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Salviamo la repubblica di Frigolandia

Siamo andati a trovare Vincenzo Sparagna a Frigolandia, la città ideale sotto sgombero dal comune di Giano. Lo abbiamo intervistato e abbiamo fatto un tuffo negli anni d'oro del fumetto d'autore italiano. Ma abbiamo chiesto anche molto altro.

#CULTURA #LETTURE #STORIAEMEMORIA
Di Susanna Minelli e Matteo Bartoli
In foto: particolare del museo dell’arte maivista


In foto: il museo dell’arte maivista


Link alla petizione per salvare Frigolandia: https://www.change.org/p/al-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-salviamo-la-repubblica-dell-arte-di-frigolandia-dall-assurda-minaccia-di-sgombero?recruiter=833438794&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition

Link al sito di Frigolandia: https://www.frigolandia.eu/


Arriviamo nella prima repubblica marinara di montagna e oltrepassiamo il cancello con la grande scritta in ferro «Frigolandia». Vincenzo Sparagna ci fa vedere il museo, la redazione, l’archivio, le opere. Poi la Casa degli Oblò e la Casa Rosada, gli edifici per l’accoglienza dei visitatori col passaporto della repubblica. Ma anche il Teatro Naturale di Oklahoma, ispirato ad America di Kafka e realizzato dal folignate Luciano Biscarini col legno che era della «Jack London’s hut»: una capanna in legno che «malgrado fosse entro i 12 metri quadri previsti dal contratto, il comune ci ha fatto demolire perché non avevamo chiesto loro di costruirla». Ci sediamo poi intorno alla sua scrivania, in una stanza che, come le altre, è piena di quadri, libri e riviste.

In foto: Giano vista da Frigolandia

Come nasce Frigolandia?

Frigolandia si insedia per puro caso a Giano nel 2005. Il sindaco del tempo ci fece conoscere questo posto abbandonato: un’ ex colonia di Balilla inaugurata da Mussolini. Due bandi per l’affidamento erano andati deserti, anche perché giustamente veniva richiesto un canone annuo, oltre che tutte le spese di ristrutturazione e di cura del parco che circonda la struttura. Comunque a quel tempo abbiamo firmato questo contratto per dieci anni con rinnovo automatico, salvo nostra indisponibilità comunicata un anno prima del rinnovo. Noi poi abbiamo rimesso a posto tutto: infissi, tetto, pavimento, abbiamo portato camion di terra, piantato alberi. Tutto questo nell’arco di anni, comunque con grande impegno anche di tanti ragazzi. La vera fatica è stata trasportare la redazione da Roma. Pensate che adesso qui ci sono circa 60 tonnellate di carta cui segue uno straordinario sforzo di archiviazione, poi ci sono 500 quadri in cornice, 3000 tavole quadri a olio  diverse sculture, fra cui alcune in legno del folignate Luciano Biscarini.




















In foto: museo dell’arte maivista e alcune opere in legno di Biscarini

Il comune purtroppo è dal 2008 che ci dimostra ostilità. Sulla base di una campagna fatta da qualche gruppuscolo di estrema destra locale, secondo cui siamo dei «pericolosi estremisti di sinistra». Una leggenda che fa abbastanza sorridere e che prende spunto da quella volta che qui a Frigolandia fu organizzata un’innocente conferenza stampa pacifista con Oreste Scalzone. Scalzone non ha mai fatto lotta armata, solo che molti anni addietro era stato incriminato per associazione sovversiva. Fu messo in carcere dove in un anno dimagrì moltissimo, si ammalò e rischiò di morire. Fu fatto evadere dall’amico Gian Maria Volontè e poi portato in barca in Olanda da dove poi raggiunse la Francia beneficiando della dottrina Mitterand. Prescritto il reato poté tornare in Italia e lo fece addirittura invitato da una parte del governo di allora, ovvero dai parlamentari di Rifondazione Comunista. Ma, per non dare l’idea di essersi iscritto – cosa che mai si sarebbe immaginato – facemmo noi, come prima uscita pubblica, una conferenza stampa. D’altronde collaborava con Frigidaire dal 1982 e noi non avevamo proprio niente da nascondere, tant’è che abbiamo fatto questo banale e innocuo incontro. Apriti cielo, hanno iniziato a dire «a Giano hanno vinto le Brigate Rosse» e altre assurdità. Io reagii scrivendo una lettera ironica a Veronica Lario dicendo «signora Veronica venga lei perché non sappiamo più come tenerli». Lei non rispose.

