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Io sono Ichraf, questo viene prima

«Farlo oggi, non domani, non fra un mese, non fra un anno. Migliorare l’oggi se vogliamo avere un domani.» Queste le parole di Ichraf Mohamed, studente di giurisprudenza venuta dalla Tunisia. Ci affidiamo al suo racconto per comprendere e magari migliorare.

#SOCIETÀ #CHIVAECHIVIENE
DI Ichraf Mohamed

(In foto: Ichraf Mohamed)


Mi chiamo Ichraf Mohamed, ho ventidue anni e vivo in Italia da quando ne avevo tredici. Studio legge e un giorno sarò un bravo magistrato. Sono nata e cresciuta in una cittadina nel sud della Tunisia. Talmente piccola che è quasi impossibile trovarla sulla carta geografica. La mia storia è iniziata otto anni fa, quando ho deciso di lasciare quella piccola cittadina per raggiungere mio padre in Italia.

Sarei forse più legittimata, agli occhi di molte persone, se dicessi che ho lasciato la mia mia terra per motivi religiosi, politici o di guerra. Potrei anche dirlo visto che la maggior parte di noi non sa cosa succede in Tunisia e in quello che viene definito il “terzo mondo”. Ma non è andata così. La mia è stata una scelta volontaria e consapevole. Io, a differenza di altri, avevo una seconda possibilità: potevo rimanere, ma non l’ho fatto. Non che non amassi abbastanza il mio paese, ma volevo scoprire cosa c’era dall’altra parte del mondo, capire dove fosse il mio posto, dare il mio contributo al mondo e alla mia patria. Avevo capito che l’unico modo per raggiungere il mio obiettivo era lo studio. Volevo conseguire la laurea in Italia e diventare qualcosa di grande per me stessa e per gli altri. 

Non fu semplice lasciare il posto che ho chiamato casa per tredici anni. Non è mai semplice lasciare un posto sicuro per qualcosa di ignoto, di cui hai sentito solo i racconti di tuo padre. Mi ero innamorata dell’Italia ancora prima di vederla, mio padre la dipingeva come un posto felice ogni volta che tornava, e aveva suscitato in me il desiderio di conoscere quel posto.  

I primi anni sono stati belli ma difficili. Ho sofferto il distacco dalla Tunisia ma, con il passare dei mesi, ho cominciato piano piano a sentirmi di nuovo a casa: un altro posto nel mondo che potevo chiamare casa. Gli anni delle superiori furono i più belli. Ero in una classe multietnica. C’erano ragazzi che venivano da ogni parte del mondo, sembravamo quella immagine che troviamo spesso nei libri di inglese: così diversi ma allo stesso tempo così simili. Abbiamo avuto professori straordinari, insegnanti di vita che hanno sempre valorizzato la nostra diversità. Ci hanno insegnato come renderla un punto di forza. Nella mia classe si parlava di tutto, non c’erano tabù. Andava tutto bene perché avevamo creato un mondo tutto nostro, lontano dall’odio, dai pregiudizi e da ogni forma di discriminazione; un mondo in cui il confronto e il dialogo erano alla base di tutto. Ho capito solo dopo, quando ho subito il mio primo episodio di razzismo, quanto quel piccolo mondo ci abbia salvato dalla cruda realtà che c’era fuori, quanto sono stata fortunata ad avere quelle persone al mio fianco e quanto sia stato grande il loro contributo. 

Finite le superiori, ho incontrato una realtà che faticavo a riconoscere: l’Italia non era più il paese che avevo conosciuto. Anche gli italiani non erano più quelli: gli episodi di razzismo si intensificavano e per la prima volta mi sono sentita respinta dal posto che chiamavo casa. I primi tempi giustificavo i comportamenti razzisti, mi dicevo che scaturivano dalla paura, perché la diversità spaventa. Ma più andavo a fondo più capivo che non era la paura a scatenare tutto questo ma l’odio: gratuito e ingiustificato. Tante volte mi sono chiesta come siamo arrivati a questo punto. Come mai le persone che una volta mi sorridevano nei reparti del supermercato oggi girano la testa quando mi vedono e bisbigliano, credendo che io non le senta o non le capisca. Sono stati sempre così? Hanno sempre avuto dentro questo odio? Forse prima si vergognavano ad esternare il proprio disprezzo, e oggi in questo clima in cui l’intolleranza viene legittimata – anche al livello istituzionale – si sentono quasi autorizzati a farlo.  

Io so che l’Italia non è solo questo: ho conosciuto la parte bella di questo popolo e di questo paese, e a quella mi aggrappo perché questa è anche casa mia. Vorrei solo che le persone provassero a capirci, che abbandonassero stereotipi e pregiudizi, che andassero oltre a ciò che viene raccontato nei talk show. Che capissero che dietro a quei numeri che sbarcano ogni giorno ci sono storie che meritano di essere ascoltate. Ma vorrei soprattutto che questo clima di paura e di odio non ci riducesse e una sorta di o noi o loro! Perché non è una guerra e non deve mai diventarlo. 

Mi rivolgo soprattutto ai miei coetanei, perché il cambiamento deve iniziare da noi. Dovremmo creare ponti e non barriere, abbattere i muri che ci dividono: alcuni sono nella nostra mente e sono i più difficili da abbattere! Perché si comincia sempre così: prima cercano di innalzare nelle nostre menti le barriere, poi queste si trasformano in veri e propri muri che dividono fisicamente le persone. Pensavo che le bellissime immagini del 9 novembre 1989, la caduta del muro di Berlino, bastassero, ma abbiamo imparato poco da quella crudele lezione. Oggi abbiamo la possibilità di rimediare: possiamo migliorare il mondo in cui viviamo, rendere la terra un posto in cui gli esseri umani convivono in modo pacifico e civile e le persone non vengono discriminate perché hanno scelto o hanno dovuto abbandonare la propria terra per cercare una vita migliore altrove. Possiamo e dobbiamo farlo. Lo dobbiamo a noi stessi e a tutte le persone che sono morte per insegnarci qualcosa: quelle vite umane spezzate dovranno pure valere qualcosa. Farlo oggi, non domani, non fra un mese, non fra un anno. Migliorare l’oggi se vogliamo avere un domani.

Io sono Ichraf, una ragazza di ventidue anni. Questo viene prima di ogni altra cosa. Amo follemente la mia patria: la Tunisia è una parte di me. Non rinnegherò mai le mie origini, non girerò mai le spalle al mio paese, ma allo stesso tempo mi sento legata in maniera indissolubile all’Italia. Una cosa non esclude l’altra. Io amo l’Italia, la amo a modo mio e non devo dimostrarlo a nessuno. Non so se sarò all’altezza, non so se gli occhi di molte persone mi vedranno come cittadina italiana. Questo al giorno d’oggi non mi interessa più. Io sono una cittadina del mondo e lo sarò sempre.

Ma prima di tutto io sono Ichraf, una ragazza di ventidue anni. Questo viene prima di ogni altra cosa.

Un commento

  1. Cittadina del mondo..e’ questo sentire l’augurio per ognuno dei nostri ragazzi.. ho avuto il piacere di conoscere Ichraf..nel suo impegno nel servizio civile vissuto ed interpretato nel modo profondo.
    Grazie
    micaela

    "Mi piace"

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