ChiVa&ChiViene Società

Al islamiya, identità e integrazione

Vincenzo Falasca intervista Hicham Ouahib, segretario dell'associazione Al Islamita-L'Islamica che gestisce la più grande Moschea cittadina alla Paciana. Un viaggio nella storia di parte della comunità islamica folignate, tra prime difficoltà, spirito di iniziativa, integrazione e rete di contatti nella realtà sociale locale.

#SOCIETÀ #CHIVACHIVIENE
Intervista a cura di Vincenzo Falasca

(In foto: i lavori per la riapertura della Moschea alla Paciana)


Incontro Hicham Ouahib, una domenica mattina prima della sua lezione di tennis. Rimango colpito dalla sua ottima parlata e capisco subito che non sarà difficile farmi raccontare della comunità di cui fa parte.

Hicham è il Segretario di “Al Islamiya” – “L’Islamica”, l’associazione che gestisce la più grande Moschea cittadina alla Paciana (l’altra si trova al centro, frequentata soprattutto da chi ha difficoltà a spostarsi).  Prima di essere Segretario ha svolto altri incarichi ma, soprattutto, è stato tra i promotori del rinnovamento rispetto alla precedente generazione.

Io sono stato sempre presente, inizialmente da semplice spettatore, da ascoltatore delle vecchie famiglie, della vecchia mentalità, quella dei nostri genitori. I primi arrivati della prima generazione erano organizzati diversamente, pensavano solo ad aprire centri di culto senza essere veramente dinamici nel tessuto sociale. Io sono veramente grato a loro perché hanno gettato le fondamenta, ma sappiamo e siamo coscienti che noi siamo semplicemente la generazione di transizione perché in realtà sono i nostri figli che saranno più dinamici e più partecipi.  Noi abbiamo parecchie difficoltà: la prima è sempre quella della lingua. E poi la seconda è la stabilità economica, difficoltà che penso i nostri figli non avranno perché già hanno l’appoggio dei genitori, cosa che noi non abbiamo avuto quando siamo arrivati qui. Non avevamo proprio niente di niente e ci siamo aiutati, nella misura del possibile, fra di noi.

Tra l’altro, uno dei problemi che abbiamo qui come associazione, è che non c’è nessuno che ci finanzia. Fino a qualche anno fa eravamo considerati una minaccia, anzi, una possibile minaccia o forse anche un problema; adesso anche l’Amministrazione pubblica si è resa conto di aver fatto un grosso errore e quindi ci appoggiano, vengono a trovarci di tanto in tanto, facciamo due chiacchiere e hanno cambiato ottica nei nostri confronti, hanno capito che serviamo e, soprattutto per la questione della sicurezza, possono collaborare con chi è parte integrante di questa società. 

Quindi è nata anche una seconda generazione a livello del direttivo: i vecchi  si sono messi da parte quando hanno visto che la gioventù era più dinamica e più appropriata anche a rapportarsi con l’Amministrazione pubblica e ci hanno lasciato fare; stiamo ottenendo anche dei buoni risultati a livello regionale: all’inizio tutti i nostri movimenti erano sul livello locale  oppure nei territori limitrofi, Bevagna, Spello Cantalupo; siamo arrivati anche a Santa Maria pian pianino creando un gruppo collaborativo, sempre a livello  culturale. 

A livello sociale il movimento c’è sempre stato: nei momenti di gravi difficoltà ci aiutiamo fra di noi. Ad esempio durante il Ramadan tutti gli anni ci siamo organizzati in modo di elargire almeno qualche pasto per le persone meno abbienti: abbiamo creato SOS spesa, il pacco spesa da distribuire alle persone in difficoltà. Spesso si organizzano delle raccolte fondi presso i fedeli più assidui nel nostro centro oppure tramite i Social Media. Ultimamente, ad esempio, siamo riusciti ad ottenere un risultato inaspettato durante tutto il mese del Ramadan, un mese sacro dove tutte le persone sono spiritualmente più coinvolte e disponibili a fare del bene; così quest’anno siamo arrivati quasi a €5000, e  con il minimo  sforzo: soltanto tramite i social, per via del covid.

Quando parli della comunità islamica di chi parli?

Più che altro della componente marocchino – algerina – tunisina. Poi c’è qualche egiziano, poi ci sono gli albanesi e i macedoni. 

C’è collaborazione tra i vari gruppi di origine? 

Frequentano per la maggioranza il nostro centro, perché come saprai c’è anche un altro centro vicino ai Canapè. All’inizio eravamo tutti insieme, poi per divergenza di vedute ci siamo separati per non creare attriti e problemi vari: abbiamo preferito lasciare quel gruppo con un messaggio molto pacifico ma non dinamico, legato solo ad attività di culto. Quindi con l’appoggio delle vecchie famiglie abbiamo raccolto una  somma non indifferente che ci ha permesso di acquistato il centro in via Fedeli n. 24, alla Paciana. Praticamente siamo partiti dal niente, poi piano piano siamo riusciti a sistemare la sede, che tra l’altro adesso sta diventando troppo piccola, perché per esempio ogni anno vengono là circa 200 bambini per seguire corsi di lingua araba e corsi di educazione religiosa. Vorremmo farlo tutta la settimana, ma per il momento ci accontentiamo solo del sabato. 