In foto: Vincenzo Sparagna nella sua scrivania

In foto: un particolare dal Cannibale

Come si è arrivati fino ad oggi?

Noi l’avevamo presa come una barzelletta, ma in quel caso la giunta comunale traballò e quindi decise di avviare una causa di sfratto per morosità. Ma era sostanzialmente un’invenzione e grazie al nostro avvocato Claudio Franceschini di Foligno – ora peraltro ci segue il figlio – riuscimmo a bloccare lo sfratto decretato d’ufficio e poi a vincere la causa nel 2012. Nel 2015 ci arrivò nuovamente una lettera dell’ufficio patrimonio: alla scadenza del contratto ce ne saremmo dovuti andare. Gli riscrivemmo dicendogli che avevamo tutto il diritto di restare. Nel 2016 ci inviarono un’altra lettera dicendoci che il nostro pagamento del canone lo avevano ritenuto un rimborso per il fatto di non essercene andati. Noi abbiamo ribadito che avendo pagato regolarmente non potevano mandarci via. La stessa cosa accadde nel 2017 e nel 2018, senza che mai si degnassero di risponderci. Pensate che un tempo il sindaco ci veniva pure a trovare…

In foto: il museo dell’arte maivista

Ed oggi?

L’11 marzo, in piena emergenza coronavirus, il comune – che intanto ha cambiato schieramento – ha pensato bene di emettere un’ordinanza di sfratto. Io vi dico anche che ci sono verbali dal consiglio comunale in cui qualche consigliere dice «ma è possibile che non riusciamo a mandarli via? qualche avvocato troverà una scusa per poterli cacciare».

In foto: cartonato di Cicciolina. Da un celebre copertina di Frigidaire nacque una sua candidatura in Parlamento.

Mi chiedo come sia possibile che degli amministratori ignorino o decidano di ignorare il fatto che in questi anni noi abbiamo organizzato decine e decine di mostre, presentazioni di libri, ed altre attività culturali che hanno portato tanti avventori a Giano da tutta Italia, in un territorio che altrimenti di turismo non ne vedrebbe molto altro. Frigidaire è letto in tutta Europa ma anche in America, ed è probabilmente la rivista umbra più diffusa sul piano nazionale. Eppure ora ci arriva questa ordinanza che è più antipatica delle altre e ci costringe a fare ricorso al Tar, che dovrà accertare se hanno possibilità di stracciare retroattivamente il contratto del 2005. Se l’ordinanza fosse confermata, ci metterebbe in condizione di chiedere una montagna di danni al comune di Giano dell’Umbria. Pensate che intanto, da quando abbiamo lanciato la raccolta firme per salvare Frigolandia, mi hanno contattato alcuni sindaci di altre città per chiedermi di insediarmi da loro. Fra questi, alcuni anche di destra. Ma il vero problema è il costo dello spostamento di tutto il materiale che abbiamo. Pensate che io immaginavo di lasciare in eredità alla comunità il “Museo dell’arte Maivista”.

In foto: una copertina de Il nuovo male

Perché secondo lei il Comune ha incominciato questa guerra?

Ho l’impressione che il Comune non voglia che a Giano arrivino turisti. E ho l’impressione che, dietro lo slogan «restituiamo ai gianesi questo spazio» – come se non fosse stato riqualificato anche a loro beneficio – ci sia la miope idea di abbandonare il territorio a piccole operazioni non lungimiranti.

