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Volevo essere finlandese

Pamela Toni, folignate, vive in Finlandia da otto anni e racconta la sua esperienza di italiana all'estero. Non tutto è roseo, come può sembrare da fuori, intolleranza, diffidenza ed emarginazione sono all'ordine del giorno e spesso ne sono vittime anche gli italiani.

#SOCIETÀ #CHIVAECHIVIENE
Di Pamela Toni

(Foto di Pamela Toni)


Ottobre 2012. La fedele Nissan Micra scoppia dello stretto necessario, mentre il cuore scoppia di gioia e un po’ di paura. Dopo mesi di pianificazione, stiamo per partire verso la terra promessa: non è Scandinavia, ma non è ancora Russia; è Finlandia e solo il tempo avrebbe saputo insegnarmi quanto questa diversità significhi anche solitudine.

La nostra è una storia già sentita: siamo partiti (io e mio marito Martin), perché sentivamo che l’Italia non ci voleva, non ci offriva futuro. Volevamo qualcosa di più e sentivamo che la Finlandia ci avrebbe aiutato a realizzare i nostri sogni. Per Martin era un lavoro meglio retribuito e con più tutele; per me la possibilità di lavorare come direttore di produzione nel mondo della musica internazionale .

Quando l’ avventura è iniziata solo Martin aveva già un impiego, mentre io avrei dovuto trovarlo, ma viste le nostre ricerche e la nostra preparazione non sarebbe stato difficile. Pensavo: “sono laureata in marketing a parlo 5 lingue, perché non dovrebbero prendermi?” Già, perché? Solo adesso, quasi otto anni dopo, capisco davvero quanta ingenuità c’era in quella speranza.

Qualche mese dopo il nostro arrivo la Finlandia è sprofondata nella recessione e, mentre la propaganda nascondeva sotto un velo di speranza le debolezze del sistema, il paese reale, le persone, hanno cominciato subito a mostrarsi molto diverse dalle immagini proposte nelle guide per gli immigrati.

Studiavo finlandese con una volontà di ferro, riuscendo a superare, dopo solo un anno, un esame di lingua che molti non provano nemmeno prima dei cinque anni, mandavo curriculum a più non posso e venivo sistematicamente rifiutata, di volta in volta con le scuse più ridicole. Mi veniva richiesta la conoscenza del finlandese livello nativo anche quando lo stesso annuncio di lavoro era in inglese.

Grazie ad un tirocinio di quasi un anno nella maggior azienda di produzione per musica dal vivo in Finlandia avevo recuperato un po’ di speranza, per poi perderla di nuovo quando uno dei manager dell’azienda mi fece capire, neanche troppo velatamente, che non avrei ottenuto molto altro che quello e che i veri lavori erano riservati ai finlandesi. Sentivo dentro di me un senso di sconfitta; nonostante questo ho continuato a cercare; così, dopo qualche breve esperienza a tempo determinato, ho deciso di rivolgermi alle istituzioni. Su consiglio del centro per l’impiego mi sono rimessa a studiare, qualcosa che non mi entusiasmava  ma che, a detta loro, mi avrebbe garantito un posto di lavoro di buon livello (più tardi ho scoperto che c’è un accordo tra scuole di formazione e ministero del lavoro per “parcheggiare” i migranti in infiniti corsi di formazione.. .suona familiare?).Finalmente nel 2016 sono diventata revisore contabile ma ci sono voluti altri due anni prima di approdare ad un lavoro a tempo indeterminato, per gli stessi vecchi motivi: se hai un cognome diverso, il tuo curriculum viene rifiutato a prescindere; ho conosciuto donne di varie nazionalità (italiane comprese) che hanno cominciato ad ottenere colloqui solo quando hanno assunto il cognome del partner finlandese. Ma quando provavo ad affrontare il discorso con finlandesi, mi rispondevano che non era possibile, che certe discriminazioni non esistono in Finlandia, scherziamo? Con il tempo ho imparato che questo è un atteggiamento che i finlandesi utilizzano per quasi tutto: negare i problemi piuttosto che affrontare questioni scomode. Quello che, però, mi ha lacerato l’anima è la continua, sconfinata, irrimediabile solitudine. A meno che tu non abbia una connessione tramite il/la partner di nazionalità finlandese, nessun finlandese ti accoglierà nella sua cerchia, non importa quanto tu sia disposto ad amalgamarti. Dopo più di due anni nella stessa azienda e nello stesso team, nessun collega finlandese ha ancora stabilito con me una relazione, non dico di amicizia, ma almeno di regolare frequentazione. Raramente sono stata invitata a pranzo insieme al resto dei finlandesi e, anche in quei rari casi, nessuno mi ha rivolto la parola per più di due minuti.

