Scuola Società

Scuola e cultura: e se imparassimo a copiare?

Quando (quasi) tutti dicono che deve cambiare (quasi) tutto il rischio che non cambi niente si fa di solito molto concreto. Prendiamo ad esempio due temi a cui Sedicigiugno dedica una costante attenzione.Potrebbe risultare utile uno sguardo retrospettivo all’azione condotta in Francia, a più riprese, da Jack Lang, Ministro delle cultura dal 1981 al 1986 e poi dal 1988 al 1993, e Ministro dell’ Educazione Nazionale dal 2000 al 2002.

#SOCIETÀ #SCUOLA #PROPOSTE
Di Fausto Gentili

(In foto: l’Opera Bastille)


Guardare indietro per guardare avanti (e guardarsi intorno)

Quando (quasi) tutti dicono che deve cambiare (quasi) tutto il rischio che non cambi niente si fa di solito molto concreto. Prendiamo ad esempio, per circoscrivere il discorso, due temi a cui Sedicigiugno dedica una costante attenzione: quello della scuola e quello della cultura o, per essere più precisi, dei lavoratori della cultura: artisti, tecnici, assistenti, manager. In entrambi i casi colpisce lo scarto tra l’ampiezza del “tutto” che si dice dovrebbe cambiare e l’angustia dei temi che campeggiano nel dibattito pubblico: penso al tiro alla fune sulle modalità (quiz sì/quiz no) dell’ennesima sanatoria di precari della scuola, o all’odissea dei lavoratori dello spettacolo, che ha infine portato alla riduzione, da 30 a 7, delle giornate lavorative annue (nel 2019) necessarie per ottenere il contributo straordinario di 600 euro. Decisione giusta, certo, che rischia però di porre in secondo piano il fatto che per un artista (un attore, un mimo, un musicista, un danzatore, ecc.) è “normale” non raggiungere le 30 giornate annue di lavoro regolarmente registrate (ne parla Michelangelo Bellani in questo stesso numero). Potrebbe allora risultare utile uno sguardo retrospettivo all’azione condotta in Francia, a più riprese, dai governi della gauche grazie all’impulso di Jack Lang, Ministro delle cultura dal 1981 al 1986 e poi dal 1988 al 1993, e Ministro dell’ Educazione Nazionale dal 2000 al 2002. 

Dal movimento alle istituzioni: una “plùs grande liberté”

Quello che balza agli occhi è innanzitutto il nesso tra la rottura culturale del maggio ’68, l’avvio di una nuova politica per l’arte e lo spettacolo  e l’avvento della gauche al potere. Questa infatti da un lato offre un approdo a quella spinta libertaria, dall’altro capitalizza anche in termini di consenso elettorale l’evoluzione del costume e del senso comune (per fare un esempio, “la dépénalisation de l’homosexualité”). La sinistra, insomma, beneficia delle trasformazioni che il Sessantotto ha indotto nella società e nella cultura francese, e al tempo stesso concretizza, al di là delle promesse elettorali, una nuova politica per l’arte e la cultura: se il Sessantotto aveva rivendicato la centralità del corpo, la sua impurità, il suo rapporto con la potenza sovversiva del desiderio, il 1981 è l’anno in cui questo sommovimento profondo trova un approdo duraturo e l’onda lunga del movimento ha infine l’occasione di confluire con un processo politico e dare luogo ad un cambiamento anche istituzionale. 