In foto: l’esterno della struttura principale

Eppure Frigidaire è una rivista molto importante.

Ci sono persone che ci scrivono tesi di laurea e proprio in questi giorni sto rispondendo alle domande di alcuni di loro. Tempo fa è venuto pure Kevin Repp, il professore che gestisce la Library dell’Università di Yale, è rimasto 5 giorni a spulciare riviste e ci ha comprato una parte dell’archivio per portarlo a Yale e studiarlo: mezza tonnellata di materiali. La rivista si è intrecciata con la storia di 4 o 5 generazioni di fumettisti, in particolare negli ultimi tempi molti giovani hanno portato fermento. Infatti, voglio dire ai migliori giovani umbri e italiani: fate vostra questa storia. 

In foto: tesi di laurea intitolata “I ragazzi geniali di Frigidaire”

Ma allora raccontaci la storia di queste riviste.

Nel ‘77, in pieno movimento, Tamburini insieme a Mattioli si inventarono «Cannibale», riprendendo un rivista dadaista degli anni Venti. Il primo numero fu di 300 copie su carta rubata. Dopo iniziammo ad editarla con «Il Male», una rivista di satira fondata da Pino Zac. Il Male fece vendite incredibili anche perché ci inventammo i falsi giornali: prima la falsa Repubblica, poi la falsa Unità e tanti altri. La falsa Unità ci fece passare da 16mila copie a 40mila in un solo numero.


In foto: i falsi su Ugo Tognazzi capo delle BR

Era il tempo del compromesso storico, io era appena entrato al Male e nel terzo numero scrissi un editoriale firmandomi Tersite, l’antieroe pacifista della guerra di Troia, intitolato «O tempora o Moro». Una critica molto seria – che mi vedrebbe concorde ancora oggi – in cui sostanzialmente dicevo che il governo di unità nazionale che si andava profilando grazie a PC e DC avrebbe aperto praterie di critica sia a sinistra che a destra. Non che non fosse giusto mettere da parte la conventio ad escludendum contro i comunisti, ma questo avrebbe radicalizzato ancora di più la lotta armata. Dopodiché, nel numero seguente in cui facemmo questa cavolata de «le mani dei potenti »per una di queste feci una previsione, che mio malgrado risultò vera. Sulla mano di Moro scrissi che sarebbe stato incarcerato e che avrebbe fatto una brutta fine. Io ovviamente mi riferivo ad uno scandalo giudiziario in corso, ma una settimana dopo ci fu il rapimento. Fu un diavolerio, ma noi ci schierammo a nostro modo, ovviamente satirico e paradossale, contro la linea della fermezza per liberarlo davvero.

In foto: Il lunedì della repubblica

Poi ci fu l’elezione di Pertini e Wojtyla a seguito della morte di papa Luciani e noi, che stavamo protestando contro i sequestri che facevano del nostro giornale, facemmo una sorta di discorso di Giovanni Paolo III dal balcone della nostra redazione. Quindi mi arrestarono.

Raccontaci di più.

La sera della conferenza stampa arrivò la polizia in redazione, allora scappammo tutti sul tetto. Io decisi di andare a mediare e portai con me Carlo Zaccagnini – il figlio del segretario della Democrazia Cristiana che collaborava con noi – ma la polizia decise di portarci in commissariato per farci delle domande. Mentre stavamo andando, arrivò un ragazzo ventenne che era curioso di vedere la redazione del Male di cui in molti parlavano. Il commissario mi chiese se anche lui era dei nostri ed io gli risposi di no. Nemmeno sapevo come si chiamava! La reazione da poliziotto furbo fu quella di portare in commissariato pure lui. Lì scoprii che il suo nome, ironia della sorte, era Nicola Sacco.

