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Biblioteca di Annifo, un atto di (r)esistenza culturale

Nel cuore della montagna folignate, ad Annifo, sorge da ormai cinque anni una biblioteca. Ivan e Marika due dei ragazzi che la gestiscono ci raccontano come è nata l'idea della biblioteca e di quello che significa vivere in montagna e, soprattutto, vivere la montagna oggi. Intervista a cura di Alessandro Sorrentino e Lorenzo Massini.

#CITTÀ #CENTROEPERIFERIE
Intervista a cura di Lorenzo Massini e Alessandro Sorrentino

(In foto: i locali della Biblioteca d’Annifo)


Ci rechiamo ad Annifo in un pomeriggio grigio e piovoso. Qui, nel cuore della montagna folignate, ormai facilmente raggiungibile eppure troppo spesso dimenticata, sorge una Biblioteca, nei locali di una chiesa ristrutturata. Ad aver partorito questa idea, dandole un nome e una consistenza, tre ragazzi: Ivan, Marika e Marzia. Incontriamo Ivan e Marika proprio nella biblioteca e con vistosa emozione iniziano a raccontarci la loro esperienza.

«La forza di questo luogo – dice Ivan – risiede nell’’autosussistenza. Qui in montagna, dove c’è la vita periferica marginale di una zona di frontiera, noi funzioniamo perché facciamo, perché agiamo nel quotidiano. Questo implica, se parliamo di una biblioteca che portiamo avanti da ormai cinque anni, un’attitudine resistenziale che ci rende più consapevoli di ciò che facciamo. Cerchiamo di far funzionare l’osmosi creatasi tra gli eventi, il riordino, il sostegno della Pro Loco. È una forma di politica, sicuramente non consueta, ma che trasmette un messaggio forte: affermare la nostra presenza e fare della resistenza culturale un’attività di esistenza! Noi esistiamo e ci comportiamo di conseguenza: portiamo avanti il nostro lavoro in maniera ordinaria, cioè funzionando come le altre biblioteche, ma allo stesso tempo in maniera straordinaria perché non siamo istituzionalmente riconosciuti. E questo non ha fatto che aumentare l’osmosi con la città e con altre realtà meno conosciute, come la nostra, permettendoci di arrivare più lontano di quanto potessimo sperare. Da un gioco, da un sedimento di amicizia tra compaesani, da una volontà di recupero di materiale è nato, si è concretizzato un progetto il cui credito è inesauribile».
Ma facciamo un po’ di storia della biblioteca: «Tutto nasce dopo il terremoto del ‘97» ci spiega Marika. «La Caritas ci donò un container da adibire a biblioteca, poi sia la stessa Caritas sia alcune case editrici ci hanno inviato libri e videocassette. Per tre anni tutta Annifo si è organizzata in maniera volontaria per la gestione della biblioteca poi, con il progressivo avanzamento della ricostruzione e il passaggio dai container alle case di legno, nel giro di sette anni la biblioteca è stata abbandonata. Da un lato non se ne avvertiva più il bisogno, dall’altro ritornare al campo container sembrava quasi ritornare alla prima emergenza. I libri, però, erano tanti, tra i 1.000 e i 1.500. Con gli anni lo stato di abbandono è diventato definitivo, fino a che sia la proprietaria del bar, sia il parroco, sia alcune persone della Pro Loco hanno deciso di riprendere tutto il materiale. Don Flavio, il parroco, ha donato tutti i suoi libri, alcuni di grande pregio, che spaziano dalla narrativa alla didattica religiosa, e questi locali. All’inizio era solo un contenitore, più sicuro e pulito di quelli precedenti, poi abbiamo deciso di catalogare i libri. Ci è voluto circa un anno e mezzo e, senza rendercene conto, la biblioteca ha riacquistato la condizione e, soprattutto, il nome di biblioteca».