Le risorse, le scelte, la visione

Non ho lo spazio, qui, per descrivere le misure che si succedono dal 1981 al 1993 (e che la destra, nei due anni di coabitazione istituzionale, non cancellerà), ma già il loro elenco colpisce per la coerenza del disegno e la dimensione delle risorse mobilitate. Risorse finanziarie, innanzitutto: anche grazie al sostegno del presidente Mitterrand il budget del Ministero, già raddoppiato nel primo anno, passerà dai 2,6 miliardi di franchi del 1981 ai 13,8 del 1993 (un ritmo di crescita doppio rispetto alla spesa pubblica), e questo consentirà un intervento a tutto campo: i monumenti; le biblioteche; la ricerca; la lettura (l’obbligo di prezzo fisso per i libri salverà le piccole librerie dal dumping della grande distribuzione e verranno finanziate attività di lettura nelle carceri e negli ospedali); i musei e  gli spazi per l’arte contemporanea; i teatri nazionali; l’emancipazione di settori tradizionalmente marginali, come le arti applicate, il design, il canto popolare, il jazz, la danza; la creazione di nuovi festival; l’estensione della tutela dei diritti d’autore; l’apertura agli artisti stranieri (Pina Bausch, Giorgio Strehler, Rudolf Nureev, ecc.); il sostegno alla produzione cinematografica e audiovisiva, con la legge che obbliga le tv a trasmettere una quota di prodotti nazionali o europei e la creazione di società finanziarie volte a indirizzare verso il cinema finanziamenti privati. E poi il decentramento: accanto al formidabile impegno dello Stato centrale, la politica di Lang  responsabilizza le amministrazioni locali attraverso una fitta rete di partenariati e cofinanziamenti (il sistema museale, le residenze teatrali, i Centres choréographiques nationaux, affidati a compagnie o personalità già affermate e destinati a diventare l’ossatura del sistema territoriale). Basta questo elenco sommario per leggere in trasparenza il disegno di una politica che guarda a tre obiettivi di grande rilievo: rompere il guscio di una tradizione culturale che rischia di soffocare sotto il peso della propria stessa grandezza; offrire formazione e certezze, anche economiche, ad una nuova generazione di artisti; allargare il pubblico della cultura, dell’arte e dello spettacolo. La rottura “dall’alto” operata da Lang farà emergere, infatti, una pressione “dal basso” che porterà anche i suoi successori a confermarne le linee di azione: insegnamento, grandi strutture, nuove produzioni, decentramento, crescita del pubblico.

Il ruolo della scuola e il Piano per l’arte e la cultura

Un grande ruolo, in questa prospettiva, spetterà alla scuola, a cui Lang si dedicherà a più riprese; in particolare con il Plan pour l’art et la culture à l’école predisposto nel 2001, da Ministro dell’Educazione nazionale, insieme a Catherine Tasca, Ministra della cultura. E’ un documento molto ambizioso, che prende di petto il problema dei problemi: che cosa deve insegnare, la scuola, a che cosa deve educare, su quali assi formativi deve poggiare? Un tema, questo, cui il dibattito italiano – salvo la sciagurata parentesi berlusconiana delle tre i, impresa, internet, inglese – si sottrae sistematicamente da almeno sessant’anni, da quando cioè – con l’estensione a quattordici anni dell’obbligo scolastico – la comunità nazionale si appassionò alla controversia sull’insegnamento del latino nella scuola media unica.

All’origine del Plan pour les arts c’è, sì, la volontà di porre rimedio alla fragilità della condizione professionale degli artisti, ma soprattutto l’intenzione di rompere con una tradizione: non  considerare più l’arte come il “supplemento d’anima” del sistema educativo, la disciplina che si pratica dopo tutte le altre,  ma investire il sistema con una nuova politica culturale, volta a superare i limiti del tradizionale approccio intellettualistico, valorizzare “l’intelligence sensible, trop souvent négligée” e offrire ai giovani esperienze e strumenti espressivi che consentano loro di padroneggiare le proprie risorse emotive. 

Realizzazione, uguaglianza, continuità

Compito del Piano è dunque “dare alle arti e alla cultura un ruolo centrale nel sistema educativo”, sulla base di una triplice esigenza: di realizzazione , di uguaglianza, di continuità. 

Realizzazione. Ogni bambino, ogni ragazzo va considerato nella sua interezza. Non si tratta di dare più spazio ad un’attività integrativa, ma di puntare sull’educazione artistica e culturale come risorsa indispensabile allo sbocciare della personalità e insieme alla padronanza del proprio corpo e alla relazione con gli altri. 

Uguaglianza.Il documento muove da un’affermazione di rara evidenza: giacché “i ragazzi non sono uguali di fronte alla cultura”, tocca alla scuola agire a compensazione e offrire a tutti l’opportunità di esprimersi creativamente; “non c’è altro luogo che la scuola per organizzare l’incontro di tutti con l’arte”.  C’è qui un’innovazione culturale di grande rilievo. A configurarsi come un diritto del cittadino non è più un generico diritto alla cultura, ma qualcosa di ben più  significativo: promettendo a tutti i ragazzi  l’accesso  all’atto creativo, la Repubblica si obbliga a favorire un pieno sviluppo della personalità di tutti (tutte e tutti, diremmo oggi). E con ciò a  “dare a ciascuno l’occasione di affermare la propria indipendenza e rimarcare la propria originalità”.

