Campo Sinti, l’unica via passa dalla scuola

#CITTÀ #LACITTÀINVISIBILE
Intervista a Mariolina Frigeri a cura di Susanna Minelli, Alessandro Sorrentino, Lorenzo Massini

(In foto: un’immagine della abitazioni del Campo Sinti di Via Pozzo Secco, foto di Alessandro Sorrentino)


È difficile trovare la strada giusta, a volte. Molto difficile. Ma se si parte con la volontà vera di trovarla, anche nell’ipotesi del più nero insuccesso nessuno sforzo sarà davvero perduto nel vento. Anzi quel tentativo potrebbe essere lo spunto per riaprire una riflessione importante, utile, nonostante il fallimento, a ritentare considerando anche gli ostacoli, cercando di abbatterli o quanto meno di aggirarli. Perché spesso la differenza non la fa la volontà delle persone, ma, molto più banalmente, le condizioni che fanno da sfondo al tentativo. Questo per dire che qualcuno nel recente passato aveva forse trovato la chiave di volta per cercare di cambiare le cose riguardo ai problemi della comunità Sinti di Sant’Eraclio. Problemi di sicurezza, di degrado e di emarginazione. Le condizioni che si sono presentate, poi, hanno pregiudicato il progetto. Che pure era un progetto sano, fondato sull’integrazione, sul rispetto delle diversità culturali, ma allo stesso tempo incentrato su un dovere che è anche un diritto: la scuola. La scuola, la cultura, il dialogo che sono l’unica vera soluzione alla discriminazione, al degrado e all’emarginazione. Ed anche al razzismo. 

Mariolina Frigeri, medico pediatra affermata, è stata amministratrice comunale dal 2009 al 2014, in un primo momento assessore con delega alle politiche per l’infanzia, poi vicesindaco nella prima amministrazione Mismetti. “Poco dopo la mia investitura da amministratore, avendo la delega all’infanzia, la mia attenzione si è rivolta alla situazione più problematica del nostro territorio: quella riguardante i bambini del campo Sinti di Sant’Eraclio – racconta Mariolina Frigeri-. Sapevo che sarei andata incontro ad un contesto del tutto particolare, ad una cultura totalmente diversa dalla nostra e sin da subito, per cercare di trovare una soluzione al quadro che già allora era ben  conosciuto sia dagli amministratori che dalla cittadinanza, ho voluto toccare con mano e vedere con i miei occhi come queste persone e questi bambini vivessero. Sono andata al campo, forte dell’ idea che andavo ad incontrare un’altra cultura e consapevole di quelle che potevano essere le difficoltà di dialogo. In realtà, però, non trovai nessun senso di appartenenza, ma solo molto degrado. Mi resi subito conto che sarebbe stato molto difficile intervenire. Ho provato quindi a vedere se in altri territori ci fosse la stessa situazione. Sono andata, insieme agli assistenti sociali del Comune, a conoscere la situazione di un campo Sinti di Città di Castello e lì abbiamo trovato una situazione molto diversa: seppur con qualche neo rispetto ai nostri standard, era un campo pulitissimo e i ragazzini frequentavano regolarmente le scuole. Nel complesso, era una situazione curata ed autonoma. È lì che ho compreso che la situazione del campo di Sant’Eraclio era sui generis”. 

Ma questo non è bastato a fermare il sogno che un’integrazione della comunità fosse possibile, magari proprio partendo dai più piccoli. “La mia sensibilità verso il mondo dell’infanzia mi ha spinto a proseguire in quest’opera. Eravamo al corrente che molti dei bimbi del campo di Sant’Eraclio frequentavano la scuola in maniera molto sporadica e io, ancora oggi, continuo a credere che l’integrazione parta anche e soprattutto dalle scuole. Credo che sia fondamentale dare a tutti i bimbi la stessa opportunità di crescita. Perché quei bambini avevano e hanno tuttora il dovere e il diritto di andare a scuola. Per cominciare a cambiare le cose – continua Mariolina Frigeri – ho iniziato a cercare alleati. Il principale è stato don Luigi Filippucci, della Parrocchia di Sant’Eraclio. Insieme a lui, che già da tempo aveva a cuore la questione, abbiamo iniziato questo percorso grazie ad una convenzione tra Comune, Parrocchia e scuola, utilizzando i contributi comunali oltre a dei fondi derivanti dal bando di Villa Montesca. Abbiamo aperto un dialogo con le famiglie Sinti, e dopo qualche titubanza da parte loro, siamo partiti con l’impresa vera e propria: far frequentare regolarmente le scuole ai bambini. Il lavoro di don Luigi e delle sue volontarie è stato impagabile: prendevano il pulmino ogni mattina e si recavano al campo per portare i bimbi a scuola. Una volta preso il ritmo, le docenti della scuola hanno riscontrato situazioni di svantaggio: i bimbi erano indietro con i programmi e quindi abbiamo attrezzato anche un doposcuola pomeridiano per i compiti. I bimbi poi si fermavano a pranzo alla mensa allestita da Don Luigi. Beh, nonostante l’entusiasmo iniziale dei piccoli, poi ci siamo resi conto che non c’era lo stesso entusiasmo da parte dei loro familiari. È bene chiarire: non è che non volessero che i bimbi andassero a scuola, ma c’era sempre una sorta di indifferenza e qualche sospetto nel collaborare affinché la frequentassero”. Una battaglia culturale e sociale durata per circa tre anni : “Si possono fare mille sforzi ma se non hai l’appoggio e l’interessamento delle famiglie non si va lontano. E infatti nonostante il nostro impegno fosse continuo, ci siamo ritrovati di fronte un muro che è risultato invalicabile. Il loro consenso si era esaurito. Per me tutta questa vicenda è stato un grosso insuccesso perché credevo davvero che qualcosa di buono si potesse fare per quei bambini. Dargli un’istruzione, una cultura, insomma gli strumenti per poter vivere e dialogare con l’esterno, senza fargli dimenticare le loro radici”. 

“Continuo a credere tuttavia che l’unica strada sia l’integrazione a partire dall’obbligo scolastico. Per questo credo che anche le istituzioni più alte dovrebbero giocare un ruolo più incisivo. Serve un obbligo di legge vero, e soprattutto serve che venga rispettato. Il che non vuol dire agire con la forza o con la violenza, ma semplicemente mettere in chiaro che la legge è uguale per tutti e non cedere al lassismo. Si tratta di minoranze e come tali vanno tutelate, perché rappresentano una ricchezza, ma allo stesso tempo vivono in un paese dove l’obbligo scolastico è legge. E dove è inaccettabile che un bambino diventi un adulto analfabeta oltre che, in quelle condizioni di degrado, un potenziale emarginato, molto più incline di altri a dedicarsi ad attività illecite per sopravvivere”. 

Finisce qui il colloquio con Mariolina. Nei suoi occhi si legge del rammarico, ma anche la voglia e l’invito a non demordere, a non cedere al pregiudizio.

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