Campi rom: rompere il circolo vizioso è possibile

#CITTÀ #CENTROEPERIFERIE #CITTÀINVISIBILE
Intervista a Lorenzo Falchi, a cura di Luca Severini

(In foto: Lorenzo Falchi, il sindaco di Sesto Fiorentino)


Dopo l’inchiesta sul campo rom di S. Eraclio (n.1, ottobre 2019) e la conversazione con Mariolina Frigeri (n.2, novembre 2019), Sedicigiugno torna sul tema con un’intervista al Sindaco di Sesto Fiorentino, dove nel mese di novembre si è realizzata, senza conflitti e con il consenso dei diretti interessati, la chiusura di un campo nomadi che ospitava un’ottantina di persone.

Signor Sindaco, i giornali hanno scritto che a Sesto Fiorentino siete riusciti a mettere d’accordo quasi tutti. Come avete fatto? quali sono stati gli interventi?

Il progetto è durato tre anni, cioè da quando ci siamo insediati in Comune. Il campo nomadi era abitato da dodici nuclei familiari, in totale circa ottanta persone, per metà minorenni. Ovviamente c’erano situazioni molto diverse da un nucleo familiare all’altro sia da un punto di vista di status giuridico (alcuni erano  italiani, altri stranieri o apolidi), sia per le condizioni economiche, sociali e culturali. Abbiamo cercato di chiudere il campo in un arco di tempo ragionevole perché non ritenevamo giusto né civile che continuasse questa esperienza. Non volevamo mettere nessuno in mezzo alla strada, ma provare a costruire con ognuno dei nuclei familiari dei percorsi di vita che li portassero ad essere emancipati, autonomi e indipendenti.

Vi siete accordati singolarmente con ogni famiglia o con un portavoce della comunità? Che sistemazioni sono state trovate?

Fin dall’inizio abbiamo lavorato insieme a Caritas, che gestiva per conto del Comune i rapporti all’interno del campo. Abbiamo lavorato su ogni singolo nucleo familiare dando indicazioni a tutti e lo spostamento delle famiglie non è stato concentrato in una zona, ma si sono attivati percorsi differenziati in base alle differenti condizioni delle famiglie. Una famiglia è rientrata nella graduatoria delle case popolari, ad un’altra è stata messa a disposizione un’abitazione attraverso un progetto della Caritas in collaborazione con la parrocchia, altre ancora sono in appartamenti in affitto, ecc.

Quindi  avete attivato diversi percorsi in base alle diverse necessità dei nuclei familiari?

Sì, in alcuni casi è stato definito un contributo pluriennale all’affitto (non una tantum) in modo da fornire una garanzia per i nuovi alloggi: naturalmente in misura decrescente, in modo da accompagnare le famiglie verso l’autonomia. Accanto a questi aiuti sono stati attivati progetti di avviamento al lavoro già presenti nel nostro Comune, ma anche promossi tramite la Regione, e in altri casi ancora sono stati stanziati contributi per lo spostamento in abitazioni  fuori dal Comune.

Qual era la situazione economica dei rom?

Come ho detto non erano nuclei familiari tutti uguali. Con qualche famiglia è stato sufficiente un piccolo aiuto dato che già all’interno di quel nucleo c’era qualcuno che lavorava, quindi una fonte di reddito. Per altri è stato un po’ più complicato. Qualcuno ci ha proposto di spostarsi in altre regioni: non in altri campi rom, ma in abitazioni vicino ad altri parenti o conoscenti con cui si volevano ricongiungere; abbiamo favorito questo passaggio continuando a seguirli tramite Caritas, non incentivando un esodo fine a sé stesso. Naturalmente per le situazioni economiche meno gravi  la fuoriuscita dal campo è stata più facile.

Di chi era la proprietà del terreno in cui era il campo rom?

La proprietà è pubblica: del demanio civile, non comunale.

In che modo è stato accolto lo smantellamento dalla comunità rom e dai cittadini di Sesto ?

Chi viveva nel campo ha reagito complessivamente bene perché erano consapevoli delle difficoltà di vivere in quella situazione, anche se per motivi culturali, storici e di abitudine è sempre difficile cambiare stile di vita. Soprattutto se si è legati a un tipo di vita come quella del campo in cui si condivide un po’ tutto e si vive insieme, ma si possono mettere in moto dei meccanismi che non sono virtuosi e da cui è difficile uscire. In generale i cittadini di Sesto, dato che era un impegno che il Comune si era preso col programma elettorale, sono soddisfatti del fatto che, nel proprio territorio, non ci sia più un luogo dove si vive in condizioni non degne di un paese civile. Non sono mancate purtroppo quelle dinamiche che spesso si attivano intorno a questioni che riguardano il diverso, lo straniero, il rom, quindi ci sono stati commenti che non meritano di essere riportati. Abbiamo ricevuto critiche anche dalle forze di opposizione che vedono queste situazioni come problematiche, ma non hanno la volontà di risolverle in maniera giusta e definitiva.

Che risultati notate come Amministrazione ora che il progetto è concluso?

Ancora è presto per vederne i frutti, le ultime famiglie hanno abbandonato il campo solo da poche settimane. Il progetto è in pieno svolgimento e fino ad ora sta funzionando bene, ma per poter riscontrare l’effettiva integrazione nei nuovi contesti non si può far altro che aspettare e vedere come evolveranno le cose. Quello che si può già dire, però, è che il progetto ha dato la possibilità a queste persone di uscire da una situazione di marginalità sociale, economica e culturale e rompere quel circolo vizioso che si instaura tra disagio sociale ed emarginazione.

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