Città La Città Invisibile

Violenza domestica. Tace il telefono

Paola Pasinato, avvocata da sempre impegnata nella tutela delle donne, collabora da anni con associazioni che gestiscono centri antiviolenza. In questo articolo ci parla del «silenzio assordante» del suo telefono e di quelli delle associazioni che non hanno più squillato nei mesi del lockdowm, testimoniando l'imporsi una situazione di emergenza nell'emergenza, con migliaia di donne costrette in casa, con i loro aguzzini, senza poter trovare conforto e supporto e spesso dovendo pensare anche alla tutela dell'incolumità dei propri figli.

#CITTÀ #CITTÀINVISIBILE
Di Paola Pasinato


I mesi di lockdown sono stati per tutti difficili, ma soprattutto lunghi. Il tempo è rimasto sospeso per settimane, le giornate si sono dilatate e sono state scandite solo dalle esigenze quotidiane che la nostra frenetica vita ci aveva costretto a mettere in secondo piano. Nei primi giorni di chiusura tanta è stata la fatica ad abituarsi a non correre tutto il giorno per tentare di incastrare le esigenze lavorative con quelle familiari. Stare dietro ai figli e dedicarsi h24 a loro, questa però è stata la vera prova per noi genitori, per noi madri lavoratrici. Abituate, per poter continuare a perseguire i nostri obiettivi professionali, a condividere il nostro ruolo genitoriale con la scuola, con i nonni, con le baby sitter. Siamo state costrette a divenire per i nostri piccoli l’unico punto di riferimento, che doveva colmare quello spazio temporale creato dalla chiusura della scuola, riempendolo di tutto ciò di cui loro avevano bisogno, sia dal punto di vista affettivo, che educativo e sociale. Abbiamo ovviamente dovuto informarli di ciò che stava accadendo intorno a noi, cercando di utilizzare, per renderli consapevoli e partecipi, gli idonei strumenti pedagogici ed il giusto linguaggio, ed allo stesso tempo sforzandoci di non far trapelare le nostre paure e preoccupazioni, per il nostro futuro ma soprattutto per il loro.

Una pausa dalla realtà abituale. Una pausa anche dalla realtà lavorativa.

Sono un’avvocata che da anni collabora con associazioni che gestiscono i centri antiviolenza (prima con l’ass. Differenza Donna di Roma, ora in Umbria con l’associazione Libera…mente Donna) e che ha fatto della tutela delle donne non solo una specializzazione dell’attività forense quanto una scelta di vita ed uno scopo da raggiungere con e per le donne. Per noi donne.

I mesi di lockdown sono stati silenziosi. Un silenzio assordante. Il telefono non squillava più. Donne che tutti i giorni mi chiedevano consigli su come poter intraprendere o continuare il percorso di fuoriuscita dalla violenza che stavano subendo all’interno delle mura domestiche improvvisamente non telefonavano più. Ed io ero consapevole che il motivo per cui ciò accadeva non era dettato dalla mancanza di bisogno ma dalla impossibilità di farlo. E quella loro impossibilità di chiedere aiuto diveniva anche la mia impossibilità di aiutarle.

Quelle donne a causa del lockdown si trovavano isolate in casa, dove i loro uomini finalmente potevano avere il totale controllo ed il dominio assoluto sul loro corpo e sulla loro libertà di movimento. Nessuna poteva più fuggire per trovare rifugio ed ospitalità presso un amico o un parente. Nessuna poteva prendersi una boccata d’aria almeno durante le ore di lavoro o andando a fare la spesa. Tutte costrette a respirare quell’aria di violenza 24 ore su 24, temendo sempre di più per la propria incolumità psicofisica e per quella dei propri figli. Figli costretti anch’essi a subire, direttamente o indirettamente. La casa era divenuta ancor di più una vera e propria gabbia da cui uscire e chiedere aiuto era ancor più complicato.

