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Siccità e crisi idrica, emergenza o mancanza di programmazione?

Le conseguenze dei cambiamenti climatici sulle acque dell'Umbria, sul nostro fiume Topino e sull'agricoltura segnalano la prefigurazione di un'emergenza idrica per la Regione. Quali approcci e strategie mettere in campo affinché la tutela delle acque diventi una priorità per l'Umbria? Di tutto questo ci parla Alessandra Paciotto, del direttivo di Legambiente Umbria.

#CITTÀ #CITTÀINVISIBILE #AMBIENTE
Di Alessandra Paciotto

(In foto: Il topino in secca)


Nello scorso maggio l’Istituto di scienze dell’atmosfera del clima del CNR, rendendo pubblici i dati del primo quadrimestre, lanciava l’allarme sul rischio siccità a causa delle alte temperature, ben oltre la media storica, registrate nel nostro Paese: 1,41 gradi in più che fanno del 2020 l’anno più caldo da quando, nel 1800 sono cominciate le rilevazioni e che confermano le previsioni di un’estate caldissima: il 2020 sarà uno dei tre anni più caldi mai registrati finora. Un dato che conferma come i cambiamenti climatici siano un fenomeno drammaticamente attuale, con conseguenze anche poco prevedibili, ma che certamente comportano fenomeni progressivi di desertificazione, eventi estremi più frequenti e sfasamenti stagionali.

Buone e cattive acque dell’Umbria – In Italia i cambiamenti climatici hanno portato un aumento della precipitazioni cumulate medie e soprattutto di eventi meteorologici estremi, quasi ovunque ma non nel Centro Italia dove la mancanza di piogge tra inverno e inizio primavera, l’innalzamento delle temperature e il perdurare di periodi siccitosi ha indebolito in maniera consistente le falde in Umbria, prefigurando un situazione di emergenza idrica. Le scarse precipitazioni non consentono una ricarica delle falde dei principali sistemi idrici regionali che registrano costanti abbassamenti della portata. Nemmeno le piogge sporadiche e abbondanti degli ultimi giorni,  utili per offrire un momentaneo refrigerio, possono ridurre il deficit idrico. 

L’acqua è una risorsa fondamentale per ogni forma di vita e per gli ecosistemi che viene, poco saggiamente, sprecata, inquinata e non adeguatamente tutelata e anche la nostra Regione non è mai intervenuta in maniera  risolutiva  in termini di tutela, prelievi, uso e sprechi. In base ai monitoraggi eseguiti da Arpa Umbria, tra il 2018 e il 2020 solo il 34% delle acque superficiali dell’Umbria ha raggiunto lo stato ecologico buono. Si tratta principalmente dei corsi delle aree nord orientale e sud orientale della regione, alimentati dalle sorgenti della dorsale appenninica. Il 39% è sufficiente e presenta alterazioni delle comunità biologiche e delle quantità di nutrimenti: tra questi l’asta del Tevere, il Lago Trasimeno e quello di Piediluco. Le  situazioni più critiche e compromesse si registrano nel 13% delle acque regionali, quelle della Valle Umbra e della Valle del Nestore. Le più critiche dal punto di vista chimico  sul Paglia e sul Nestore, con concentrazioni superiori alla norma di sostanze di origine industriali .  Anche dal punto di vista delle gestione delle risorse idriche l’Umbria non brilla, con il 47% di perdite, percentuale (la media nazionale si attesta intorno al 41%, dati Istat 2015).  Con il 68,7% di carichi inquinanti civili trattati nel 2015 l’Umbria è in buona compagnia con le altre regioni italiane, ad eccezione delle province di Bolzano (99,7%) e Trento (79%). Non va dimenticato infatti che il nostro Paese sembra che non riesca ad uscire da questa persistente emergenza tanto da registrare ben quattro procedure di infrazione alla Corte di Giustizia Ue.

Soprattutto con situazioni di siccità ed emergenza idrica come quelle che si stanno registrando la mancata o scarsa depurazione fa salire il rischio: un depuratore mal funzionante o uno scarico abusivo civile, e soprattutto uno industriale, possono causare un grave danno all’ecosistema, come già avvenuto più volte sul Tevere, sul Timia e in altri fiumi e torrenti. 

