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La pandemia dei contratti a chiamata e il virus del lavoro nero

Susanna Minelli analizza, raccogliendo varie testimonianze, le conseguenze della pandemia sui lavoratori non sempre regolari, costretti ad accettare contratti a chiamata o addirittura in nero per situazioni di necessità, perché spesso non si ha altra scelta. Il Covid-19 non ha fatto altro che mettere a nudo tutte le storture e le ingiustizie di questa realtà che è sotto gli occhi di tutti noi.

#SOCIETÀ #LAVORO
Di Susanna Minelli


Gli sfoghi su youtube. Le interviste a campione sui tg. E quelle sui quotidiani locali. La crisi economica messa in atto dal coronavirus ha nomi e cognomi, e anche volti. Industriali preoccupati, imprenditori più o meno grandi, o più o meno piccoli, ma comunque sull’orlo del baratro. I flash mob,  le proteste, i post copia – incolla su Facebook, le lettere delle associazioni di categoria a Conte, i fondi pubblici. I prestiti. Gli atti d’amore che dovrebbero concedere le banche, ma anche quelli che dovrebbero concedere i piccoli imprenditori, aggiungo io. Tipo, contratti dignitosi ai propri dipendenti. E  vediamo perché. Perché? Domanda retorica. Perché poi arriva la pandemia, e succede che chi con il contratto a chiamata lavorava sette giorni su sette e riportava a casa anche un migliaio di euro al mese permettendosi così di pagare affitto, bollette e sostentamento, da un giorno all’altro si ritrova a zero. È vero, è buona prassi mettere da parte qualche soldino, ma non sempre le cose vanno come devono e il più delle volte con un migliaio di euro se si vive da soli si arriva pari alla fine del mese. E “farsi una vita” è  un diritto prima che un dovere. La storia di Andrea, barman – nome di fantasia, per ragioni di opportunità – è emblematica. Venticinque anni ma con esperienza nel campo da vendere e da circa un anno dipendente di un locale folignate. “Ho un contratto a chiamata ma di fatto  sono uno di quelli che lavorano tutte le settimane sei giorni su sette. Il compenso è stato ottimo fino al mese di gennaio. Riuscivo a prendere anche 1500 euro al mese, buona parte di questi, però erano in nero – ha raccontato  Andrea – Potevo condurre uno stile di vita più che dignitoso, mantenermi pagando l’affitto di casa, ma anche dare qualche aiuto alla mia famiglia che non abita con me visto che ho fatto la scelta di vivere da solo. Poi all’inizio di marzo è arrivata ufficialmente la pandemia. La morale è stata, che di fatto, avendo un contratto del genere, mi sono  ritrovato a non percepire più nulla. Dai 1500 euro che prendevo mensilmente seppur con molto sacrificio, sono arrivato a zero. E  purtroppo non ho ancora notizie da parte dei miei datori di lavoro sul come e quando potrò tornare a lavorare nonostante dal 18 maggio le attività ristorative e di somministrazione sono tornate a funzionare. Mi sembra, quindi, che c’è il serio rischio che mi debba sin da subito mettere alla ricerca di un nuovo impiego. Fortunatamente qualche soldo da parte lo avevo messo e questi quasi tre mesi di lockdown alla fine sono riuscito a superarli”. Non ci si pone la domanda sul perché si accettino questo tipo di contratti quando è più che chiaro che il contratto a chiamata sembra essere la regola per poter lavorare. In nero. Visto che, a quanto emerge da più voci, le giornate attivate sono una minima parte: i datori di lavoro decidono di rischiare. Le motivazioni che vengono addotte dietro questa scelta sono molte e non entreremo nel merito in questo numero. Ma entreremo nel merito della scelta di dire sì a questo regime. “In altre modalità è difficile lavorare nel mondo della ristorazione – racconta Luisa, 24 anni– Ho lavorato in diversi locali del posto e sempre mi è stato proposto questo tipo di contratto che poi equivaleva  ad essere pagata in nero. Tranne in un caso, in cui il mio datore di lavoro, un ristoratore, ha sempre rispettato alla lettera i dettami imposti dal contratto a chiamata”. Per la maggior parte delle volte infatti a reggere l’economia di determinati settori sono proprio i giovani, fra i quali molti si avvicinano al mestiere della somministrazione per avere qualche entrata personale per non pesare sull’economia dei genitori