Così come non squillava più il mio telefono, anche quello dei centri antiviolenza inizialmente è rimasto pressochè silenzioso. Eppure i numeri verdi sono rimasti sempre attivi, ma le donne vittime di abusi, costrette in casa con il proprio aguzzino, spesso faticavano anche ad inviare un messaggio. Poche infatti, durante il lockdown, le chiamate che arrivavano, tutte sussurrate da sotto la doccia o dalla camera da letto, coperte dalla musica o dalla voce della televisione. 

A soffrire con loro anche le tante associazioni che da anni lavorano per combattere il fenomeno della violenza di genere. Sole a gestire un’emergenza nell’emergenza, per far fronte alle nuove necessità si sono organizzate come meglio hanno potuto, ciascuna a modo suo perché un’indicazione dalle istituzioni non è mai arrivata, come non sono arrivati fondi o dispositivi sanitari per permettere agli operatori di continuare a lavorare in sicurezza.

Tutti gli operatori del settore temevano che a causa del lockdown la violenza contro le donne potesse venire accentuata. E così è stato.

Una paura purtroppo ben riposta se si considera che in questo periodo la violenza di tipo fisico è cresciuta di 10 punti percentuali rispetto al 2019 passando dal 43,4% al 52,7%. E’ cresciuta anche la violenza psicologica passando dal 37,9 al 43,2%.

Ma se la violenza è aumentata, le denunce in questo periodo sono calate drasticamente. Si parla di un calo mediamente del 50%, seppur con differenze geografiche (in alcune zone si è arrivati al 70). Col passare del tempo, però, sono progressivamente risalite le querele per maltrattamenti e si sono abbassate, invece, quelle per stalking, a dimostrazione che questa sia la naturale conseguenza delle restrizioni di mobilità legate al Covid.

Dopo il primo periodo però i numeri di donne che hanno richiesto aiuto ai Centri Antiviolenza e le emergenze che necessitavano una ospitalità sono aumentante esponenzialmente.

Una rilevazione fatta da D.i.Re., rete a cui aderiscono 80 centri antiviolenza in Italia, mostra che rispetto allo stesso periodo dello scorso anno le richieste di aiuto sono aumentate del 74,5 per cento: si tratta di “un incremento significativo delle richieste di supporto da parte di donne che erano già seguite dai nostri centri, costrette a trascorrere in casa con il maltrattante il periodo di quarantena per l’emergenza coronavirus“.

Per le poche donne che sono riuscite a scappare dall’inferno, entrare in un luogo protetto in questo periodo è stata un’odissea. Ma le associazioni che gestiscono i Centri Antiviolenza hanno tentato di fare il possibile per organizzarsi, consapevoli che l’ospitalità in emergenza fosse l’unica strada percorribile perché ogni altro tipo di risorsa (ospitalità presso amici o parenti, trasloco, separazione legale, ecc.) era bloccata. Molte strutture però, nel territorio nazionale, sono state costrette a sospendere o limitare gli ingressi a nuove donne nei rifugi e i motivi vanno oltre la semplice garanzia delle norme di sicurezza sanitaria oggi in vigore. Da un lato c’è il timore delle ospiti già presenti che le nuove arrivate possano essere portatrici del virus, dall’altro c’è la difficoltà delle operatrici a reperire delle strutture in cui mettere in quarantena preventiva le vittime in arrivo. La mancanza di spazi è stato quindi uno dei principali problemi.

Non di poco conto poi l’assenza di dispositivi sanitari, come mascherine, guanti in lattice e disinfettanti, che ha imposto a chi lavora nei centri di cambiare drasticamente il loro modo di operare, quale quella di comunicare con le ospiti attraverso Skype, riducendo il numero degli incontri al minimo essenziale.

Anche il mio telefono negli ultimi tempi ha ricominciato a squillare, permettendomi nuovamente di “correre” per restituire dignità e libertà a quelle donne che dentro le loro case, in questo periodo più di prima, anziché essere amate, sono costrette a subire ogni tipo di violenza. E’ ciò che amo fare e che dà un senso al mio lavoro. È ciò che mi dà la carica ogni giorno per continuare quella vita frenetica e faticosa, ma tanto interessante e stimolante, che è la vita di una mamma professionista. 

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