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Bella e dimenticata, la montagna che esiste (e non solo in campagna elettorale)

Dal nostro numero di marzo, dedicato alla montagna folignate, Matteo Bartoli, Susanna Minelli e Lorenzo Monarca ci raccontano della loro inchiesta su questi luoghi,dando voce agli abitanti, a coloro che vivono la montagna ogni giorno. Tra speranze mai sopite, sano realismo, rassegnazione e disillusione un piccolo viaggio in una zona troppo spesso dimenticata della nostra comunità.

#CITTÀ #CENTROEPERIFERIE
Di Matteo Bartoli, Susanna Minelli e Lorenzo Monarca


Passando per bar e attività commerciali degli Appennini folignati, fermandosi a parlare con le persone, dimostrando curiosità e lasciandosi attraversare dalla curiosità altrui, si riesce con poco sforzo a superare l’apparente ineffabilità della montagna. Lanciando qualche stimolo e lasciando le persone riflettervici è possibile riuscire a farsi un’idea meno fumosa della situazione ed a impostare una riflessione sulle zone montane del nostro territorio.

Alle persone che abbiamo incontrato abbiamo chiesto di riflettere sulla loro comunità e dirci cosa ne pensano. Tutte partono esternando il senso di emarginazione che provano quotidianamente. Verde pubblico trascurato, raccolta rifiuti non sufficientemente capillare ed efficiente, servizi idrici obsoleti: i diritti passano come privilegi e si ha la sensazione che «per risolvere i problemi bisogna affidarsi a qualche santo in paradiso». Ci raccontano che «ad ogni elezione si parla della montagna», eppure i cittadini che la vivono affermano che negli ultimi 15 anni non si sono visti cambiamenti, e continuano a non vedersene oggi.


(In foto: Piccoli dettagli della montagna)

«Si ricordano di noi solo durante le campagne elettorali – afferma un imprenditore colfioritano. I primi giorni dopo queste ultime elezioni sembrava che effettivamente ci fosse una ritrovata attenzione alla cura del territorio montano, poi, di fatto, tutto è tornato come prima». A vedere bene, qualcosa sul governo del territorio in questi anni non ha funzionato. Le strade sono spesso dissestate, il marciapiede della strada interna di Colfiorito è divelto «esattamente come pochi mesi dopo che fu costruito» ci riferisce un commerciante. Le aiuole del verde pubblico abbandonate all’incuria: «quella davanti al negozio la curo io in primavera» afferma un’altra esercente del paese. 

(In foto: le strade di Colfiorito)

I colfioritani tengono a precisare che non vogliono sembrare «lamentosi», che si danno da fare, e infatti a dar loro ragione, tutti quelli che abbiamo incontrato ci hanno parlato non solo dei quotidiani problemi, ma anche delle potenzialità del territorio. Il vero leitmotiv delle conversazioni che abbiamo avuto con loro è composto da tante piccole frasi che si ripetono continuamente e che denotano una grande consapevolezza delle proprie risorse. «Questa comunità dà un valore aggiunto alla città, siamo 400 persone, di cui la metà con la partita IVA», «la nuova strada 77 a Colfiorito ha fatto solo bene alle attività», «su 17 alberghi nel comune 6 sono in montagna», «potremmo fare molto di più col turismo, basti pensare all’archeologia o all’oasi»,  «se cresciamo noi cresce tutta Foligno», «in passato si era pensato ad un campo sportivo per i ritiri calcistici». Insomma sentono che le potenzialità del territorio non sono dispiegate appieno e che il principale limite stia proprio nell’estetica, nel profondo stato di incuria del pubblico e nella conformazione architettonica che il paese ha assunto a seguito della ricostruzione dal terremoto. In pratica tutto ciò che impedirebbe a Colfiorito di diventare “la Cortina D’Ampezzo dell’Umbria”. Paragone ambizioso, ma esplicativo di quanto si può fare per migliorarsi. Madre Natura è stata più che generosa con queste terre in quanto a bellezza. 

(In foto: l’Oasi di Colfiorito)

Si arriva quindi a ragionare di urbanistica. Tutti convengono che il momento della ricostruzione fu fondamentale per Colfiorito, gestito per alcuni bene, per altri non molto. La ricostruzione ha fatto arrivare soldi, e quindi investimenti, interessi, attenzione. Tuttavia, finiti i soldi è arrivata l’emarginazione.

Ragionando abbiamo chiesto se la responsabilità di questa incuria diffusa fosse solo dell’amministrazione o se in qualche modo non fosse anche specchio della comunità, incapace di farsi sentire come unica voce. Gli intervistati hanno convenuto che anche «la mentalità dei colfioritani» non aiuta: «ciascuno guarda al proprio orticello», «i colfioritani non riescono a fare le cose insieme, non riescono a collaborare». 