E cosa fate precisamente con i bambini?

La cosa principale, come dicevo, è l’insegnamento della lingua araba e delle basi fondamentali dei precetti dell’Islam. In questo modo, a livello culturale, noi gli insegniamo che loro sono dei musulmani e che cosa devono fare per continuare ad essere bravi musulmani, però facendo parte della comunità più grande di Foligno:  devono essere forti dei loro valori, con la loro identità, essere più selettivi prendendo ciò che c’è di buono e buttando via ciò che secondo noi non lo è, in modo di portarci a produrre delle persone ancora migliori. 
Perché sai, il matrimonio delle culture allarga gli orizzonti e quindi ti dà per forza una persona migliore. 

(Foto di V.F.)

Tornando alle vostre attività…

Noi siamo ben organizzati, con molti volontari. Anche per il covid 19, per affrontare questa crisi, ci siamo messi subito a disposizione e addirittura abbiamo fornito la nostra collaborazione a livello regionale. Abbiamo creato, sempre partendo da Foligno, una federazione di associazioni islamiche che ha dato dei frutti veramente bellissimi, soprattutto ai fini della donazione, ma anche nelle attività di culto e del sociale. Ad esempio ogni associazione membro costituente della federazione si è attivata con l’Avis del territorio, abbiamo creato anche il pacco spesa e SOS spesa dappertutto: a Umbertide, a Castiglione del Lago, a Magione, a Ellera di Corciano, a Marsciano, a Gubbio e a Terni e la cosa si sta allargando sempre di più, collaborando con gli altri in modo da diventare dei cittadini integrati che  fanno bene nel proprio territorio.

Come è nata questa esperienza della donazione del sangue? E’ qualcosa di legato alla cultura o alla religione?  

(Sorride:) In realtà la cosa è nata semplicemente dal sottoscritto, non voglio sembrarti presuntuoso, ma sai che…  come si suol dire in italiano? Non tutto il male viene per nuocere! Io proprio per la natura  del mio lavoro (ndr: Hicham è un autotrasportatore) sono sempre fuori, quindi per circa 10-15 anni non sono riuscito più a donare. Quando si è ripresentata l’occasione ho rifatto l’adesione: sono andato là per fare del bene e mi hanno fatto del bene, perché mi hanno segnalato dei parametri alle stelle. Lì mi si è accesa una lanterna in testa, dico: io, parlando da buon musulmano, sono andato a fare del bene e il Signore già mi ha ricompensato, ma perché non allargare questa cosa alla mia comunità? Così ho scritto un messaggio all’Avis e dopo due giorni mi chiamò Gino Morbidoni, l’ex presidente dell’Avis col quale ho stretto il mio primo “patto per la vita”, così lo abbiamo chiamato. E’ nato anche un rapporto speciale con Gino Morbidoni: una persona squisita, molto bravo, molto tranquillo, molto  sereno, e io ho acquisito questa serenità. Mi diceva sempre: “Guarda, tu te la prendi troppo. Noi piantiamo un seme, poi quel seme lo dobbiamo solo annaffiare e piano piano diventa un albero, poi l’albero avrà i rami e prima o poi riusciremo ad ottenere i risultati ”. A lui, successivamente, è subentrato Emanuele Frasconi: lui è molto dinamico e a me serviva una persona come lui, perché con lui le cose si fanno in cinque minuti, prende subito una decisione e molti passi in avanti li siamo riusciti a fare.

Tornando alla vostra comunità: le donne come sono organizzate al suo interno?

Le donne sono partecipi, nel senso che abbiamo sempre delle maestre donne che vengono a fare insegnamento e sempre fra di loro svolgono altre attività culturali. Purtroppo, per ciò che riguarda la prima generazione di donne, abbiamo il grosso problema della lingua italiana che tra l’altro, come dicevo, è quello che frena anche la prima generazione di maschi. 
Adesso è nata una collaborazione con altre associazioni e speriamo che col Cidis riusciamo a trovare degli insegnanti e delle insegnanti che ci aiutino a risolvere questa situazione, perché loro purtroppo sono messi in disparte: non per una questione culturale, ma più che altro perché  non riescono ad essere partecipi non avendo lo strumento della lingua.

Prima mi parlavi di questo periodo di emergenza: come vi siete organizzati?

Ci siamo comportati come tutti gli atri, ed anzi abbiamo preferito prendere ulteriori misure di cautela, mantenendo chiusi i nostri centri anche dopo la riapertura delle attività, perché noi premiamo la vita e non vogliamo rischiare di diventare un focolaio. E posso dare la bella notizia che nessuno di noi a livello regionale ha avuto problemi diretti con il Covid. 

Ci salutiamo dandoci appuntamento alla Moschea che in quei giorni si stava preparando alla riapertura, nel frattempo avvenuta,  e con un suo messaggio di speranza: Secondo me il futuro può essere solo bello, perché la collaborazione con gli altri da sempre dei buoni frutti.

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