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La caduta

"La caduta", un racconto di Marco Parlato.

#CULTURA #LETTURA
Di Marco Parlato

(In foto: Enigma di un pomeriggio d’autunno, Giorgio de Chirico 1912)


Parecchi anni fa, nel paese in cui sono nato, al centro di una piccola piazza dove di rado, nei pomeriggi assolati, ci si sedeva sull’unica panchina presente, apparve un monumento di bronzo, alto più di un uomo, innalzato verso il cielo, con l’estremità tondeggiante e lucida. Sulla base, un sottile disco di cemento, poggiavano due sfere ingombranti.

Non si poteva equivocare cosa rappresentasse, e per quanto le notizie viaggiassero meno velocemente di oggi, dopo nemmeno ventiquattro ore l’intero paese sapeva dell’apparizione.

Il sindaco non aveva dubbi: la statua andava rimossa, e subito. Tuttavia, un gruppo di appassionati di cultura, capeggiati da una professoressa universitaria, si opposero con un presidio proprio nella piazzetta del misfatto. Per quanto provocatoria l’opera non andava toccata, magari spostata in un luogo diverso; e nei limiti del possibile si sarebbe dovuto trovare l’autore, capirne le motivazioni, decifrarne il messaggio, attriburgli il merito o le colpe.

L’autore, però, non si palesava, e lo scontro tra sindaco e comitato artistico, che nel frattempo si era affidato ad avvocati bravissimi nel trovare cavilli tanto sorprendenti quanto convenienti, si protrasse per un anno. Pur chiacchierando della disputa, tra un commento al meteo e le lamentele per la situazione economica, i cittadini si erano abituati al possente obelisco; si potrebbe dire che si erano affezionati, provavano lo stesso orgoglio di quando ammiravano il tramonto dal belvedere per compiacersi di vivere in una terra meravigliosa.

Il tempo passava, il monumento rimaneva intatto, dritto verso il cielo. Le signore si mettevano sulla panchina a chiacchierare, a lavorare a maglia, a fare i cruciverba, ogni tanto si soffermavano a guardarlo, sorridevano, riprendevano le loro faccende. La piazzetta, una volta deserta, era stata riempita di vita dal pilone bronzeo. Pare che qualche uomo di età avanzata, in momenti di poca affluenza, nelle ore notturne, si avvicinasse ai globi che fungevano da base e li accarezzasse. Il tentativo costava pur sempre meno delle visite dagli specialisti.

Non mancavano le visite dai paesi limitrofi, a volta anche lontani: c’era chi guidava per chilometri. Questa affluenza piaceva ai bottegai locali, e tutti si sentivano più importanti grazie a quella benefica presenza apparsa nella piazzetta.

È come se conoscessi questa storia dal giorno in cui venni al mondo. Da bambino mi sono divertito con gli amici a correrci intorno, talvolta i miei genitori mi mettevano seduto sui grandi e lisci globi; in un vecchio album ho una fotografia nella quale siedo con la schiena appoggiata al bronzo teso verso l’alto.

Ma dopo decenni di splendore, il monumento conobbe la catastrofe. Durante alcuni tumulti che non risparmiarono il piccolo paese i manifestanti riuscirono a sradicarlo dal sottile disco di cemento sul quale poggiava. Lo abbatterono, in modo che la testa non aspirasse più alle nuvole, ma guardasse il suolo.

I cittadini piansero lo sfregio, si indignarono violentemente per il danno subito, per l’insulto alla loro storia, alle loro tradizioni, ai valori di una volta, rappresentati dal colosso duro e fieramente innalzato verso il firmamento, che adesso giaceva sconfitto, impotente, i globi abbattuti parevano cascanti come non mai, e la figura allungata, forse ammaccata da colpi subiti, forse a causa della prospettiva, dava l’impressione di essersi rimpicciolita, afflosciata, aveva perso il vigore che tutti avevano ammirato; e questo li indignava più di ogni altra cosa.

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