Cronache dalla seconda linea

#SOCIETÀ #LAVORO
Di Lorenzo Monarca

(In foto: gli operatori del banco gastronomia del supermercato)


Se in questa guerra contro il virus sono i medici, gli infermieri, i farmacisti e tutti i presidi sanitari a combattere in prima linea, subito dietro abbiamo loro: i commessi e i cassieri delle attività commerciali alimentari. Tra i pochi servizi essenziali che sono rimasti necessariamente attivi, loro sono quelli che maggiormente vengono in contatto con le persone, che con la chiusura di mense e servizi di ristorazione sono aumentate. Sono andato a fare spesa, munito dell’autocertificazione, esattamente ad una settimana di distanza dall’ultima volta. Che la situazione da allora si sia completamente ribaltata lo si legge in faccia alle cassiere. I loro sguardi sono tesi, preoccupati, ansiosi: cercano di non darlo a vedere, di tranquillizzare la clientela, sono consapevoli delle loro responsabilità e sanno che la linea sottile che separa panico e paura passa anche da loro. Eppure il clima non può essere che avvilente. Tutto è cambiato: i guanti obbligatori che vengono dati all’ingresso, il punto ristoro chiuso, le strisce di scotch in terra per segnare le distanze alle casse e al banco gastronomia, le mascherine e ovviamente il personale, che si trova a svolgere l’antipatico ruolo del commesso di una piccola attività, che ha un rapporto quasi intimo con una clientela abituale, e della guardia, che vigila con severità e attenzione, sgridando la stessa clientela quando non segue le norme prescritte.

Ho colto l’occasione per parlare un po’ con loro, per capire se oltre al palese ci fosse anche dell’altro; come immaginavo, tra chi ha paura di venire a lavorare e chi invece lo preferisce alla quarantena, molti hanno voglia di raccontare. “Siamo tutti in apprensione -mi dice una cassiera-: siamo troppo a contatto diretto con il pubblico e specialmente alle casse non è possibile rispettare le distanze di sicurezza. È vero che abbiamo materiale di protezione come mascherine e guanti, però non è isolante. Ci passano davanti tante persone: saranno infetti? Chi lo sa? La tensione è tanta. Noi siamo i più esposti al virus dopo il personale medico. Dobbiamo lavorare cercando di mantenere la tranquillità e non far vedere al cliente che siamo tesi per non mettere panico, ma la paura c’è.” Mi viene anche raccontato di come in molti vorrebbero andare in ferie ed abbiano anche provato a farne richiesta, ma in questo momento di emergenza non si può, anche considerata l’alta richiesta.

(In foto: il punto ristoro del supermercato, chiuso, a causa dell’emergenza)

L’apprensione di questa fase è anche dovuta alla clientela, che non di rado adotta comportamenti non consoni. Il commesso allora è anche vigliante: “molti ancora non hanno capito che i guanti sono obbligatori per tutelare non solo la persona ma anche la comunità, quindi spesso dobbiamo ricordare di indossarli. Alcuni rispondono che hanno le mani pulite, altri non ci pensano, nonostante i mass media dicono sempre quello, e nonostante all’entrata sono dispensati gratuitamente. Non hanno capito nemmeno che devono venire uno per nucleo familiare, quindi si vedono ancora spesso coppie, genitori con figli e quant’altro. Si vedono addirittura gruppi di ragazzi, i quali evidentemente non sono stati fermati da nessuno in strada. Con le scuole chiuse dovrebbero stare a casa, mi chiedo dove siano le famiglie e perché non li tengano in casa…”.

Tra i commessi che hanno un rapporto più diretto con i clienti, oltre ai cassieri, ci sono gli incaricati al banco gastronomia, i quali non di rado si ritrovano in situazioni spiacevoli: “il negozio ha messo a terra delle linee di distanza, e noi ricordiamo ai clienti di rispettarle. Molti chiedono scusa per un momento di disattenzione, mentre molti si arrabbiano e si offendono. Forse non sanno che noi siamo tassativamente tenuti a far rispettare le norme e che se non ottemperassimo ai nostri doveri sarebbe il gestore dell’attività ad esserne sanzionato. Ci sono poi persone diciamo “borderline” che vengono più di una volta al giorno a fare niente, a passeggiare, avendo anche un atteggiamento provocatorio quasi ad infastidire chi lavora. Tutto ciò rende ancora più disagiate le nostre condizioni”.

Non mancano nemmeno episodi sporadici ma eclatanti: “ieri sera abbiamo chiesto ad un signore, cliente abituale che normalmente viene solo ma che ieri sera era venuto eccezionalmente con la moglie, di non entrare in due, e lui ha iniziato a sbraitare, dicendo che nessuno gli può dire cosa fare e cosa non fare perché lui la legge non la conosce”.

(In foto: gli avvisi e i provvedimenti che il gestore del supermercato ha adottato per garantire il rispetto delle norme)

Tra i reparti si notano ancora molti carrelli pieni: “la gente fa ancora scorte perché teme che la merce non arriva e che possa esaurirsi, quindi nonostante venga meno gente lo scontrino medio è decisamente aumentato. Questo non impedisce però ad alcuni clienti abituali di venire tutti i giorni, avendo comunque la mania di fare scorte. Molti vengono tutte le mattine anche solo per prendere il pane”.

Al titolare del negozio ho chiesto infine riguardo ai controlli da parte delle forze dell’ordine: “sono venuti una volta i vigili urbani su segnalazione di un cliente secondo il quale c’era troppa gente alle casse. Hanno fatto i controlli non trovando nulla fuori norma, e anzi ci hanno fatto i complimenti vedendo le sedie del punto ristoro incastrate. La seconda volta è venuta la polizia, e si è arrabbiata con una coppia marito e moglie che facevano spesa insieme; non li hanno segnalati ma hanno fatto uscire uno dei due”.

A differenza dei prodotti che si vendono, questo periodo di isolamento forzato non ha data di scadenza, onde per cui è impossibile stabilire la chiusura dei negozi di alimentari, che sono beni di primissima necessità. Anche diminuire gli orari di apertura sarebbe una scelta poco saggia, perché non diminuirebbe la quantità di gente che necessita di fare spesa, ma aumenterebbe le probabilità di contagio, concentrandola. I lavoratori del negozio sono quindi obbligati a lavorare, esponendo se stessi e le loro famiglie al contagio. Sono quindi tra coloro che più di tutti risentirebbero dei nostri comportamenti sbagliati. Immaginate cosa significherebbero dei contagi tra il personale, magari uno per ogni negozio: avremmo in quel caso seri problemi a trovare rifornimenti alimentari. Perciò, fosse anche solo per becero utilitarismo, se proprio non avete intenzione di rispettare chi lavora, fate ciò che vi si chiede.

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