La Città Invisibile Società

#Iorestoincella – Dietro le sbarre al tempo della pandemia

«La necessità di un regime detentivo dignitoso in condizioni normali risulta ancor più indispensabile nel contesto della pandemia odierna». Lorenzo Monarca analizza il tema di come le carceri italiane hanno affrontato l'emergenza legata al Coronavirus e parla degli sviluppi e le conseguenze che essa ha avuto sulle problematiche pregresse. È riportata, inoltre, una lettera di un carcerato umbro che testimonia quanto il distanziamento sociale si sia fatto ancor più pesante in un luogo dove il distanziamento della società è una realtà quotidiana.

#SOCIETÀ #CITTÀINVISIBILE
Di Lorenzo Monarca

(Mappa del sovraffollamento nelle carceri italiane, dati associazione Antigone)


Uno dei pilastri portanti nell’architettura della nostra società è il diritto ad un equo processo e ad una giusta pena. Tanto più tali princìpi vengono rispettati tanto più possiamo affermare di essere vicini ad una società civile ideale: in pratica il benessere dei detenuti è sicuramente uno dei tanti indicatori che rilevano lo stato di salute di una democrazia. Sotto pandemia il tema delle carceri è tornato ad infiammare il dibattito politico, sull’onda delle scarcerazioni importanti avvenute negli scorsi giorni ma ancor più a seguito delle rivolte esplose quasi sull’intero territorio nazionale. Le restrizioni alla normale prassi carceraria dovute al sars-cov2 hanno infatti esasperato situazioni già al limite in molti istituti, dando luogo ai fatti di cronaca che tutti abbiamo avuto modo di vedere. L’Umbria ha retto anche in virtù del fatto che in materia carceraria è sempre stata una regione piuttosto “virtuosa” sotto una serie di parametri (valutati e numericamente raccolti dall’associazione Antigone), specialmente sotto il punto di vista del sovraffollamento (nel 2019 affollamento medio 107,9% – uno dei migliori in Italia) e della formazione scolastica (sebbene tutti i penitenziari umbri pare manchino di adeguata formazione professionale). Il carcere di massima sicurezza di Spoleto, quello più vicino geograficamente a noi, ha sempre garantito il giusto spazio vitale ad ogni detenuto: raramente eccedendo il 100%, l’ultimo dato disponibile fornito dall’associazione Antigone fa riferimento ad un affollamento del 94,9%.

(Presenze nel carcere di Spoleto dal 30/04/2019 al 31/03/2020)

La necessità di un regime detentivo dignitoso (ricordiamo che nel 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti legati al sovraffollamento carcerario) in condizioni normali risulta ancor più indispensabile nel contesto della pandemia odierna, visto che le carceri rischiano di essere non solo punti nevralgici di disordini ma anche di problematiche sanitarie. Ciò che è attualmente impedito ai carcerati oggi non sono solo le visite dei parenti, ma anche di tutta quell’orchestra di volontari che permettono loro di diplomarsi, laurearsi, specializzarsi o semplicemente di istruirsi per avere fosse anche solo la parvenza di una rivalsa verso se stessi e verso la società, visto che molti di loro non usciranno mai da quelle mura. Senza tutto questo il tempo per loro viene dilatato in maniera insostenibile. 

In questi giorni abbiamo ricevuto una lettera scritta da un carcerato umbro, che testimonia quanto il distanziamento sociale si sia fatto ancor più pesante in un luogo dove il distanziamento dalla società è una realtà di ogni giorno. La pubblichiamo di seguito:

Quando sei in prigione da tantissimi anni, arrivi al punto che non riesci più a distinguere la vita reale da quella da recluso. Sono due mondi paralleli ma completamente diversi. La mente, come se fosse stata congelata, rimane nell’anno in cui sei stato rinchiuso, mentre il mondo dei liberi continua a galoppare: la tecnologia fa enormi progressi, cambiano le culture, le abitudini. Chi sta in carcere vive tutto questo progresso come qualcosa che non gli appartiene. Si guarda il mondo attraverso la “scatola magica”, con conseguenze poco chiare: non è facile distinguere i fatti dalle opinioni, considerato che qui la maggioranza è illetterata. Anche questo spiega le tante rivolte che si sono susseguite nei vari penitenziari italiani.

