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Diario di bordo di un’infermiera domiciliare ai tempi del Coronavirus

Vanessa Casciola, infermiera presso il Servizio Cure Domiciliari di Foligno racconta le sue giornate lavorative in questo periodo di emergenza, fra difficoltà, paura e voglia di sorridere.

#LAVORO #SOCIETÀ #SALUTE #COVID-19
Di Vanessa Casciola

(In foto: Vanessa Casciola)


Da nove anni faccio l’infermiera presso il Servizio Cure Domiciliari della Usl di Foligno e Terni, territorio di Foligno. Andiamo nelle case di chi è malato o comunque è impossibilitato a muoversi, per effettuare prelievi, terapie o medicazioni; pochi minuti per un prelievo, di più (anche più volte a settimana se non tutti i giorni) in caso di medicazioni o terapie.

A gennaio si comincia a parlare di questa epidemia in Cina. Di se e quando potrebbe esplodere in Italia. Ho qualche giorno di ferie e il 29 vado a Roma. Scesa dal treno vedo persone di origini orientali con le mascherine e questo mi fa uno strano effetto. Poi a febbraio subisco un intervento e rientro in servizio sabato 22, pochi giorni dopo la notizia dei primi casi in Italia. Due giorni dopo dei colleghi sono convocati ad una riunione in Regione. Nei giorni successivi il contagio si espande prima nel Nord Italia, poi sempre di più verso Sud e i colleghi cominciano ad eseguire tamponi: in breve si dedicheranno esclusivamente a quello, come altri nel nostro servizio. Non hanno orario: iniziano la mattina e non sanno quando finiscono.

A quel punto ci hanno detto di indossare sempre le mascherine chirurgiche in servizio, e nei locali dove sono anche ambulatori sono stati collocati dei dispenser di gel disinfettante. C’è stato un brutto episodio all’inizio dell’emergenza: tra i vari ambulatori del centro di Foligno c’è quello dei prelievi, cui quotidianamente affluiscono decine di persone, che sono aumentate ulteriormente dopo la chiusura del punto prelievi dell’Ospedale. I primi giorni non c’erano indicazioni circa la gestione di questa mole di persone, ma una collega cercava di invitare gli utenti a non accalcarsi nello stretto corridoio che parte da lì. Una mattina un signore le ha risposto in malo modo : “Lei vada a fare il suo lavoro!!”.

Con l’aumentare dei casi sono aumentate le paure, le ansie, le raccomandazioni e… il lavoro. Dopo le mascherine è iniziato l’obbligo di eseguire un triage (telefonico se possibile, ovvero prima di partire) ad ogni paziente da cui dobbiamo recarci, per sapere se lui o qualcuno in casa ha sintomi riferibili al Coronavirus, se hanno fatto viaggi o il paziente sia stato ricoverato in ospedali con casi Covid. Il problema sono i pazienti ricoverati e dimessi di recente. Infatti la maggior parte dei pazienti che seguiamo sono anziani, cronici, spesso allettati, con ricoveri in ospedale piuttosto frequenti. L’ansia in questi casi cresce. 

Oggi la prima cosa che facciamo, dopo aver timbrato, è prendere la mascherina, che ci togliamo poi solo a casa, stiamo distanti tra noi e il più distanti possibile dai pazienti, dai familiari e dai badanti. Qualche famiglia, per paura, ha scelto, quando è possibile, di fare autonomamente le medicazioni (in qualche caso, addirittura, mi sono sentita quasi cacciata). Io chiedo, soprattutto in caso di prelievi, di voltare il viso dall’altro lato per aumentare la distanza ma spesso non mi capiscono: la maggior parte delle persone tende a osservare dove e come gli si fa il prelievo. Un giorno ho chiesto ad una signora, figlia di una paziente, di voltare la testa mentre mi aiutava a medicare la sua mamma: si è offesa, ma io volevo solo tutelarla. 

Si fa il triage ai nuovi pazienti con tanti dubbi e tante paure. Se ad un paziente sale la febbre, a noi sale l’ansia fino a che non gli viene effettuato il tampone.

Si entra nelle case delle persone cercando di sorridere come sempre ma a volte mi chiedo se dietro la mascherina riescano a vedere lo stesso il sorriso.

Ognuno di noi, poi, reagisce e scarica le proprie ansie in maniera diversa: chi cucina e porta cibo per la colazione, chi parla di teorie e prospettive. In due case ho trovato il dispenser del gel all’ingresso, ovvero cortesie per gli ospiti ai tempi del Coronavirus.

Qualche paziente aspettava per marzo un intervento risolutivo, alcuni attendevano controlli: tutto rimandato a data da destinarsi. Qualcun altro è spaventato per nuovi sintomi ma non sa a chi rivolgersi per la difficoltà a raggiungere lo specialista che lo segue: anche i medici di medicina generale ora ricevono per appuntamento e inviano ricette via mail.

Per ultime le mie mani: fino a qualche giorno fa sanguinavano a furia di lavarle e passare il gel, ora sembrano semplicemente cartavetrata.

Per me che vivo sola il lavoro è un rischio, ma anche un’ancora, il motivo per alzarmi la mattina. I miei genitori vivono al piano di sotto ma mi tengono comunque a distanza e sia io che loro vediamo le nipotine sulla strada o in videochiamata. E mentre tutti attendiamo la fine di quest’incubo, che ci ha fatto sapere che non siamo né immortali né invincibili (se mai ci fosse venuto in mente), noi infermieri attendiamo con fiducia di poter tornare a toccare liberamente i malati e mostrare di nuovo i nostri sorrisi. 

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