Quando in commissariato scoprirono di aver trattenuto il figlio del segretario della DC, lo liberarono immediatamente. Io e il malcapitato Sacco, invece, fummo portati in arresto a Regina Coeli, dove venimmo messi in isolamento.
L’accusa era di vilipendio della religione di stato, perché avevamo usato abiti sacri. Io, in interrogatorio di garanzia, dichiarai che mi ritenevo prigioniero di stato in quanto era offensivo per la religione stessa pensare che quei quattro stracci, usati per ragioni teatrali, potessero vilipenderla. Il giudice, un po’ irritato da questo, minacciò di farmi restare in prigione. Intanto fuori c’erano i movimenti che chiedevano «libertà per Sacco e Sparagna». Esilarante.

In foto: uno dei dissacranti falsi

In cella mi vennero a trovare Luciana Castellina ed Emma Bonino, che all’epoca erano deputate e quindi avevano diritto di visitare i detenuti. Chiesi loro se avevano qualche libro da darmi ed Emma Bonino tirò fuori dalla borsa le lettere dal carcere di Aldo Moro. In questo grande contrappasso, prima di essere scarcerato, le imparai quasi a memoria.

L’attività editoriale come continuò?

Cannibale, con 5 numeri in totale, stava accumulando perdite, perché era una rivista davvero sperimentale e rivoluzionaria, ma riuscì a coinvolgere Scozzari, Pazienza e tanti altri grandi fumettisti. Mentre Il Male andava a ruba. Decidemmo così, nel giugno del ‘79, di chiudere Cannibale. Ne fui molto dispiaciuto perché lì ci fu vero fumetto d’autore, iperrealista, d’avanguardia. Il Male era un grande giornale, però era un po’ stretto nel recinto della satira e della carta povera. Io invece avrei voluto esplorare anche il mondo del reportage, della fotografia, della letteratura e, insieme al gruppo del Cannibale, iniziammo a pensare una nuova pubblicazione.

In foto: redazione di Frigidaire nel 1982

Iniziai a cercare fondi, sentii Carlo Caracciolo, Oreste Del Buono ma non se ne fece nulla. Così, visto che ero amico di Paolo Flores d’Arcais, all’epoca direttore di Mondo Operaio organo del Partito Socialista, riuscii ad ottenere dei finanziamenti da alcuni milanesi. Uscì il primo numero di «Frigidaire», ma evidentemente avevano equivocato sui contenuti, probabilmente ci immaginavano meno scandalosi e antisocialisti. Loro abbandonarono la società e da quel momento dovetti iniziare a firmare tantissime cambiali. Ma Frigidaire si trovò un suo pubblico e crebbe come rivista, anche dal punto di vista delle collaborazioni di livello. Il nostro scopo era raccontare l’evoluzione della società e, con un po’ di intermittenza, lo abbiamo fatto fino ad oggi.

In foto: una copertina di Frigidaire con Ranxerox

Parlaci dei vostri falsi. La vostra satira è sempre stata molto dissacrante e allo stesso tempo politica.

Già con il Male facemmo due falsi per combattere i regimi sovietici dell’est. Il primo in Polonia nel ’79, in contemporanea con la prima visita del Papa. Titolava «sciolto il POUP, Wojtyla sul trono di Polonia». Distribuito clandestinamente e scritto in polacco s’intende.

Poi nel 1980 sfruttai i miei rapporti parigini per entrare in contatto con i dissidenti russi di Parigi – all’epoca ero nella redazione di Charlie Hebdo – che mi aiutarono a tradurre in russo e a fare questa Pravda falsa.

In foto: la falsa Stella Rossa in russo

Nell’ ‘83 invece con Frigidaire facemmo un falso della Stella Rossa, che era il quotidiano delle forze armate sovietiche, e lo andammo a diffondere nell’Afghanistan occupato. Praticamente camminammo chilometri a piedi fra le altissime montagne afghane e arrivammo a distribuirlo fino a Kabul. Rischiammo davvero di rimanerci. Il titolo era «basta con la guerra, tutti a casa» e annunciava la fraternizzazione delle truppe sovietiche – che erano mezzo milione di persone – con i combattenti afghani. Fu l’unica volta che i guerriglieri collaborarono unitariamente perché si convinsero che era una buona mossa di guerra psicologica ai sovietici, ed effettivamente in copertina c’era un soldato sovietico che spezzava un kalashnikov.

