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La vera sfida dell’Unione Europea

Luca Severini analizza l'attuale situazione di emergenza di Covid-19 nell'ottica dell'Unione Europea e ragiona sulle scelte e le sfide che attendono quest'ultima per affrontare l'inedito scenario imposto dal Virus, principalmente sul piano economico.

#POLITICA #ATTUALITÀ
Di Luca Severini

(In foto: Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea a Bruxelles, Belgio, il 14 gennaio 2019. (Michele Spatari, NurPhoto/Getty Images))


Il nostro paese, come tutto il resto del mondo, sta affrontando una crisi mai vista prima. La presenza di un nemico che ci rende tutti ugualmente fragili dovrebbe farci cogliere la brutale e necessaria verità che, anche se in maniera diversa, abbiamo tutti bisogno di aiuto. È ancora più vero che se non siamo noi a chiedere soccorso siamo inveitabilmente quelli chiamati a darlo e non si può sapere quando le parti si potranno invertire.

La partita contro il Corona Virus si gioca su due versanti in contrasto tra loro: quello sanitario e quello economico. Le misure di contenimento del virus obbligano a chiudere tutte le imprese, fabbriche e negozi che non fanno parte delle filiere produttive essenziali (o almeno così dovrebbe essere) e questo provoca inevitabilmente il contrarsi dell’economia reale con gravi ripercussioni sugli aspetti sociali della vita del paese.

Sul fronte sanitario l’Organizzazione Mondiale della Sanità coordina e fornisce tutti gli strumenti migliori per il contenimento del virus, ma la vera prova è quella del vaccino. Tutti i provvedimenti attuati dai vari governi come la quarantena ed i vari lockdown servono solo a guadagnare tempo. Bisogna letteralmente fare meno danni possibili nell’attesa che la comunità scientifica trovi il vaccino, si spera il prima possibile, o impariamo a convivere con questo virus. In questa situazione difficile ed inaspettata, sebbene sotto la guida dell’OMS, ogni stato si trova da solo davanti a sé stesso costretto a dover fare i conti con le proprie capacità. Le politiche attuate fin ora mi hanno reso più forte o più fragile rispetto ad eventi come questo? Ho fatto tutto ciò che potevo per gestire la crisi in modo da contenere i danni il più possibile? Sono queste alcune delle domande che ogni stato si deve porre, ma che avranno risposte oggettive solo quando tutto sarà finito. Naturalmente si vedono frequenti aiuti interstatali con invio di materiale e personale sanitario a livello globale e sebbene questi siano aiuti simbolici evidenziano un generalizzato clima di solidarietà che fortunatamente si manifesta in tutto il mondo.

Diversamente accade per il versante economico, in particolare quello europeo. L’Unione Europea finora ha fatto dei passi avanti per far fronte alla crisi economica, quindi sociale, del Corona Virus. La Commissione Europea ha sospeso l’applicazione del Patto Europeo di Crescita e Stabilità che prevede vincoli per i bilanci statali, la Banca Europea per gli Investimenti ha riallocato 37 miliardi per la crisi precedentemente stanziati per altri fini, la Banca Centrale Europea ha attivato piani di finanziamento a lungo termine che forniscono liquidità a condizioni favorevoli a tutta la zona euro. Queste misure forniscono agli stati le condizioni di fare debito pubblico in modo da sostenere il reddito e quindi i consumi dei cittadini. Era quello che quasi tutto l’arco parlamentare italiano chiedeva ripetutamente a Bruxelles. Ma che evidentemente ora non è abbastanza, o almeno per l’Italia ed altri stati membri non lo è più. Questo perché l’ingente quantità di risorse necessarie per sostenere i redditi e far ripartire l’economia comporterebbe un forte aumento del debito pubblico che per stati come Italia, Grecia, Portogallo e non solo diventerebbe insostenibile. L’insostenibilità di questo percorso è aumentata dal fatto che non si può sapere quanto sarà necessario prolungare le misure di emergenza che attualmente frenano l’economia, ma che sono essenziali per contenere la diffusione del virus. Neanche gli stati più virtuosi del nord Europa sarebbero in grado di sostenere autonomamente queste misure oltre l’immediato senza vedere ridimensionare la propria economia. Quindi i soldi ci sono e la possibilità di fare debito è concessa, ma lo scontro politico europeo è proprio su chi dovrà emettere questi titoli di debito e quindi su chi dovrà poi ripagarli. I diversi piani economici progettati sia da stati ed istituzioni europee che da eminenti economisti si riversano in due principali strumenti: gli Eurobond ed il Meccanismo Europeo di Stabilità. I primi sono stati proposti formalmente con una lettera presentata dai capi di governo di Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda, Slovenia e Lussemburgo al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e sono dei titoli di debito pubblico emessi dall’Unione Europea con tassi di interesse molto bassi o addirittura negativi causati dall’improbabile scenario di fallimento dell’Unione. Questo nuovo strumento è stato bocciato durante l’ultima riunione del Consiglio Europeo da Germania, Olanda, Austria e Finlandia poiché non ritenuto necessario in quanto esistono già strumenti di aiuto per situazioni di crisi. Una posizione su cui si può discutere.

