Ambiente Società

Alla ricerca di un nuovo inizio

Enrico Fontana, giornalista e membro della segreteria nazionale di Legambiente, ragiona sulla ripartenza dopo il lockdown per Foligno e per il resto del paese, individuando alcune parole e concetti chiave: riconversione ecologica, sussidarietà circolare, sviluppo sostenibile, coraggio, competenza e coerenza.

#SOCIETÀ #AMBIENTE
Di Enrico Fontana

(In foto: Enrico Fontana)


Enrico Fontana, giornalista, fa parte della segreteria nazionale di Legambiente e come responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e legalità cura il Rapporto Ecomafia. Ha lavorato per i quotidiani Paese Sera e La Stampa e per il settimanale L’Espresso,  ed è stato direttore del mensile La Nuova ecologia.  E’ stato vicepresidente e coordinatore nazionale di Libera. E’ consigliere d’amministrazione del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, costituito da cooperative impegnate nell’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. E’ autore di diverse pubblicazioni tra cui Ecomafia. I predoni dell’Ambiente, scritto con Antonio Cianciullo (Editori Riuniti, 1995), Dark economy. La mafia dei veleni (Einaudi, 2012), sempre con Antonio Cianciullo, B-evolution – Il bottom-up dell’Economia civile (Pacini Editore, 2017), con Carlo Andorlini e Alessandro Capelli e I Distretti dell’Economia civile (Pacini Editore, 2018), con Lorenzo Barucca, Carlo Andorlini e Alessio Di Addezio.

Durante il lungo lockdown che ci ha imposto il coronavirus, un caro amico di Trevi mi ha inviato, attraverso whatsapp, il link a una pagina facebook, Benvenuti a Foligno, in cui era stata pubblicata la registrazione di una puntata della trasmissione televisiva Un campanile alla volta, andata in onda nel 1958 e dedicata a Foligno. Un piccolo gioiello, recuperato dagli archivi di RaiStoria grazie al lavoro di Michele Patucca, videomaker con la passione per i filmati d’epoca e curatore di una personale videoteca. Poco più di 15 minuti per documentare la rinascita di una città duramente colpita dalle bombe sganciate dagli aerei di quegli stessi alleati che la liberarono dall’occupazione nazifascita, il 16 giugno del 1944. Nelle immagini di quel documentario televisivo, realizzato da Giuseppe Sala, le foto delle macerie di una città semidistrutta arrivano solo alla fine, per accompagnare il racconto della titolare di una fabbrica di organi, a conduzione familiare, sopravvissuta anche alla guerra.

Le immagini di Foligno rinata dalle macerie e dai lutti della seconda guerra mondiale, di cui nel ’58 non si vedevano neppure le cicatrici, mi sono tornate in mente ascoltando lo scorso 14 maggio la lectio con cui lo storico Alessandro Barbero ha inaugurato, in diretta facebook, l’edizione on line del Salone del libro di Torino. Un viaggio nel tempo, dalla “peste Antonina” del II secolo d.C. che flagellò l’impero romano fino, appunto, alla seconda guerra mondiale, alla ricerca delle tracce dei “nuovi inizi” con cui l’umanità ha superato le sue lunghe “notti”. Per concludere la sua bellissima lezione, Barbero ha scelto una citazione di Gaetano Salvemini, tornato in Italia dopo l’esilio a cui lo aveva costretto il fascismo. E quasi travolto dallo stupore per quel “formicaio umano” che negli anni Cinquanta aveva già rimesso in piedi un Paese, devastato da vent’anni di dittatura e cinque di guerra.

Si è molto discusso, durante la “notte” del lockdown affrontato dal nostro Paese per contenere la pandemia Sars-cpov-2, sull’uso improprio di termini bellici con cui descrivere il periodo drammatico che abbiamo vissuto, per primi in Europa, segnato da migliaia di morti, ospedali stracolmi di ammalati, strade deserte, fabbriche e negozi chiusi. Ed è vero: non abbiamo combattuto nessuna guerra e la vita a cui siamo stati costretti nelle nostre case non ha nulla a che vedere con quella di chi ha fatto la Resistenza al nazifascimo. Ma anche noi come i protagonisti di allora siamo alla ricerca di una speranza, di un orizzonte a cui guardare per ri-esistere come Paese, dopo l’angoscia vissuta giorno dopo giorno in attesa di un bollettino che annunciasse la fine prossima dell’isolamento; le immagini dei camion  militari che da Bergamo portavano via le bare delle vittime a cui i familiari non avevano neppure potuto dare l’ultimo saluto; i volti segnati dalla fatica e dalla sofferenza di infermieri  e medici; la solitudine di papa Francesco a piazza San Pietro, nella sua “Preghiera straordinaria” del 27 marzo e quella del presidente Matterella del 25 aprile, all’Altare della Patria.

