Storielle senza importanza [5] – Valeria #1 – L’Uomo dello Spazio

#STORIELLESENZAIMPORTANZA
A cura di Marco Parlato

Aveva montato la tenda con meticolosità, dando poi veloci colpi sui lati, per testarne la solidità. La tenda reggeva, anche se la prova reale sarebbero state le raffiche di vento notturno. Intanto Franco passava in rassegna ogni albero, marcandolo con spruzzate di pipì man mano più deboli. Quando alzò la zampa a vuoto, Valeria lo prese in giro, poi lo chiamò a sé per accarezzarlo.
Entrò nella tenda e aprì la valigetta. Era passato un anno da quando aveva incontrato l’Uomo dello Spazio.
Sulla cinquantina, gli occhi costantemente socchiusi, si era messo a chiacchierare nella sala d’attesa del dentista. Valeria aveva ascoltato le sue avventure intorno al mondo, l’attacco di un orso nelle foreste del Canada; una nottata solitaria nel gelo dell’Alaska; come si fosse procurato l’acqua nel Sahara usando un secchio e un foglio di carta; la recente chiamata dalla NASA per partecipare a una missione spaziale.
L’Uomo dello Spazio aveva raccontato storie incredibili e Valeria se ne era stata zitta, a muovere la testa su e giù, un pochino divertita, un pochino amareggiata. Chissà cosa aveva passato, per inventarsene tante.
Uscita dallo studio dentistico lo aveva trovato nel parcheggio. La stava aspettando con una valigetta in mano.
Dopo avergliela lasciata davanti ai piedi, le disse che non sarebbe più andato alla NASA. Aveva cambiato idea. Poi si era allontanato a piedi per sparire dietro l’angolo dell’edificio.
Seppure perplessa Valeria aveva preso la valigetta. Uno dei gesti che talvolta facciamo senza stare a questionarne i motivi, solo perché veicolati da una misteriosa e incontrollabile spinta.
Una volta a casa aveva fatto alcune ricerche per capire cosa fosse: un kit di sopravvivenza per situazioni estreme, contenente, tra le altre cose, cibo per astronauti: tonno termostabilizzato, pasta da reidratare, bevande in polvere e pure il gelato liofilizzato. A cosa le sarebbe servita, quella roba?
Il ricordo le aveva fatto perdere il tramonto. Uscì dalla tenda e si mise a sedere accanto a Franco, mentre sull’orizzonte le sfumature calde si confondevano con il buio. Nel bosco c’era silenzio.
Il cellulare vibrò. Erano avvisi di chiamate perse. La linea andava e veniva nella zona dell’accampamento. Al mattino si sarebbe fatta una passeggiata verso la strada, lì il cellulare avrebbe preso.
Accese una sigaretta e guardò Franco. Ti piace qui? È la nostra casa per un paio di settimane.
Franco le leccò la guancia. Lei lo accarezzò e rise. E seppure qualcuno sostenga che sia un’illusione umana, rise anche Franco.

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