In foto: falsa Stella Rossa in italiano

Torniamo alle riviste.

Nell’ ’85 feci un’altra rivista con Pazienza che si chiamava «Frìzzer, tutto ciò che il buonsenso sconsiglia in una rivista formato famiglia». Nata curiosamente dal fatto che entrambi scoprimmo di essere traditi dalle nostre compagne, Betta la compagna storica di Andrea e io da Luisa.

In foto: Sparagna e Pazienza

Frigidaire ormai era una rivista serissima, reportage dal tutto il mondo, pareri molto autorevoli. Ma noi volevamo anche qualcosa di più vivace. Mi sarebbe piaciuto che la dirigesse Andrea, ma lui preferì fare l’imprinter. Volle pubblicare le mie opere degli anni Sessanta che non erano né fumetti né illustrazioni né disegni. Nacque così la nostra poetica ribelle di opere che esistevano ma nessuno aveva mai visto: «l’arte maivista», con tanto di dichiarazione artistica e «critica maivista all’arte maivista». Insomma ci divertivamo.

In foto: Tamburini e Sparagna

Su quelle pagine uscirono le migliori tavole a colori di Andrea, anche se spesso disegnavamo a quattro mani. Ma nel 1986 morì d’overdose Stefano Tamburini, nostro caro amico e grandissimo collaboratore sin dai tempi del Cannibale. Non ci andava più di scherzare e chiudemmo la rivista.

Come proseguì?

Quelli furono gli anni più difficili: nell’’88 morì anche Andrea Pazienza per overdose.

Per giunta Amato, che all’epoca presiedeva la commissione per l’editoria, ci depennò dalla lista dei rimborsi per l’acquisto della carta. Al tempo si poteva comprare solo carta italiana in sovrapprezzo a 1500 lire al chilo, di cui 500 finanziati dallo stato. Noi dovevamo avere ancora i rimborsi dell’ ’82, dell’ ’83 e dell’ ’84, tantissimi soldi. Praticamente ci hanno derubato di 600 milioni di lire.

In foto: altri lunedì della repubblica

Nel ‘90 ci fu il rilancio perché facemmo «il Lunedì della Repubblica», una rivista che, come le altre, mischiava vero e falso, sempre col gusto del paradosso. Al tempo Repubblica non usciva il lunedì e poco dopo fummo acquistati da Caracciolo stesso per 50 milioni di lire. Avremmo potuto chiedere molto di più, ma avremmo dovuto giocare di sponda con Berlusconi, che al tempo provava a comprare La Repubblica. Ci accontentammo. Ma nel ’96 i debiti ci sovrastarono, non tanto perché il giornale non vendeva, quanto per gli spostamenti di interessi e interrompemmo le pubblicazioni.

Poi nel ‘98 abbiamo pubblicato un fotoromanzo del viaggio clandestino di Scalzone in Italia, una sorta di trentennale del ‘68.

Siamo riusciti in edicola nel 2001 raccontando un fantastico viaggio che feci in Cina.

Come siete arrivati in Umbria?

Ci arrivammo quando dovemmo spostarci da Roma. Avevamo la redazione in una villa affittatami da una mia amica a pochi soldi, che però purtroppo dovette vendere a due palazzinari terribili. Questi, che volevano solo specularci, ci pagarono addirittura una buonuscita. Quasi meglio i palazzinari che il Comune di Giano, almeno sono stati più onesti, ci hanno detto esplicitamente che ci dovevano guadagnare.