Nel nostro carcere la vita trascorre in apparente normalità, per nostra fortuna questo istituto è dotato di due scuole superiori, oltre alla quinta elementare e alla terza media: il liceo artistico e l’alberghiero. C’è anche una bellissima biblioteca con tantissimi libri, e corsi extra scolastici. Tanti detenuti si impegnano nei vari programmi. In questo modo è più difficile rimanere fagocitati dall’alienazione, dalla depressione.

Ora sono tre mesi che per via del virus siamo isolati. Niente scuole, corsi, colloqui con i familiari, niente di niente, solo pane e cella. I colloqui sono stati sostituiti con le video chiamate, che tanti di noi non capiscono come funzionano, ma è stato un bene, purtroppo c’è voluta una tragedia planetaria affinché questa tecnologia arrivasse al servizio dei detenuti. Certo non potrà mai sostituire i colloqui visivi dove puoi, brevemente, abbracciare un tuo caro. La mia prima videochiamata con i familiari è stata molto emozionante, ma quello che maggiormente mi ha colpito è stato il comportamento dell’ispettore: mi chiese da quanto tempo non vedevo i miei cari, poi visibilmente emozionato mi ha raccontato di un detenuto che alla sua prima videochiamata non vedeva i familiari da quindici anni e di come piangeva. Il rapporto interpersonale tra “guardia e ladri” si è umanizzato e c’è più empatia. Quella di quest’anno poi è stata una Pasqua anomala: in carcere quando ci sono le festività nazionali più importanti, visto che siamo di tante regioni diverse, cuciniamo i piatti tipici per poi scambiarceli. Quest’anno invece abbiamo la abbiamo vissuta in lutto: è stato scioccante vedere le immagini dei camion militari che trasportavano le salme; c’era un silenzio tombale nelle sezioni detentive, poca voglia di festeggiare, aleggiava un’atmosfera di sofferenza che si percepiva più degli altri giorni.

A causa di questa assurda situazione il carcere ha chiuso le porte anche ai nostri eroi, ovvero tutti i volontari che ci vengono a fare visita, gratuitamente. A me manca in modo particolare il gruppo lettura, un bellissimo corso dove oltre a leggere i testi invitiamo, quando possibile, gli autori. La  presenza dei volontari era oltre che un arricchimento culturale anche affettivo e amicale: i nostri dibattiti riguardavano le vicende carcerarie e l’attualità che vivono nel loro mondo. Con la loro umanità  fuori dal comune sono riusciti a far leggere detenuti che non avevano mai aperto un libro: ci sapevano fare, ci coinvolgevano. Le poche ore che passavano in questo luogo di sofferenza era un toccasana per l’anima, ci sentivamo persone normali e non detenuti. Grazie di cuore per tutto quello che avete fatto per noi.

Questa catastrofe ha lasciato il segno, dicono che una volta finita il mondo non sarà più lo stesso. Ecco io nel mio piccolo vorrei che una volta tornata la normalità si pensi a sconfiggere dei virus ancora peggiori: i virus dell’ingordigia, dell’avarizia, del razzismo, dei pregiudizi, e potrei continuare a lungo. Questi sono i virus peggiori, perché insiti nell’uomo.

Le misure restrittive sono in vigore dall’8 marzo scorso, anche se nelle carceri delle zone rosse erano in vigore da prima. Queste comprendono, oltre allo stop ai colloqui con i familiari, lo stop alle  attività scolastiche, agli ingressi dei volontari, alle attività sportive e alla formazione professionale. Insomma, tutto quello che a fatica e in parte riempie il grigio quotidiano detentivo.

Ad oggi la Fase 2 nei penitenziari non è ancora stata prevista. Ma quale potrebbe essere la Fase 2 in carcere? Quando riapriranno le sale colloqui? Quando rientrerà il volontariato? Quando finirà quel “distanziamento sociale” che nelle galere si è esercitato solo nei confronti della società esterna, scuola e volontari, che sono stati subito messi fuori, mentre tra detenuti continua la più rischiosa vicinanza? Sono domande che si pongono i detenuti, i volontari, gli insegnanti e tutti gli operatori che in carcere ci lavorano e che non se le pongono astrattamente, ma con la volontà di collaborare e trovare delle risposte.

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