Continuità: posto che c’è sempre, nell’incontro con l’arte, una componente di casualità, si tratta di minimizzare il rischio che tale incontro non avvenga, garantendo un intervento pubblico generalizzato e continuo, dalla scuola elementare all’università. L’obiettivo dichiarato è “dotare ogni allievo, al termine della scuola, di una cultura generale capace di coprire l’insieme dei campi artistici e culturali”.

Ancora una volta, Lang si sottrae ad una logica additiva e torna a proporre una svolta culturale, “un cambiamento pedagogico radicale, che pone l’attività artistica e culturale al cuore di tutti gli insegnamenti”, mettendo a contatto personale tutti gli allievi con le opere, gli spazi creativi, l’ambiente culturale,  in relazione diretta con “artisti e creatori, la cui presenza nelle classi permette di far entrare un altro sguardo”. 

Le azioni

Occorre dare priorità all’espressione degli alunni e alle loro iniziative, incentivare la loro creatività, promuovere l’acquisizione pratica delle basi fondamentali del linguaggio artistico e corporeo. Sulla base di queste considerazioni, il Piano propone all’insieme del sistema scolastico una mobilitazione generalizzata, volta ad estendere a tutti gli studenti pratiche fino ad allora troppo sperimentali e particolari; diversificare le pratiche delle discipline artistiche; dare continuità all’azione educativa, intervenendo dalla scuola materna fino al termine del corso di studi.  In concreto, si tratta di generalizzare l’esperienza, già in atto, delle classi sperimentali a Progetto Artistico e Culturale  (PAC). Non ci sono limiti tematici: quel che conta è che i progetti coinvolgano tutta la classe e tutte le classi; che si integrino negli orari e nei programmi curricolari; che puntino alla realizzazione, in tempi certi e programmati, di un prodotto artistico o culturale; che siano inscritti nel progetto educativo della scuola; che siano condotti sotto la responsabilità di un insegnante e con le competenze aggiuntive di artisti o di specialisti.  Almeno una volta per ogni ciclo scolastico, cioè almeno quattro volte nel corso della sua carriera, lo studente deve avere la possibilità di vivere in prima persona l’incontro con il processo creativo e parteciparvi attivamente. 

Le risorse

A fronte di questa ambizione, il piano mobilita una massa imponente di risorse finanziarie (“uno sforzo finanziario senza precedenti”), istituzionali  ed umane. Ogni PAC è finanziato dal Ministero dell’educazione nazionale, e può accedere a contributi del Ministero della Cultura, delle istituzioni locali o di altri partner, fino a raddoppiare lo stanziamento ministeriale.  Agli insegnanti sono destinati specifici interventi di formazione e reclutamento. Quanto  agli artisti, il piano prevede come decisivo l’incontro con loro e le loro opere: per molti ragazzi la scuola è il solo luogo ove questo incontro è possibile. Pertanto, mentre si indirizzano le scuole a generalizzare l’esperienza dei PAC e si attivano finanziamenti governativi volti a promuovere partenariati con artisti e professionisti della cultura, ci si propone di realizzare, sotto la responsabilità del Ministero, un gigantesco censimento, territorio per territorio, delle risorse culturali ed  artistiche disponibili. 

Il piano si avvia così a cogliere il triplice risultato di orientare secondo un criterio la formazione degli insegnanti, offrire ai giovani l’opportunità di misurarsi in modo consapevole con le domande di senso che li attraversano e assicurare agli artisti presenti sul territorio della nazione uno status riconosciuto ed una ragionevole garanzia di reddito.

L’arte di copiare

Vengo da una famiglia di insegnanti. Quando ero ragazzo circolava in casa mia, suscitando un certo buonumore, l’aneddoto di una versione dal latino sostanzialmente priva di errori, che però terminava con la frase “cambia le parole!”. Questo per dire che, anche quando copi dai più bravi, devi metterci del tuo: un po’ di cervello, un po’ di autonomia. E dunque non si tratta, neanche stavolta, di ripetere pari pari le scelte fatte in Francia quarant’anni fa e poi rilanciate all’inizio del nostro secolo, ma di cogliere la lezione che ne discende, e che provo a formulare così: non ti basta una grande visione se non puoi sostenerla con grandi risorse, ma non riuscirai mai a mobilitare grandi risorse, umane e finanziarie, se non disponi di una visione adeguata delle cose, se non sei capace di interpretare il tuo tempo e offrire un approdo al movimento profondo che percorre la società e ne alimenta i bisogni, le speranze, le potenzialità represse in cerca di espressione.

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