in toto mentre si dedicano agli studi e quindi in casi, di perdita o di stop del lavoro sono coperti dalle famiglie. “Chiaramente come molti altri non lavoro più da marzo – racconta Michele, 22 anni, che lavorava saltuariamente in un locale del centro – avevo il contratto a chiamata e ora piano, piano, a turno con i miei colleghi potrò tornare a lavorare visto che con molta probabilità con le nuove norme il lavoro sarà contingentato. Io sono fortunato perché ancora vivo con i miei e quindi un tetto sopra la testa ce l’ho, ma penso a tanti miei colleghi che hanno dovuto tirare la cinghia e non poco in questi due mesi che non hanno percepito nulla”.  Ciò che occorre sottolineare è che la pandemia non è la causa della disperazione di questi lavoratori, è solamente il mezzo attraverso il quale si è squarciato il velo su una realtà che da molti era sopportata in virtù della filosofia del “tirare a campare”. Sì, ma solo per chi è alla base della spietata piramide dell’economia. Un’economia che non può far a meno di tirare in ballo il suo lato sommerso. Quello dei lavoratori in nero per scelta. Perché lavorare in nero, molte volte è, sì, una scelta, ma obbligata dalle necessità. La storia di Alessia ne è l’esempio. Alessia ha 40 anni e ha un diploma da estetista, con specializzazione in onicotecnica. Ha lavorato in diversi centri estetici fino a circa 8 anni fa, poi la scelta di lasciare il lavoro per seguire meglio i suoi bimbi. Alessia a quel  tempo era ancora sposata con l’ex marito, poi la separazione. “Io non percepisco alcun mantenimento da mio marito, gli alimenti vanno solo ai miei due bambini. Lui non lavora più in città e i bambini sono stati affidati a me. Devo dire che ho provato diverse volte a lavorare in regola nei centri estetici, ma la paga era davvero poca, e i contratti che si stipulavano non prevedevano né ferie, né malattia e non avendo nessuno che si poteva occupare dei miei bimbi ho provato ad assumere una baby sitter. Purtroppo però mi sono resa conto che poi non riuscivo a farcela. I soldi dello stipendio andavano tutti in una direzione lavorando sei giorni su sette. Quindi ho deciso di mollare e ho iniziato a lavorare a casa in nero. Le spese così sono diminuite notevolmente e ho cominciato a poter permettermi una vita un pochettino più dignitosa. So che la mia condotta non è corretta, ma sono costretta ad agire in questo modo essendo sola e avendo due bambini piccoli a cui badare. Allo stesso tempo sento di avere la coscienza a posto, perché non lo faccio per avidità ma per sussistenza. È chiaro che il mio sogno è di lavorare in regola, ma con un contratto e uno stipendio che mi permetta di essere anche madre oltre che lavoratrice”. Ma veniamo al dunque, alla situazione che si è creata con la pandemia. “Chiaramente con le restrizioni io ho smesso di lavorare – afferma Alessia – Ma non nascondo che molte clienti hanno chiesto di poter venire. Io non me la sono sentita di riceverle, per il semplice fatto che per me sarebbe stato davvero un doppio rischio portarle in casa mia durante il lockdown per erogargli i servizi. Ma so che molte estetiste in nero hanno comunque rischiato e hanno continuato a lavorare durante l’isolamento. Non giudico nessuno, perché nella mia condizione ritengo di essere fortunata avendo messo qualche soldo da parte che mi ha permesso di resistere in questi mesi di fermo. Si vive alla giornata, essendo consapevoli che se dovessi ammalarmi sarebbe un vero disastro e che allo stesso tempo non avrò diritto ad alcuna pensione stando così le cose. Il mio sogno tuttavia continua ad essere quello di lavorare in regola, ma con contratti dignitosi per me e per le mie competenze.”.  Appunto un sogno. Un sogno che in un mondo giusto dovrebbe essere un diritto. Da Varese a Caltanisetta dovremmo renderci tutti conto che l’Italia dei lavoratori in buona parte è anche questo. O meglio, più che rendersene conto, dovremmo agire ed esigere che le cose cambino. Magari cominciando uno per uno a dire no a certe condizioni. Una rivoluzione che parta dal basso, dalla consapevolezza della propria condizione. Mattoncino dopo mattoncino, per costruire qualcosa di più dignitoso e di diverso. 

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