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I giovani dopo la fase 2: né bere né affogare

Fausto Gentili riflette su cosa ha significato il covid-19 per i giovani. La precarizzazione del lavoro e la consapevolezza del depauperamento impone alle classi dirigenti la necessità di una svolta.

#SOCIETÀ
Di Fausto Gentili
In foto: movida in piazza don Minzoni. Fonte: corriere dell’umbria.


Capita a tutti, anche a me, ogni tanto, di dispiacersi per certi atteggiamenti superficiali che qua e là serpeggiano, specie tra i molto giovani, per le vie cittadine: mascherine non indossate, distanze non rispettate, ecc.. Segni di scarsa attenzione agli altri, o anche solo di quel contraddittorio sentimento di onnipotenza immaginaria che accompagna l’adolescenza e la rende, di solito, così fragile ed insicura. Poi si getta un’occhiata al sito dell’Istituto Superiore di Sanità e si legge che, tra le circa trentamila vittime italiane del Covid 19, dodici hanno tra 20 e 29 anni, tre sono bambini sotto i dieci anni e nessuno (nessuno, su più di trentamila!) è compreso tra i 10 e i 19. E allora misuri quanto grande sia il debito che le generazioni adulte stanno contraendo con i ragazzi di questo Paese, o forse di tutto il pianeta. Un debito che pesa sul nostro futuro più ancora della montagna del debito pubblico. Un debito che in questi mesi di epidemia è cresciuto ancora, si è fatto insopportabile, ma viene da molto lontano. 

Per troppo tempo abbiamo ingannato i giovani, spiegandogli che il sistema produttivo era cambiato e dovevano scordarsi il posto fisso, le tutele collettive, i diritti del lavoro. Che l’epoca della concorrenza tra imprese finiva e cominciava quella della concorrenza tra le persone: tutte sul mercato, tutte licenziabili senza giusta causa, tutte impegnate ad essere più produttive dei tanti loro fratelli che hanno più o meno le stesse competenze, gli stessi bisogni, forse persino i loro stessi sogni. Che anche le competenze cambiano continuamente, e quindi devi studiare prima di trovare un lavoro, studiare mentre lavori, studiare dopo che ti hanno licenziato per fare in modo che il prossimo lavoro duri un po’ di più, senza peraltro che tutto questo studio ti garantisca davvero di farcela. Che le tutele sociali di cui, per dir così, “godono” i tuoi nonni dopo quarant’anni di lavoro sono un residuo del passato, e che tu una pensione che ti consenta di vivere decentemente devi scordartela: la tua vecchiaia tornerà ad essere una scommessa con la fortuna, come nell’Ottocento.

Poi, quando è arrrivata la tempesta gli abbiamo spiegato, giustamente, che gli idoli adorati fino a ieri (la produttività, il consumo, la competizione) sono temporaneamente fuori uso, o forse in manutenzione, che la vita di ognuno dipende anche dai comportamenti degli altri e che questo è il momento di solidarizzare con i più anziani. E dunque stare in casa per non veicolare un contagio che naturalmente tocca anche i giovani ma di solito non li uccide. Stare in casa non ha significato solo – e non è poco – rinunciare alla scuola (quella vera, fatta di contatto fisico con gli insegnanti e coi compagni), a quel poco o tanto di sesso che accompagna gli amori giovanili, alle serate in pizzeria, alle partite di pallone, di basket, di pallavolo; per molti ha voluto dire lavorare in condizioni di relativa insicurezza, per altri perdere i lavori precari che avevano, oppure – se per caso hanno un’occupazione un po’ meno acrobatica – spendere ora ferie che erano destinate ad altro. Anche le pagine di questo numero di Sedicigiugno sono lì a raccontarlo: bere l’acqua sporca di questo sistema di relazioni sociali oppure affogarci dentro, questo è stato il messaggio al netto delle chiacchiere. L’epidemia lo ha esasperato, ma durava da trent’anni, ed aveva già mortificato la vita di parecchi milioni di persone. E però….

E però insieme al debito sono cresciute da un lato la consapevolezza (qualche velo ideologico è caduto, la grande ingiustizia non ha più le basi di consenso che l’hanno resa possibile e, per cos’ dire, “naturale”), dall’altro l’opportunità di porre mano ad una svolta. Insomma, pare a me che sia venuto il momento di dire basta: saldare quel debito e restituire ad una generazione, o forse due, il diritto di prendere in mano la propria vita. E’ su questo, credo, che la storia misurerà le classi dirigenti di questo Paese, il governo di Giuseppe Conte e i partiti che lo hanno sostenuto fino ad ora. E se non sarà la Storia, è su questo che lo giudicheremo in tanti.

Per poter dire basta, e voltare pagina, bisogna innanzitutto distogliere lo sguardo dal polverone di questi giorni (ombrelloni, Bonafede, autocertificazioni, congiunti, ecc.) e puntarlo sulla grande massa di denaro che verrà messo in circolazione nei prossimi mesi: chi lo spenderà? a quale fine? chi ne beneficerà? chi resterà tagliato fuori? che idea dell’Italia traspare, dalla destinazione di quelle risorse? è davvero impossibile mettere i giovani, il loro presente e il loro futuro, al centro di un disegno di rinascita del Paese? perché non può essere questa la bussola delle scelte – non dei prossimi anni – delle prossime settimane, e insieme la “questione nazionale” che può dare un senso ed uno scopo ad una rifondazione dei soggetti politici ?

Lavoro, reddito, formazione, libertà: sono le quattro porte sbarrate che negano il futuro ai nostri giovani. E’ ora di spalancarle, o di andarsi a nascondere.

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