Cultura Spettacolo

Si riparte al buio

Michelangelo Bellani parla della ripartenza dei teatri, tra incertezze e difficoltà, riflettendo sulla questione centrale che non è stata comunque risolta durante l'emergenza Covid-19: la dignità, il riconoscimento e la tutela dei lavoratori dello spettacolo.

#CULTURA #SPETTACOLO
Di Michelangelo Bellani


Pronti, ripartenza e via! Dal 15 Giugno, a quanto pare, i teatri sono aperti. Come le chiese e come il campionato di calcio. Le attrici, gli attori, tutti i lavoratori dello spettacolo dovrebbero gioire. Ma a parte questa cronaca di una riapertura annunciata in una stagione dell’anno in cui generalmente i teatri chiudono, è davvero una così bella notizia? 

La chiusura delle sale e la cessazione delle attività dal vivo ha fatto  emergere in modo drastico e non ulteriormente procrastinabile tutte le lacune di un sistema e  le criticità di un intero comparto di «scavalcamontagne»  secondo l’appellativo usato da Renato Palazzi in un recente articolo pubblicato per Il sole24 ore,  in cui si denuncia la condizione «umiliante e indecorosa» delle decine di migliaia di persone che a stento riuscivano a sopravvivere di teatro. Attori, tecnici, sarte, cassiere, addetti stampa, organizzatori, «che non sanno come arrivare a fine mese»  privi di qualunque ammortizzatore sociale specifico, «specchi di una marginalità che si pensava superata da secoli». 

Grazie ai vari decreti Cura Italia,  i bilanci  delle strutture più importanti saranno – come è giusto che sia – messi in sicurezza e non mancheranno, salvo imprevisti dell’ultima ora, alcuni fra gli appuntamenti estivi più noti come il Festival di Spoleto, il Ravenna Festival,  Santarcangelo Festival, Napoli Teatro Festival, La Biennale Teatro, seppure con programmazioni prorogate, rimodulate e ridotte. Le istituzioni artistiche finanziate dallo Stato riceveranno, quindi, la quasi totalità delle sovvenzioni previste, ma non avranno nessun obbligo – e del resto non potrebbero rispettarlo – di realizzare il programma di produzione/programmazione presentato, se non per una quota minima dell’attività prevista. Il risultato facilmente prevedibile sarà una disoccupazione spaventosa per la maggior parte dei lavoratori del settore. Inoltre, dal momento che i teatri sono aperti, verrà meno anche il piccolo quanto preziosissimo sostegno straordinario dei 600 Euro messi in campo con tanta fatica dal Governo (che Inps al momento in cui scrivo non ha ancora erogato per i mesi di Aprile e Maggio). Insomma mentre gli impiegati delle strutture, già al riparo di contratti standard, vedranno i loro stipendi garantiti, e alcuni spettacoli si faranno in condizioni difficoltose, il rischio molto concreto è che un’intera generazione di artisti e lavoratori dello spettacolo, si stima circa il 70%, non potrà più vivere del proprio mestiere e chissà in quale altro potrebbe riciclarsi in un momento di crisi come questo. 

Per di più, il groviglio di prescrizioni medico-sanitarie e le assunzioni di responsabilità per la riapertura innescano, come sottolinea lo stesso Palazzi, «l’inevitabile discriminazione fra chi può permetterselo e chi trova più costoso aprire per platee semivuote che restare chiusi. Così, vincono ancora i più forti, quelli che impongono la linea e hanno deciso di esserci in qualunque modo, per non arrendersi all’evidenza di un’impossibile normalità, o anche solo per non perdere una fetta di sovvenzioni». Così vince ancora la legge della melma. Quella melma dove «per anni abbiamo accettato incertezze, ritardi, indifferenza alla delicatezza dei processi creativi, incapacità di investire sul cambiamento». 

Insomma non si può e non si potrà parlare di una reale ripartenza fino a quando non si prenderanno in considerazione le istanze dei lavoratori dello spettacolo che in ogni parte di Italia si sono mobilitati, e soprattutto fino a quando le istituzioni cultuali di riferimento non vorranno dedicarsi a un ripensamento sistemico accurato per colmare le ormai evidenti lacune, indegne di un paese che si ritiene avanzato. Ciò che preoccupa, perciò, non è solo una riapertura mozza, ma la consueta attitudine a derubricare finita l’emergenza. Lasciare tutto com’è senza nemmeno l’astuzia gattopardiana di far finta di cambiare. A tal proposito un osservatore attento del settore come Alessandro Toppi qualche giorno fa, su Repubblica di Napoli, si domandava se «ci dimenticheremo». Se ci dimenticheremo, ad esempio, di aver capito che un lavoratore dello spettacolo gode di scarsissime tutele; se ci dimenticheremo che è un soggetto subordinato al quale spesso è richiesto di aprire una partita Iva suo malgrado; se ci dimenticheremo di aver scoperto che il suo CCNL molto spesso è disatteso e aggirato, anche dalle istituzioni sovvenzionate con i soldi pubblici. Se ci dimenticheremo che lavora più di quanto rivelino le statistiche e al di fuori di un regime fiscale specifico; se ci dimenticheremo che nella maggior parte dei casi viene pagato in ritardo e sottopagato anche per una cattiva abitudine di non distinguere i lavoratori professionisti dagli amatori, generando di fatto una concorrenza sleale al ribasso. Se, inoltre, finiti i sostegni all’emergenza,  ometteremo di ricordarci «che a rendere diverso un lavoratore dello spettacolo italiano da un collega inglese, francese o tedesco è il riconoscimento della natura specifica e atipica della sua professione». Il timore, quindi, è che nella fretta della ripartenza, trascureremo questioni fondamentali. Lasceremo che la nostra «coscienza vigliacca» – come ci ricorda il celebre soliloquio di Amleto – «Impallidisca il color vivo del decidere» e assisteremo passivamente all’ennesimo maldestro spettacolo  di  «una nobile impresa,  smarrita dal suo corso, che dell’azione perde anche il nome».

