Cultura Parole e Idee

Rimozione

Matteo Santarelli ci parla del concetto di rimozione, del rapporto che esso ha con la memoria e di come questo possa spesso applicarsi anche in contesti collettivi, come gruppi, culture o nazioni. Sebbene non sia sempre da demonizzare, la rimozione nasconde in sé un certo grado di pericolosità.

#CULTURA #PAROLEEIDEE
Di Matteo Santarelli


La parola “rimozione” è ormai entrata nel linguaggio di tutti i giorni. Capita a tutti di aver detto frasi tipo: “scusa, mi sono dimenticato di restituirti 50 euro. L’ho proprio rimosso”. Nell’idea di Freud la parola in esame tuttavia ha un significato più preciso. Qualcosa è rimosso non quando viene semplicemente dimenticato, ma quando ci sono degli ostacoli che impediscono a questo qualcosa di diventare presente alla nostra coscienza. Il rimosso fa parte di quello che Freud chiama l’inconscio. I pensieri inconsci esistono, influiscono pesantemente nella nostra vita, però noi non ce ne rendiamo conto perchè, appunto, sono rimossi dalla coscienza.

La rimozione ha dunque molto a che fare con la memoria: la nostra mente decide a un certo punto che alcuni pensieri non possono più essere ricordati, e devono scomparire dalla coscienza. Domanda: perché rimuoviamo alcuni pensieri? Risposta di Freud: perché per certi versi è utile. In particolare, noi rimuoviamo quei pensieri che rischiano di entrare in conflitto con altri nostri pensieri, con alcune emozioni, con l’immagine di noi stessi. Questa utilità secondaria, come la chiama Freud, tuttavia può avere delle conseguenze molto dannose a lungo termine. I pensieri rimossi possono impedire il nostro sviluppo personale, ci possono allontanare dai nostri bisogni, possono rendere impossibile capire qualcosa di noi o degli altri, possono produrre dei conflitti insanabili con noi e con gli altri.


In termini più o meno metaforici, il concetto di rimozione può essere applicato anche ai soggetti collettivi – i gruppi, le culture, le nazioni – e non solo agli individui. In entrambi i casi, la rimozione non va demonizzata. Rimuovere significa anche proteggerci da conflitti insopportabili, e magari rimandare la loro risoluzione a un periodo più tranquillo. Allo stesso tempo, non bisogna mai abbassare la guardia di fronte ai pericoli e ai rischi della rimozione.

Un esempio del tutto casuale può aiutarci a capire questo passaggio. Molti italiani e molte italiane sembrano aver rimosso il fenomeno storico e politico del fascismo. Magari a parole lo condannano, magari ne prendono le distanze – spesso però con formule di compromesso: “sì però Stalin era peggio”, “sì ma ha fatto anche cose buone”, “sì ma fino all’alleanza con Hitler era ok” – però quando si va nel dettaglio emerge come il fascismo venga percepito come qualcosa che non ci riguarda. Viene rimossa cioè quella necessaria piccola dose di senso di colpa, di sentirsi coinvolti, che aiuta a evitare che sciagure del genere si ripropongano. A tale scopo viene rimosso magari non il fascismo in generale, ma i suoi aspetti più inquietanti, quelli che dimostrano come le attenuanti sopra menzionate siano consolatorie e irreali. Ad esempio, può essere rimosso il fatto che il regime fascista facesse uso di campi di concentramento e che collaborasse attivamente alla soluzione finale nazista.

Questa memoria può far male, può dar fastidio, può creare conflitti. Ma è ancora più grave lasciare questi comprensibili sensi di colpa, questa vergogna, questi lati più oscuri della nostra storia nel rimosso. Perché il rimosso ritorna, e quando lo fa, spesso assume forme sgradevoli, violente, dolorose, imprevedibili. Ad esempio, può portare a cacciar via dalla propria città dei senza tetto italiani, al grido di: “nessuno resti indietro”.

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