Le nostre “macerie” sono quelle degli alberghi e dei ristoranti ancora chiusi che ho trovato a Foligno, tornando nei giorni scorsi con mia moglie nella casa comprata nel 2011, quando le strade del centro storico erano ancora, in diversi tratti, un cantiere aperto dopo il terremoto del 1997. Sono nei numeri del crollo dell’economia, che oscillano nelle stime dell’Istat tra il 9 e l’11%. In quelli dei nuovi poveri che chiedono aiuto alla Caritas, più che raddoppiati in appena due mesi. Nelle previsioni dei disoccupati, oltre un milione secondo Confindustria, che resteranno senza lavoro dopo la fine della cassa integrazione. Ma in questi oltre due mesi di lockdown, nei limiti imposti dai decreti del governo, si è rivisto anche quel “formicaio umano” che aveva fatto innamorare di nuovo Salvemini del nostro popolo, dopo oltre vent’anni di esilio: centinaia di associazioni, piccole e grandi, decine di migliaia di volontarie e volontari che non hanno lasciate sole le persone più in difficoltà, portando cibo e conforto, raccogliendo fondi per aiutarle a resistere, loro sì davvero, alle conseguenze della pandemia. Abbiamo vissuto, insieme alle angosce e alle paure, momenti di solidarietà straordinaria, che hanno fatto nascere anche nuovi legami tra le persone e nelle comunità. Abbiamo anche intravisto, con le città libere dal traffico e dall’inquinamento, i fiumi puliti, l’acqua del mare cristallina, la forza rigeneratrice della natura. Immagini che hanno dato un senso fisico, materiale a quel concetto di “impronta ecologica” dell’umanità che fatichiamo a comprendere davvero nella vita “normale”.

Oggi, nella fase della convivenza con il coronavirus, altri vocaboli sembrano essere entrati nel linguaggio prevalente della politica, dell’economia e dei media: green deal, rivoluzione verde, sviluppo sostenibile. Caratterizzano gli impegni straordinari dell’Europa attraverso il Recovery found, con finanziamenti a fondo perduto per 500 miliardi di euro e prestiti agevolatissimi per altri 250 miliardi. Spuntano nei documenti dei Comitati di esperti messi al lavoro dal governo, a cominciare da quello presieduto da Vittorio Colao. Ispirano alcune norme contenute nel decreto Rilancio, come quelle sull’ecobonus per la ristrutturazione energetica e la messa in sicurezza sismica degli edifici, pubblici o provati, o la mobilità sostenibile. Figurano nei documenti unitari di Cgil, Cisl e Uil. Ma come per il linguaggio bellico a cui si è fatto impropriamente ricorso durante l’era del lockdown, anche il nuovo vocabolario green rischia di essere abusato se non si coniuga con almeno altri tre sostantivi: coraggio, competenza e coerenza. Il coraggio di fare scelte drastiche, perché la sfida dei cambiamenti climatici impone nuovi paradigmi economici e nuovi stili di vita. La competenza, perché il green deal diventa rapidamente greenwashing se non viene affrontato nella sua complessità, dalle filiere dell’economia circolare alle smart grid delle energie rinnovabili, per fare due esempi. La coerenza, perché non si può predicare la mobilità sostenibile e, allo stesso tempo, riesumare la ricetta della “Grandi Opere Pubbliche”, compresa la chimera del ponte sullo Stretto di Messina.

Una cosa è certa: non sono mai state disponibili, come in questo drammatico periodo storico, le risorse economiche necessarie per la riconversione ecologica della società in cui viviamo. A partire dai luoghi abitati dalle nostre “civitas”, che più saranno in grado di essere attrattive dei finanziamenti pubblici e privati messi in campo, prima e meglio riusciranno a superare le difficoltà di questa durissima crisi. 

Anche Foligno, in questa ricerca di un “nuovo inizio” è chiamata a interrogarsi sul suo ruolo e le sue vocazioni, come quelle che cercò di ricostruire nel suo documentario per la Rai, tra fasti del Medioevo e tracce di modernità, Giuseppa Sala. Allora, nel 1958, trovò una possibile risposta nelle radici artigiane della comunità folignate. Oggi andrebbe fatto lo stesso lavoro, di mappatura economica e sociale di Foligno e del territorio straordinario che fa da cornice alla Piana, da Spoleto ad Assisi, passando per Trevi, Spello, Cannara, Bevagna, Montefalco… Luoghi che custodiscono autentici tesori storici, culturali, religiosi, paesaggi di sconfinata bellezza, sentieri che attraversano boschi e torrenti incontaminati, ma anche produzioni agroalimentari biologiche e di qualità, aree industriali e artigianali da rigenerare e promuovere. Tutti ingredienti di un possibile Distretto di Economia civile, dove, in estrema sintesi, imprese, associazioni, istituzioni, mondo della scuola e università decidono di lavorare insieme, secondo quei principi di “sussidiarietà circolare”, come la definisce l’economista Stefano Zamagni, grazie alla quale si generano profitti, lavoro, benefici ambientali e sociali effettivi e misurabili. Può sembrare un’utopia ma senza il coraggio di andare incontro al futuro Foligno non avrebbe mai trovato la forza di ri-esistere dopo le macerie del Dopoguerra. E neppure, a pensarci bene, dopo quelle del terremoto.

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