Agricoltura a rischio – Crisi idrica significa meno acqua da bere, ma anche  per l’agricoltura, che da sola consuma  il 70% dell’acqua dolce disponibile. E l’agricoltura intensiva, che caratterizza ancora le produzioni agricole umbre, è quella che fa maggiormente uso di input chimici (fertilizzanti, pesticiti e diserbanti) che impoveriscono i suoli, possono inquinare le acque superficiali (effetto dilavamento)  e utilizzano  grandi quantità di acqua; un modello che porta alla desertificazione dei suoli.  E’  ormai urgente e necessario che la  Regione metta a disposizione importanti risorse per favorire l’adattamento dell’agricoltura ai cambiamenti climatici: un’agricoltura di precisione che favorisca  il risparmio idrico, estendendo l’irrigazione a goccia e promuovendo altre tecnologie in grado di non disperdere risorse e ottimizzare gli input agronomici. 

Questione Topino e fiumi dell’Umbria – E’ notizia di qualche giorno fa, riportata da un quotidiano locale: per l’emergenza idrica del Topino il Consorzio di Bonificazione Umbria si affida alla pioggia e una delle più importanti associazioni di agricoltori invita gli associati ad assicurarsi  contro le calamità metereologiche. Ci sarebbe da ridere se fosse una barzelletta, invece dimostra drammaticamente la pochezza delle strategie in campo. Le acque del Topino sono da anni sotto il livello di guardia per le ricorrenti stagioni siccitose che si si sommano a prelievi  a monte che non rispettano le concessioni. Mancano i controlli e le norme regionali, nazionali ed europee vengono disattese nel silenzio generale.  Per questo Legambiente Umbria insieme al circolo locale di Foligno ha avviato periodici monitoraggi delle portate e il campionamento microbiologico delle acque. Un’attività avviata anche in Valnerina, sul Nera e sul Corno, con la collaborazione e il supporto scientifico del Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell’Università di Perugia.

Gestione delle risorse idriche diventi priorità regionale – E’ necessario mettere in campo nuovi approcci e strategie. Facciamo diventare la tutela delle acque una priorità per l’Umbria. Occorre affrontare e risolvere le criticità presenti, a cominciare da una più efficiente depurazione: sono ancora troppe le abitazioni non collegate alle reti fognarie ed i depuratori sottodimensionati e inefficienti. Così come occorre intervenire sull’inquinamento industriale e la riduzione dei prelievi in agricoltura e a livello di concessioni affinchè ci sia una equa redistribuzione delle risorse: non possiamo più permetterci di immettere importanti risorse idriche in reti che hanno alti livelli di dispersione.  Servono  controlli più capillari affinché vengano rispettati i deflussi ecologici a salvaguardia dei nostri corsi d’acqua. L’Umbria infine si dovrebbe distinguere per un’agricoltura meno idrovora e a zero utilizzo di pesticidi. La salvaguardia dei laghi dell’Umbria – Come ogni anno da 15 anni, anche questa estate Goletta dei Laghi, la campagna a tutela dei laghi italiani fa tappa in Umbria per monitorare le acque dei Laghi Trasimeno e Piediluco. Tra gli appuntamenti previsti anche il primo monitoraggio delle microplastiche,  nell’ambito del progetto LIfe Blue Lakes; finanziato dal Programma LIFE e co-finanzato da PlasticsEurope il progetto ha come capofila e coordinatore Legambiente, mentre Arpa Umbria, Autorità di Bacino dell’Italia Centrale, ENEA, Global Nature Fund, Lake Constance Foundation e Università Politecnica delle Marche completano il partenariato. Obiettivo di Blue Lakes è quello di ridurre e prevenire la presenza di inquinanti invisibili attraverso  azioni che coinvolgeranno istituzioni, enti e autorità locali, aziende e cittadini dei territori dei laghi di Garda, Bracciano e Trasimeno in Italia, e dei laghi di Costanza e Chiemsee in Germania.

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