(In foto: i locali della Biblioteca d’Annifo)

«Il nostro primo nome – interviene Ivan – era La Nicchia dei lettori montani. Ci definisce più che mai, ancora oggi. Era una nicchia quando abbiamo iniziato a vederci ogni sabato, ormai cinque anni fa. Dare a questa nicchia il nome di biblioteca, pur nella gestione volontaria, le ha dato la vivacità per parlare anche all’esterno, per chiamare persone perché ci aiutassero. La nostra nicchia era diventata una specie di casa sull’albero dove tutti i sabati stavamo insieme a fare un’attività di volontariato a beneficio di tutto il bacino montano, ed anche se sembrava tutto un grande scherzo siamo andati avanti. Quindi, la nicchia resta nicchia: non in senso elitario e a maggior ragione supponente, perché siamo in montagna, ma nel senso di dare durevolezza a questo gioco apparentemente anacronistico. Ci è voluto tanto lavoro, la vera sterzata è arrivata due estati fa: abbiamo organizzato un evento zero, per ripresentarci, farci conoscere e verificare se questo patrimonio esistesse solo per chi poteva comprenderlo, e quindi arrenderci alla nostra condizione di nicchia e all’anacronismo. Invece c’è stato un largo consenso e da allora la biblioteca esiste, c’è davvero, per tutti! Da quel giorno abbiamo creato vari format a tema letterario ma dedicati a tutta la comunità: l’Halloween letterario per bambini, incontri sulla letteratura straniera e la tombola letteraria durante le feste natalizie».
La biblioteca nel corso degli anni è riuscita ad accumulare più di 3500 volumi, grazie all’attenzione  sia di enti pubblici che di privati di diverse zone d’Italia, dalla Lombardia alla Sardegna. «L’idea di “montagna” la trasmettiamo dentro l’esperienza tattile della biblioteca -dice Ivan- Ci interessa che chi vuole far parte di questa storia ci entri dentro in qualche modo. Cerchiamo di far funzionare la biblioteca perché per noi “resistenza culturale” significa anche esistenza. È il nostro modo per dire che ci siamo».
Ma che cos’è la montagna? Cosa rappresenta? Per il villeggiante che la vive e la assapora solo  d’estate è una valvola di sfogo, un luogo per evadere dallo stress del lavoro, dal traffico, dalle città afose, per godere del fresco che nessun luogo di mare può offrire. Per gli adolescenti, un posto duro che li separa dalla maggior parte dei coetanei, dalle feste e dagli eventi della movida locale. Ma non possiamo fermarci qui. Mano a mano che la conversazione va avanti ci rendiamo conto di quanto possano essere parziali le definizioni di chi non vive appieno la montagna. Le parole di Marika e Ivan ci aprono un mondo che altrimenti sarebbe rimasto celato: lei, nata a Torino, ci ha vissuto solo due anni per trasferirsi ad Annifo. «Da piccola sentivo che tutti gli altri erano più “montanari” di me. Uso questo termine nella sua accezione positiva: per me significa capacità di adattamento, rispetto per la natura e fortissimo senso della comunità». Poi il terremoto che sconvolse Umbria e Marche, che aveva l’epicentro proprio ad Annifo: «un’esperienza bruttissima ma formativa, dove ho capito davvero l’importanza della Pro Loco. Qui la Pro Loco significa tutto, è la montagna che ti chiama a raccolta». Lui, un percorso opposto a quello di Marika che lo porta quasi a tornare bambino quando pensa alla montagna. Un’esperienza costante che anziché diminuire nel corso del tempo è andata radicandosi. Questa continuità è emersa specialmente negli ultimi anni di università: «Ho dato una dimensione più matura a questo “stato mitico” infantile del bambino che il sabato torna in montagna». E aggiunge: «Qui sento davvero odore di casa. Per me è quasi un dovere morale stare qui, le radici per me rappresentano una visceralità forte. Abbiamo i campi, abbiamo un’attività agricola che mi impone di essere presente. Ho imparato a trovare un significato profondo nell’odore di incenso che si espande nelle vie, nel piccolo gesto scaramantico, nella storia di un sentiero. Mi rendo conto che qui c’è molto di più  rispetto a quanto si possa credere». In un mondo in cui è sempre più inevitabile e doloroso sradicarsi dai luoghi che non vorremmo mai lasciare c’è ancora chi prova ad invertire la tendenza. E non possiamo non provare ammirazione verso chi ha permesso che rifiorisse quella biblioteca in cui è ancora possibile godere del silenzio, magari vicino ad un buon libro.

(In foto: i locali della Biblioteca d’Annifo)

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