Questa è la mia quotidianità: arrivo in ufficio per prima, alle sette sono già operativa, inforco le cuffiette (come del resto fanno tutti per evitare il più possibile l’interazione ) e lavoro fino a pranzo; di solito pranzo sola, leggendo un libro o le notizie dalle edizioni digitali dei giornali per poi tornare a lavoro fino alle 15.30 circa. Tre volte a settimana vado in palestra e poi torno a casa; con mio marito guardiamo film e serie tv, suoniamo insieme, andiamo in giro a provare ristoranti etnici. Non abbiamo amici perché è impossibile crearsene e la nostra vita sociale siamo noi stessi, il che a volte porta a conflitti, com’è normale. Martin è un animale molto più solitario di me, forse per questo si è adattato meglio, pur non parlando il finlandese bene quanto me.

In questi ultimi due anni, la sensazione di straniamento e solitudine si è fatta più insistente; ciò mi ha portato ad una consapevolezza di me stessa e delle mie priorità, che forse non avrei avuto se non avessi intrapreso questa avventura. Questa consapevolezza è ciò per cui ringrazio la Finlandia. Oggi so che il mio paese, anche imperfetto, è meritevole di una possibilità. L’Italia (e l’Umbria) merita che io combatta insieme agli altri per renderla migliore. Oggi so che il lavoro e la carriera non sono tutto e che, spesso, è più importante l’amore di chi ci circonda. Ho anche imparato che un lavoro stabile non ti farà felice se non hai nessuno con cui fare due chiacchiere e prendere un caffè; se non sei lì a vivere la prima cotta di tua nipote o quando tuo padre è in ospedale. Come direbbe C. Johnson McCandless “La felicità è reale solo se condivisa”. Soprattutto ho imparato sulla mia pelle cosa significa essere “l’altro”, lo straniero.

Questa è la lezione più importante, anche per me, che mi sono sempre ritenuta più accogliente che tollerante. Quando sei tu l’ospite, tutto cambia e scopri bassezze che non credevi possibili. Il razzismo peggiore è quello delle piccole cose: quello di chi ti invita in un gruppo, salvo poi fare finta che tu non esista; quello di aziende internazionali dove la lingua ufficiale è l’inglese, che non ti assumono se non parli finlandese ad un livello per loro accettabile; quello di chi ti guarda con malcelato disprezzo quando ti sente parlare italiano al telefono o che si sorprende dei tuoi capelli biondi e occhi azzurri perché pensava tutti gli italiani bruni e pelosi. Ho deciso che voglio tornare, con in tasca le lezioni imparate . Voglio tornare e fare qualcosa per la mia Foligno, qualcosa di innovativo, che migliori la qualità della vita dei folignati… ho alcune idee, sto solo aspettando i tempi tecnici, perché dopo quasi otto anni non è facile riorganizzare tutto. Nel frattempo, se hai letto queste parole, ti invito a riflettere su come ti porrai la prossima volta che incontrerai sulla tua strada una migrante (o un migrante): quella persona potrei essere io, potresti essere anche tu. Non farla sentire straniera, non trattarla con paternalismo, con pietà; sii te stesso e prova a farla sentire davvero a casa.

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