In foto: gli ultimi numeri del nuovo male e di Frigidaire. Sotto in copertina Gialla il primo numero in assoluto di Frigidaire

Fu un occasione di ripensamento e così nacque qui a Giano Frigolandia, la nuova serie del «mensile popolare d’elite» che univa una nuova generazione di autori ai vecchi collaboratori e che arriva fino ad oggi. Io ora voglio lasciare il giornale all’autonomia creativa dei nuovi autori.

Una bellissima storia. Ma come nasce lo Sparagna che conosciamo?

Nasce a Bagnoli in una famiglia particolare. Mio padre era un navigante, poi un’autodidatta di greco e latino, poi un grande pittore malgrado facesse l’insegnante elementare. Recentemente ho scritto pure un libro su di lui. Io così ho imparato a disegnare presto ed a leggere e scrivere prima dei 5 anni.

In foto: il romanzo di Cristoforo Sparagna

Negli anni Sessanta ho iniziato a seguire la politica come militante. Fondai la Sinistra Universitaria ed insieme ad altri portai a Napoli il movimento studentesco. Io continuavo a disegnare ma mi occupavo anche di altre arti. Nel ‘65 riuscimmo a mettere in scena per la prima volta un testo di Ionescu. Nel ‘67 facemmo una riunione del movimento studentesco a Milano dove conobbi Sofri, Curcio ed altri capi nazionali prima che prendessimo altre strade. Nel ‘69 a 23 anni mi sono trasferito a Roma, sia per seguire le lotte, che per frequentare corsi di disegno. A Roma fondammo Avanguardia Operaia. Io ero nella segreteria esteri e scrivevo per il giornale. Ma criticavo anche la Cina e, mentre ero a fare il militare, fui radiato per «soggettivismo piccoloborghese», perché avevo deciso di fare un figlio nell’anno decisivo della lotta di classe.

Quindi andai in Cile invitato dal sindacato degli insegnanti del sud. Era l’estate del ‘73, l’epoca di Allende. C’erano grandi spinte popolari e fui mosso dall’inseguire questa rivoluzione che altrove si era rivelata fallimentare. Mettemmo in piedi un progetto, coordinato dall’università di Lancaster in Inghilterra, per fare una comunità di 300 persone nel deserto freddo a sud di Conception basata sull’ecologismo integrale e sull’antiautoritarismo. Queste erano le cose che si potevano fare con Allende. Così Pinochet pensò bene di fare un massacro. Quindi scappammo attraverso le Ande nell’Argentina del generale Peron.

Tornai in Italia e iniziai a scrivere per il Manifesto. Poi partii per Cuba per fare tre mesi di lavoro volontario con la «Brigata internazionale Jose Martì». Conobbi i grandi della Nueva Musica Cubana, ma mi accorsi che il paese era un disastro e che la sovietizzazione era irreversibile. Poi andai in Portogallo e vidi la Rivoluzione dei Garofani, intanto continuavo a mandare corrispondenze al Manifesto.

In foto: le rose della scrivania

Continuai a viaggiare molto: Messico, Guatemala, Brasile, Stati Uniti. Con Sandro Ruotolo, che all’epoca era un giovanotto del Manifesto, andai in Argentina dopo il colpo di stato di Videla passando clandestinamente dal Paraguay. Portavo messaggi per i vari gruppi di opposizione vivendo clandestinamente a Buenos Aires in un periodo terribile. Moltissimi amici furono ammazzati crudelmente. Scappai con Sandro quando stavo per essere scoperto dalla polizia. Mi ricordo quest’alba un po’ nebbiosa, attraversammo il Rio della Plata rosso di sangue per raggiungere l’Uruguay.

Poi girai tutto il Maghreb e l’India. Insomma ho passato una vita a cercare finanziamenti per lavorare gratis.

Cosa hai da dire alle nuove generazioni?

Intanto voglio dire e ribadire che, salvo casi limite, io sono contro l’uso delle armi. La politica come diceva Aldo Natoli, un vecchio e saggio militante, è l’arte della convinzione. Noi le persone le dobbiamo convincere.