Molti artisti, stanno cecando di offrire il proprio contributo di idee e proposte, facendo emergere unanimemente la necessità che le maggiori istituzioni teatrali nazionali, con i loro fondi statali garantiti, assolvano a una funzione pubblica più allargata rispetto a quella di portare a casa un minimo di ‘numeri’ di produzione e programmazione solo per garantirsi le sovvenzioni. Dal profondo di una crisi di questa portata, si deve comprendere che i teatri sono aperti solo se diventano luoghi di riflessione partecipata; se donano occasioni di approfondimento, di confronto, di progettazione; se le imprese e le istituzioni più forti sono inclusive facendosi carico di proteggere le categorie fragili; se nei vari territori si assumono la responsabilità di riunire attorno a un tavolo allargato, artisti, istituzioni e studiosi per una ripresa condivisa delle attività; se sono in grado di rinnovare un patto di fiducia con gli spettatori che garantisca quest’ultimi, non solo in termini di protezione sanitaria, ma condividendo con una comunità la ricostruzione di un valore sociale e culturale in senso pieno. 

Anche in Umbria, proprio come nel resto del territorio nazionale, è nato un coordinamento spontaneo che aggrega lavoratrici e lavoratori dello spettacolo professionisti. Si chiama ADU (Attrici, Attori, Danzatrici e Danzatori Uniti dell’Umbria) ed è un gruppo di lavoro che come si legge nel manifesto – sottoscritto anche dal Sindacato di categoria SLC SAI CGIL recentemente costituito in Umbria –  si riconosce negli Artt.9 e 33 della Costituzione Italiana. In una lettera aperta indirizzata lo scorso 25 Maggio alla Presidente Donatella Tesei, all’Assessore alla Programmazione Europea Paola Agabiti, alla Giunta e a tutti i Capogruppo politici regionali, si chiede di poter mettere al servizio l’esperienza quotidiana e la professionalità di «una collettività che ha riscontrato problematiche comuni, individuando i percorsi di ricerca delle compagnie e degli artisti attivi nel territorio». Non solo quindi  fronteggiare l’emergenza derivata dalla pandemia, ma anche focalizzare l’attenzione sulle gravi criticità delle politiche culturali regionali che da anni attendono soluzioni adeguate. A tal fine ADU chiede espressamente «l’istituzione di un tavolo tecnico regionale che possa discutere, con la compresenza di una figura sindacale, alcuni punti fondamentali della politica culturale regionale». Fino a questo momento non è giunto alcun segno di attenzione da parte dell’Amministrazione.       

Questa apertura, dunque, è una mezza amarezza. Bene che si provi a ripartire, che alcuni di noi (pochi) abbiano delle occasioni di lavoro, ma proprio perché i teatri non sono come le chiese, gli stadi del pallone o i teatri di posa televisivi, nessuno potrà parlare di una vera ripartenza fino a quando non saranno restituiti agli italiani il valore di una tradizione culturale e la dignità a chi contribuisce a crearla. Se la resistenza, pagata a caro prezzo, di tante colleghe e colleghi che hanno dedicato la propria vita alla creazione artistica, può avere un senso è perché sarà servita a portare un cambiamento. Gli spettatori, gli abbonati, i cittadini italiani, devono sapere che l’Italia non ha mai recepito le direttive europee riferite allo Statuto sociale degli artisti, ignorato da quando il Parlamento europeo 14 anni fa «in considerazione della natura atipica dei metodi di lavoro dell’artista» e riconoscendone «l’esperienza professionale», invitava «gli Stati membri a promuovere lo sviluppo di un quadro giuridico e istituzionale al fine di sostenere la creazione artistica mediante l’adozione di una serie di misure coerenti e globali che riguardino la situazione contrattuale, la sicurezza sociale, l’assicurazione-malattia, la tassazione diretta e indiretta» Ma non c’è di che stupirsi, visto che fin qui la gestione della cosa pubblica ha dichiarato apertamente come la pensa al riguardo della rilevanza strategica conferite all’arte e alla cultura nella nostra società. Basti pensare che i capitoli di investimento nei settori culturali sono, nella maggioranza dei casi, fondi non strutturali cioè rimanenze di bilancio. Se è vero che la Politica si giudica in base ai fatti che realizza e non ai proclami, la cultura in questo Paese non dissimilmente da quanto avviene in questa Regione è un fatto del tutto accessorio, di cui occuparsi solo dopo tutto il resto e se rimane qualcosa. Un po’ come i resti delle ‘carogne’ nel far west lasciati agli sciacalli.Che faranno a questo punto le tecnocrazie preposte al ‘culturale’ di questo paese, come consueto si volteranno dall’altra parte, sfruttando la frammentazione endemica e la fragilità di una categoria? Il rispetto che dobbiamo alle vittime di questa pandemia non può che essere giudicato anche in base a come riusciremo a superare i nostri errori epocali e migliorare la società in cui viviamo.

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