Grüße von Bozen

#CHIVAECHIVIENE
Di Stefano Ciri

(In foto: Stefano Ciri)


Foligno vista da fuori, mio malgrado, è resistente, non disorientata.

Mi sarebbe piaciuto descriverla come bruscamente interrotta nel suo vivere collettivo dall’imposizione di un nuovo patto sociale, capace di farle smarrire la gioia ed il senso del progresso. Sarebbe stata un’immagine
ingenua e delicata, mi avrebbe fatto provare un senso di paternale nostalgia. Mio malgrado, però, riscontro Foligno orgogliosa della sua tradizione di città compatta ed inclusiva, infastidita da chi vorrebbe coglierla intransigente e disillusa e amministrarla in quanto tale.

Foligno continua ad essere il posto dove integrazione e successo hanno lo stesso significato. La città dove si condividono con abnegazione cibo, vino, abbondanza e bellezza, ma si rifiuta di farlo se non sono occasioni per condividere anche le idee. Dove non si condividono idee senza dibattere e prendersi in giro, che se un’idea appare subito giusta ha qualcosa che non va. Concordia ed amore continuano a sostenere il pensare inquieto dei folignati, mentre le scopro essere qualcosa che va al di là dei simboli che di esse la città si è data. Non c’entra la religione, che né i cristiani, né i nuovi credenti, né chi non crede possono dire di possederle, mentre le partecipano. Né i rituali istituzionalizzati, né la cultura aziendale, né tanto meno la politica. Sono cose nostre, vengono prima. Gli imprevisti tragici, il modo in cui cambiano la famiglia ed i costumi della città, piacciono ai folignati, perché li costringono ad accogliere il nuovo, riscoprendo in questo sforzo la propria identità. Abbiamo bisogno del cambiamento, per poterlo da folignati descrivere, comprendere. In via Gramsci, Foligno accoglie e provoca chi da fuori viene a capire se si tratta solo di soldi.

È sostenibile allora tornare a parlare di soldi, che se Foligno è una a livello di identità, è ormai tante e diverse a livello di cultura, provenienza, reddito. È tante classi che hanno bisogno di tornare a lottare fra di loro per non ammalarsi di finta opulenza. Di aggregarsi nei luoghi della contrattazione e della protesta, di crearli se mancano. Di provocare ed insistere insieme per avere quello che è giusto.

Da laureando in disegno industriale, a Foligno fatico ad immaginare un’espansione in questo senso. Il 100% dei miei compagni di liceo lavora nei servizi, mentre in Europa si scrive un modello di sviluppo diverso.
Piuttosto, la mia generazione farà la transizione delle fonti di energia della città, la fine della dipendenza dalle reti internazionali che le danno anche cibo e beni. La de-commodificazione, dei beni, sicché possa esserci più
abbondanza, più condivisa, facendo più fatica. La riconciliazione, quieta e fertile, con il resto della valle, cioè le altre specie che ci vivono. Senza escludersi dalla globalizzazione, riscoprirà nella propria autonomia la gioia di non dipendere da essa.
Al contempo, mi affascina la cultura artigianale della città – disinvoltamente razionale, utile e aperta – così lontana da quella vernacolare del resto dell’Umbria. Una fioritura post-industriale, per dirla da teorico, o un
repair cafè in corso Cavour, a Foligno riesco bene ad immaginarle.

Non c’è niente di più lontano dall’identità di Foligno della reazionaria aggregazione contro qualcuno. Non conosco una città più umanista di Foligno.

Nella valle dove vivo, ho imparato che la cultura serve. La migliore qualità della vita non basta, se non c’è riconoscibile un discorso, un dibattito a cui partecipare. Che la natura non ha le risposte, ma il potere di sciogliere le domande, di farti formulare quelle giuste. Che per dare senso al proprio essere uomo è sufficiente concentrarsi su come ridurre il danno.

Salire più in alto fa stare bene, anche senza basi solide né l’attrezzatura giusta. Fa bene sentire di avere compagnia. Saluti da Bolzano.

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