Oggi le ragioni per essere contro questo sistema allucinante che ci sta portando al disastro sono anche maggiori di quelle di una volta. L’avvelenamento del pianeta è cresciuto sino a diventare sterminio sistematico delle specie viventi e progressivamente anche estinzione dell’umanità. Il sistema di vita è diventato completamente insostenibile. Esistono megalopoli di 20 milioni di abitanti con immense baraccopoli, non solo in Africa, ma anche in America Latina ed Asia.

In foto: particolare dal museo dell’arte maivista

Dobbiamo necessariamente cambiare modello di sviluppo. Ma poi che significa? Adesso tutti parlano della ripresa, ma in pochi si chiedono come e cosa dobbiamo riprendere a produrre. Produrre tanto per produrre è la logica malata del capitalismo nella sua fase distruttiva e anarchica. Basta pesticidi, basta plastica negli ecosistemi, basta colonialismo, basta industria delle armi, basta Sarno e delta del Niger.

Le ragioni della ribellione si sono moltiplicate, serve ragionare sulle forme. Non si può dire «a me non interessa, tanto non cambia niente».

C’è il rischio che, proprio perché si sono moltiplicati i problemi, le persone tendano ad individualizzare.

Già, ma è come se un medico ci dicesse che i nostri polmoni non funzionano e dobbiamo smettere di fumare e noi, visto che rischiamo di morire, ci mettessimo a fumare come disperati. L’individualismo è il più forte elemento ideologico che difende il sistema, che poi è un sistema astratto. Salvini, Di Maio, il sindaco di Giano non contano molto. Il sistema è tendenzialmente anarchico e impersonale.

In foto: particolare dal museo dell’arte maivista

L’impresa di cambiare il mondo è gigantesca ma ciascuno di noi può fare moltissimo, non tanto nel suo spazio individuale, quanto in quello spazio individuale che ha una precipitazione collettiva. Voi ad esempio state facendo un giornale che è la responsabilità del parlare ad altri.

C’è una bellissima poesia di Brecht che racconta di una notte del freddissimo inverno newyorkese con un barbone che dorme all’addiaccio ed un uomo che lo aiuta a passare la notte al caldo. Brecht dice che il mondo non è cambiato, le guerre e lo sfruttamento continuano ad esserci, eppure quell’uomo ha dormito al caldo. Il piccolo gesto non va sottovalutato e ciascuno di noi può fare molte cose: più ne fa e meglio è. La cosa triste è vedere così tante persone che si chiudono dentro il particolare e l’individuale.

Voglio finire ricordando una frase che mi disse Alfonso Leonetti mentre lo intervistavo per un libro che ho scritto a metà anni Settanta dal titolo «Dopo l’ottobre». Questo libro era un’analisi della politica del fronte unico, dunque intervistai alcuni grandi dirigenti della sinistra storica italiana: Riccardo Lombardi, Emilio Lussu e appunto Alfonso Leonetti. A quest’ultimo ormai ottantenne chiesi se non si era stancato di ripetere le stesse cose dal 1921. Lui mi rispose «bisogna mettere la tela sul telaio cento volte perché venga la tela buona». Una lezione straordinaria: bisogna avere pazienza e ricominciare da capo. Speriamo di non dover ricominciare da capo pure Frigolandia.


Le foto sono di Susanna Minelli

Link alla petizione per salvare Frigolandia: https://www.change.org/p/al-presidente-della-repubblica-sergio-mattarella-salviamo-la-repubblica-dell-arte-di-frigolandia-dall-assurda-minaccia-di-sgombero?recruiter=833438794&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition

Link al sito di Frigolandia: https://www.frigolandia.eu/

In foto: riviste del museo

In foto: particolare dal museo

In foto: il teatro naturale di oklahoma fra la casa rosada e la casa degli oblò

In foto: Vincenzo Sparagna durante l’intervista

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