’indignazione e, devo dire, lo vedo come fenomeno, in ultima analisi, positivo, anticiclico: il naturale palesarsi delle contraddizioni insite nei rapporti sociali.
L’impressione è che l’indignazione cui abbiamo assistito, o almeno cui abbiamo assistito maggioritariamente, non sia stata lievito di una presa di coscienza, ma valvola di sfogo utile a disinnescare il lievito. La venticinquina di articoli di cronaca sul fatto (per citare solo quelli online) non sono stati il primo passo di una riflessione più articolata, ma la tomba di quest’ultima e l’inizio di un rituale autoassolutorio. Insomma, bisogna commentare tutto affinché tutto ci scorra addosso, bisogna farlo con cinismo, perché così fan tutti: gli altri di certo non si risparmierebbero nei miei confronti, quindi meglio colpire duro. La miglior difesa diventa l’attacco.

Allora mi chiedo, date le premesse, che ci si fa con l’indignazione se a quasi due mesi dal fatto che l’ha scatenata nessuno ha voluto alzare un po’ lo sguardo? Dando per naturali queste reazioni di rigetto, è mai possibile che questa vicenda non abbia fatto pensare nessuno? Come si può indirizzare in senso virtuoso l’indignazione se ci sono decine di articoli di cronaca e nessuno di analisi?

Eppure ci sarebbe di che riflettere. Non si tratta di una rapina di “ladri di professione”, si tratta un giovane che rapina, volto scoperto e coltello alla mano, un esercizio commerciale a pochi passi da casa sua.

Non riesco ad immaginare la volontà, lo stato di bisogno che ti può portare ad impugnare un coltello ed andare a minacciare la signora da cui fai la spesa. Non mi ci sono mai trovato, ma evidentemente si deve essere trattato di un bisogno forte ed urgente. Tanto urgente da far intervenire l’uomo preoccupato per la salute della moglie. Un bisogno tanto disumanizzante da farti infilare una lama nel corpo di un altro uomo.

Questa storia è tutta inquadrabile nel disagio e il commento a caldo serve a nasconderlo, a sterilizzarlo, a porlo immediatamente fuori dall’orizzonte dell’analizzabile. Le periferie sono esistenziali prima che fisiche.

Il quartiere non è poi la prima volta che mostra segni di questa sofferenza. Pochi anni fa, a cento metri dal Tigre, una donna fu violentemente uccisa dal compagno. Anche in quel caso, dopo il clamore, diradato il fumo, non è rimasto molto. Come non rimane molto delle cicliche crociate moralizzatrici sulla droga: spente le luci del sensazionalismo i problemi rimangono o forse aumentano. Così si ricomincia a vedere siringhe in giro -e non solo in campagna elettorale-. Le vie, vuote di vita ma ricolme di auto, diventano al
crepuscolo lunghe e tetre autostrade buone per proiettare le ombre dei pini. Eppure la realtà ogni tanto scavalca il cancello e viene a bussare al portone.
Forse abbiamo lasciato andare troppo il quartiere, certi che non avrebbe mai creato problemi. Non ne abbiamo curato lo sviluppo, non ne abbiamo valorizzato adeguatamente i presidi sociali, la vita collettiva, i rapporti solidaristici. Ed ora, ancora inconsapevoli, ne iniziamo a pagare le conseguenze.

Quel che è certo è la sconcertante assenza di riflessione a freddo, non un membro della classe dirigente folignate che abbia sentito l’esigenza di mettere a fuoco il fatto. Eppure in molti abitano da queste parti. Allora voglio alzarla io la questione: iniziamo a parlare di equilibri urbani, iniziamo a riprogettare la città in funzione della qualità della vita e non dell’utile, torniamo a prenderci cura dei quartieri, della socialità,
delle relazioni umane. Non abbandoniamo il campo!

Insomma ho scritto caoticamente questo mio pensiero perché anche io sono indignato: questo modo di trattare le criticità non può che alimentarle. Non è possibile che non lo dica nessuno!

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