Politica Società

Verità e giustizia per Giulio Regeni

Lo scorso 2 luglio ha avuto luogo un nuovo incontro fra la Procura egiziana e quella romana sull'uccisione di Giulio Regeni, durante il quale l'Egitto ha, per l'ennesima volta, negato all'Italia la sua collaborazione. Abbiamo intervistato Erasmo Palazzotto, Presidente della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla vicenda Regeni, che ci ha spiegato come al comportamento oltraggioso del Cairo dovrebbe essere affiancata una risposta adeguata da parte del nostro Governo. Per Giulio e la sua famiglia, ma non solo. Perché questa è una vicenda collettiva che riguarda l'intero sistema valoriale del nostro paese.

#ISTITUZIONI #POLITICA #DIRITTIUMANI
Intervista a cura di Alessandro Sorrentino

(Nell’immagine: la campagna di Amnesty International Italia per i 4 anni dalla scomparsa di Giulio Regeni)


Abbiamo intervistato Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra Italiana/Liberi e Uguali e Presidente della commissione parlamentare d’Inchiesta  sulla vicenda dell’uccisione di Giulio Regeni. Palazzotto è anche tra i promotori di Mediterranea Saving Humans.

Quando è stata istituita la Commissione e con quali scopi, qual è il lavoro che state portando avanti?

«La Commissione è stata istituita a dicembre del 2019 dopo un lungo e travagliato iter. La prima proposta di legge per istituirla la presentai alla Camera nel maggio del 2016, appena pochi mesi dopo l’uccisione di Giulio. Già allora ritenevo che la politica avesse il dovere di ricostruire una verità storica su quanto era accaduto ad un nostro giovane ricercatore. Era chiaro da subito che il Governo egiziano fosse coinvolto nel suo omicidio e che quindi non avrebbe collaborato. Da dicembre la Commissione lavora incessantemente per raccogliere ogni informazione utile a ricostruire il contesto, le circostanze e le responsabilità sulla tragica morte di Giulio Regeni. Stiamo ripercorrendo all’indietro questi quattro anni di depistaggi e tentativi di occultare la verità, ricostruendo la catena delle responsabilità, anche quelle politiche, valutando ogni atto o omissione che possa avere ostacolato o ostacoli ancora oggi la ricerca di verità e giustizia».

In queste ultime settimane la morte di Giulio è tornata nel dibattito pubblico, in particolare dopo l’incontro in videoconferenza tra la Procura generale egiziana e la Procura di Roma del 2 luglio scorso conclusosi, nuovamente, in un nulla di fatto, nel senso che da parte egiziana non arrivano risposte o chiarimenti in merito alla rogatoria del 9 aprile 2019. L’impressione è che percorrere la strada della cooperazione con l’autorità egiziana con la speranza di ottenere in cambio una reale e fattiva collaborazione sulla vicenda non stia dando i suoi frutti. Cosa può dirci a riguardo, sia dell’incontro tra le Procure sia dell’azione condotta nei confronti dell’Egitto?

«L’incontro tra le Procure si è svolto secondo un copione prestabilito. Da parte egiziana non vi è mai stato un piano di collaborazione e quello che la Procura di Roma ha ricostruito è stato possibile grazie al lavoro straordinario dei nostri team investigativi dello SCO e dei ROS. Noi oggi sappiamo con certezza che Giulio Regeni è stato rapito, torturato ed ucciso da alcuni agenti della National Security Agency egiziana: i servizi di sicurezza interni. Quello che ancora non sappiamo è il perché, e quanto in alto risale la catena delle responsabilità nel sistema di potere egiziano. La Procura di Roma ha individuato cinque ufficiali che risultano iscritti nel registro degli indagati ed ha mandato una rogatoria internazionale con alcune precise richieste alla Procura egiziana quattordici mesi fa. Da allora nessuna risposta, neanche l’indicazione del domicilio legale per notificare formalmente agli indagati che lo sono. Per questo c’è bisogno di un cambio di passo anche nelle relazioni con l’Egitto, il modo in cui il Cairo si sta comportando è oltraggioso non solo nei confronti della famiglia, ma del nostro Paese e della sua credibilità».

Il governo sembra però non essere disposto a retrocedere di un passo sulla questione della continuazione dei rapporti con l’Egitto, viste anche le recenti dichiarazioni di Conte e del sottosegretario agli affari esteri Manlio Di Stefano e, soprattutto, la notizia di qualche settimana fa riguardo la vendita di navi di guerra italiane al paese governato da Al-Sisi. La famiglia Regeni ha affermato di sentirsi tradita dal governo. Lei è totalmente al loro fianco, lo ha sempre affermato pubblicamente, e infatti richiede una ferma presa di posizione da parte del governo su tutta la vicenda e che si stabilisca, quantomeno, un punto di non ritorno sulla vicenda, arrivati al quale si prendano decisioni drastiche. Ritiene che questo limite sia stato superato?

«Il limite è stato superato da un po’, il tema adesso è come proseguire. La vendita delle fregate è solo l’ultimo passo di un graduale processo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi che ha inizio nel 2017 con il reinvio dell’ambasciatore al Cairo. Qualcuno si è evidentemente illuso che dopo quattro anni questa vicenda sarebbe stata archiviata. La verità é che l’esistenza stessa di questa Commissione dimostra che l’attenzione nel Paese è ancora molto alta e questo anche perché la Famiglia di Giulio ha avuto la straordinaria forza di trasformare una tragedia personale in una vicenda collettiva che riguarda il sistema valoriale del nostro Paese. La loro richiesta di verità è giustizia non è mai stata solo per loro figlio, ma come spesso ripetono per tutti i Giulio e le Giulie del mondo che ogni giorno nel silenzio subiscono la stessa violenza di loro figlio. Il movimento straordinario che si mobilitato in questi anni attorno a Paola e Claudio Regeni è diventato un pezzo della coscienza civile del nostro Paese. Quindi chi si illude che si possa mettere una pietra sopra a quanto accaduto dovrà ricredersi. Al Governo dico di prepararsi a fare i conti con la possibilità che l’Egitto continui a comportarsi così e mettere in campo una risposta all’altezza dell’offesa che la nostra comunità nazionale ha ricevuto in questi anni».

Nell’ultima intervista concessa al Manifesto ha affermato, e io sono d’accordo con lei, che nel Mediterraneo ci sia un problema legato ai diritti umani e che questi vadano rafforzati, attraverso quali scelte pensa che l’Italia possa impegnarsi in quest’opera?

«Ci piaccia o non ci piaccia questo sarà il secolo dei diritti umani, della loro riaffermazione o della loro definitiva scomparsa. Purtroppo negli ultimi anni abbiamo assistito ad un continuo deterioramento della democrazia e dei diritti umani, nel Mediterraneo in particolare. Questo è dovuto anche ad una crisi valoriale dell’Unione Europea nel suo insieme. È difficile dare lezioni sui diritti umani a qualcuno se sei tu per primo che lasci le persone morire in mezzo al mare o deportate nei campi di concentramento in Libia. La verità è che in questi anni abbiamo deciso che dittatori come Erdogan o Al-Sisi ci facevano comodo. A loro abbiamo appaltato la gestione delle nostre frontiere così che potessero fare il lavoro sporco e al contempo li abbiamo armati fino ai denti garantendo business milionario alla nostra industria bellica. Il problema è che il contesto in cui vivi influenza anche te. Se nel Mediterraneo non si riaffermano i principi della libertà e della democrazia molto presto verranno meno anche in Europa. Ci sono già tutti i segnali e credo che l’Italia debba agire perché l’Europa torni ad essere faro della democrazia e della civiltà».

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