Questo il tenore della discussione a Colfiorito, poi abbiamo preso la volta di Scopoli. Qui il discorso parte dallo spopolamento: «la ricostruzione ha permesso ad alcuni di sistemare la seconda casa e di tornare ad abitare qui, questo è stato certamente positivo» ma «i tempi sono cambiati e tutti in qualche modo si devono adeguare», «un tempo l’infanzia la si passava nelle piazze dei paesi, ora non c’è più molta voglia di socialità». «Noi abbiamo un’attività commerciale a conduzione familiare, vendiamo alimentari e prodotti di prima necessità alla gente del paese, magari anziani che hanno difficoltà a spostarsi. Abbiamo anche i nostri clienti che di passaggio si fermano, d’estate qualche turista. Per fortuna la nuova 77 ci sta aiutando». La nuova strada, effettivamente, è la vera grande svolta di questi territori, che vedono finalmente reale la possibilità di essere facilmente raggiungibili. Un aiuto non solo per la vita di tutti i giorni e i traffici commerciali ma anche per essere più attrattivi a livello turistico.

E dunque conseguentemente chiediamo del celebre svincolo e ci rispondono in più d’uno: «lo svincolo a Scopoli è del tutto inutile, anche se venisse costruito io prenderei la strada vecchia ora che la nuova ha deviato il traffico pesante, ci metto dieci minuti a scendere a Foligno. È un’opera che non serve».

Ma il problema anche per loro continua a restare quello dei servizi e del governo del territorio: «fortunatamente ancora resiste l’ufficio postale», «siamo lontani ma siamo cittadini anche noi, per portare un esempio lungo la strada spesso cresce l’erba a dismisura riducendo la visibilità, eppure se non ti raccomandi a qualche anima pia nessuno la viene a tagliare, solo il cimitero è ben curato». Si arriva così a parlare dei trasporti: «l’estate è un problema per i mezzi pubblici: tagliando quasi tutte le corse anziani e utenti con mobilità limitata restano isolati, d’inverno si garantiscono solo le corse per le scuole, tant’è che il comune tempo fa aveva finanziato di sua tasca alcune tratte fondamentali».

Anche qui la ricostruzione viene ricordata. «Dal 97 il mondo è cambiato. Ora Foligno è una città bella, ci sono molti locali, molte iniziative. La ricostruzione ha fatto bene anche qui, alcuni sono tornati ad abitare» ci dicono gli scopolani. 

Alla fine della discussione un uomo che ci stava ascoltando mentre beveva il caffè si è avvicinato e ci ha detto «per risolvere questi problemi servirebbero delle politiche mirate, ma non interessa a nessuno». E così fa capolino di nuovo il sentimento dell’abbandono. 

Ecco, in definitiva è stata una discussione con poche persone che, pur non potendo costituire un campione statisticamente rivelante, possono, per la rappresentatività dei singoli, disegnare una tendenza utile ad un ragionamento organico sulle frazioni montane.

Servizi in rovina, lavoro che se ne va, spopolamento e conseguente invecchiamento delle comunità: purtroppo è la realtà nella montagna folignate. L’amministrazione può molto. In capo a lei ci sono molte leve: organizzazione della macchina comunale, rappresentatività e collegialità delle scelte, interventismo economico, investimenti strategici, organizzazione dei servizi, attivazione dei fondi. Questo nel tempo è venuto a mancare, non solo qui, ma in ogni comune appenninico. L’amministrazione può molto ma non può tutto. Dall’Emilia alla Calabria la politica locale, con gli opportuni distinguo ed entro il ventaglio delle scelte, deve combattere contro il vento della storia. L’Appennino è impervio, improduttivo, inevitabilmente ai margini della globalizzazione di una società che guarda solo alla produttività e che emargina tutto ciò da cui non può estrarre profitto. Il compito della politica, se non vuole essere quello di ribaltare la piramide e di scegliere la sostenibilità anziché l’economia, deve essere almeno quello di governare i processi e di orientare le scelte. Nella fattispecie il compito delle istituzioni deve essere quello di elaborare con i territori appenninici una strategia di equilibrio delle urbanizzazioni, di redistribuzione della produzione del valore, di riedificazione dei servizi, di individuare una strategia orientata alla riqualificazione biologica del grande patrimonio del paese: l’intelaiatura sociale diffusa, eredità dei secoli, ciascuno coi propri saperi e ciascuno coi propri sapori.

Lo si può fare, lo si deve fare, lo si deve pretendere ad ogni livello politico ma lo si deve pretendere innanzitutto socialmente. Il cambiamento non ci sarà fino a quando non sarà socialmente desiderabile. Nell’attenderci e nell’augurarci questa volontà di intervento, ci facciamo portavoce nel breve tempo dell’appello unanime di questi cittadini che, come ci tengono a precisare, pagano le tasse come tutti gli altri: «almeno tagliateci l’erba e attappateci le buche!».

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