Il secondo è l’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), questo allo stato attuale delle cose prevede un aiuto finanziario condizionato alla sottoscrizione di un memorandum di intesa che obbliga lo stato da aiutare ad applicare politiche di bilancio rigorose. È necessario ricordare però che questo strumento è stato ideato per evitare che la crisi economica di uno stato faccia colare a picco con sé tutta la zona euro e non per garantire la tenuta del sistema economico quando tutti gli stati membri dell’Unione Europea sono in una situazione di crisi. Non è detto però che questo sia l’unico modo di utilizzare il MES, infatti sono in campo diverse proposte molto diverse tra loro nel modo in cui verrà modificato ed implementato. Ciò che interessa all’Italia, e non solo, è che l’aiuto europeo venga concesso senza vincoli, per cui quale strumento si occuperà di metterlo in atto non ha importanza.

Attualmente stiamo assistendo allo scontro tra le due diverse anime dell’Unione Europea: quella dei paesi del nord Europa in cui il volere dei singoli stati membri deve emergere sull’identità delle decisioni Europee e quella dei paesi del sud Europa basata su una collaborazione per superare insieme le fasi di crisi. Tra queste due correnti si trovano le istituzioni europee che, spinte da una forza di autoconservazione, cercano di mediare tra i due blocchi in modo da non provocare rotture che metterebbero in pericolo la vita dell’Unione stessa. Una storia già vista, se non fosse per il fatto che l’alleanza degli stati guida dell’UE fatta da Germania e Francia pareva essersi rotta. La Francia di Macron, smarcandosi dagli stati rigoristi, sembrava avesse scelto questa linea per porsi come nuovo stato guida dell’Unione Europea superata la crisi, ma il recente riavvicinamento con la Merkel ha reso più debole questa tesi. Sono diverse le chiavi di lettura per comprendere quello che sta accadendo. I paesi del nord stanno tenendo la linea per non fare troppe concessioni? Si arriverà all’ipotesi già molto discussa dell’Europa a due velocità? Verranno implementati titoli di debito europeo aumentando la cooperazione tra gli stati membri? Si prevederanno fondi speciali per l’emergenza senza cambiare nulla dell’attuale sistema europeo? L’unica cosa sicura è che o emerge una mediazione tra le due visioni o ci sarà una rottura difficilmente riparabile. Dalla Commissione Europea è arrivata la proposta di un pacchetto di aiuti alle imprese chiamato SURE “Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency” che prevederebbe fondi stanziati in parti uguali dagli stati membri, ma che andranno solo agli stati più in difficoltà. Sicuramente l’Italia sarà uno dei beneficiari. Se verrà attuato questo provvedimento e le risposte alle precedenti domande potranno emergere dalla riunione dei Ministri delle Finanze dei paesi membri, l’Eurogruppo del 7 aprile. Il futuro funzionamento e l’identità dell’Unione Europea dipende da questa fase decisiva. I nazionalismi prosperano in momenti di debolezza come questo e dubbie risposte portano a dubbi risultati, soprattutto dopo il decesso della democrazia in Ungheria. Bruxelles si trova davanti a una scelta: può prendere il cammino della maggiore integrazione politica ed economica basata su una logica di solidarietà per chi ha bisogno o può continuare secondo la strada percorsa fin ora in cui non c’è fiducia reciproca e le decisioni sono prese esclusivamente sulla base di meriti economici.


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