Cultura Spettacolo

Le rose di Atacama. In memoria di José, Luis, Fredy, Roberto, Raul e gli altri

Partendo dall'osservazione dei murales cileni di Via Nazario Sauro e da alcune riflessioni suscitate dalla morte dello scrittore Luis Sepúvelda nel periodo di pandemia e dalla rilettura del suo libro "Le rose di Atacama", Roberto Lazzerini ci parla delle corrispondenze avvenute negli anni tra il Chile e la nostra città, ricordando in particolare l'esule e cineasta cileno Raùl Ruiz, che nel 1988 allestì a Montefalco uno spettacolo tratto dalla commedia "lo schiavo del demonio".

#CULTURA #SPETTACOLO #TEMPOLIBERO
Di Roberto Lazzerini

(Nell’immagine: i murales cileni nei pressi di Porta Romana. Foto di Pietro e Francesca Romana Felici)


In attesa di poter fare un bilancio dell’estate cinematografica, appena avviata, mi concedo una digressione, non peregrina, spero. Nei ripetuti percorsi automobilistici cittadini, quando ci si certificava, più di tre mesi orsono, mi capitava lungo via Nazario Sauro, nelle brevi soste al semaforo, di gettare l’occhio sui muri che fiancheggiano il Campo de li Giochi, un tempo stadio sportivo della città. Sui grigi muri campeggiano un po’ sbiadite, anche se non sconciate da altro se non dal tempo, le immagini dei murales cileni, malgrado il benemerito restauro che fu loro approntato nel 2007, Manlio Marini sindaco, Giovanni Carnevali assessore al Cultura,  promosso dal Comune, appunto, dalla Provincia di Perugia e dalle associazioni culturali Kervan e Plàtea. I muralisti cileni, guidati dall’artista spagnolo Josè Balmes (1927-2016), naturalizzato cileno con la moglie Gracia (1927 – 2020) artista cilena, morta tre mesi fa ultranovantenne, parteciparono ai lavori nel dicembre del 1973, esuli, messi in fuga dal colpo di stato del generale Pinochet dell’11 settembre 1973, in cui persero la vita, insieme al presidente Allende, eletto in regolare competizione elettorale, numerosi cittadini cileni, torturati, dispersi, assassinati, nei modi che abbiamo saputo e sappiamo. 

Di questa iniziativa, che testimonia l’accoglienza allora ospitale della città, esiste una pubblicazione, per la curatela di Massimo Stefanetti, che può essere consultata anche oggi e perciò non mi dilungo su di essa. Questo sguardo ripetuto ai muri, di solito resi invisibili dalla guida automatica, è stato l’esca che ha fatto abboccare il pesce rammemorativo di un Cile, che ha parte non irrilevante nella mia percezione culturale e politica. Proprio qualche mese fa, il 16 aprile, in piena pandemia, moriva colpito dal morbo lo scrittore cileno Luis Sepúlveda (1949 – 2020), naturalizzato francese e residente a Gijón nelle Asturie, anche lui esule.  L’unico libro di Lucho, così per gli amici, che ho letto è la raccolta  Le rose di Atacama (2000). Ho ascoltato leggere anni fa, in una scuola elementare di Perugia, da un coro ben orchestrato di una ventina di bambini e bambine la sua Storia della Gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996) e un paio di anni dopo, memore di quell’ascolto, presentai e discussi dopo la visione, in un’altra scuola della periferia perugina, il film che ne trasse il nostro Enzo D’Alò (1998), cineasta di animazione artigianale, creativa, elegante, senza il ricorso ai prodigi tecnologici dell’industria dell’intrattenimento. 

Ma non voglio soffermarmi su questi fatti risalenti agli ultimi anni del secolo scorso. Né voglio entrare nella polemica sul suo valore letterario. So del giudizio feroce di Roberto Bolaño (1953 – 2003)  (chieda scusa perché scrive male), autore spavaldo e prodigioso, di cui invece ho letto tutti i libri, cileno e apolide come lui, rifugiato in Spagna da ultimo, a Girona ma qui Lucho è amabile giornalista, scrivente colloquiale, compagno di bevute cui non difetta l’umanità, commosso cantore di cose passate. Voglio invece enucleare alcune corrispondenze, che il libro suscita in me. L’ho ripreso in mano dopo l’annuncio triste della morte dell’autore per la nostra peste. Il titolo metonimico è costituito da racconti brevi, è un racconto che sta per tutti i racconti e consegna loro il sigillo del senso, suppongo: una fugace fioritura di rose nel deserto così è la vita di tutti noi. L’Atacama è un deserto, al confine tra il Perù e il Cile, infernale e celestiale: conteso per le miniere di rame e di salnitro, dove sono passate storie di uomini innumerevoli, caduti nella polvere per sfinimento, gettati nella polvere per omicidio (l’amico socialista Fredy, con cui l’autore si avventura nel deserto, per un’escursione, il 16 settembre 1973 sarà preso e ucciso dagli sgherri del generale golpista e il suo corpo abbandonato in quel deserto) è anche un paesaggio grandioso che apre al cielo per un giorno le sue rose rosse e di notte le sue macchine astrofisiche. 

Lo sappiamo dal cineasta cileno Patricio Guzmán (1941) nel suo film Nostalgia de la luz   (2012 – 90’), proiettato anche a Foligno, all’ex cinema Astra il 10 aprile 2014: il suo non è un documentario soltanto ma è un poema sinfonico sull’infanzia e la storia, sugli strati risuonanti (archeologico, storico, politico, astrofisico) dell’universo che trovano convegno in questo deserto, il luogo dove il clima più secco del mondo permette di vedere nelle lontananze celesti e nelle limpide parole degli uomini e delle donne che si avventurano là l’intreccio delle stelle e dei segni rupestri, delle memorie minerarie e dei tragici destini degli scomparsi. Il film è dedicato alle infaticabili donne che cercano ciò che resta dei loro cari, all’infanzia dell’autore piena di meraviglie astronomiche e all’inevitabile riconoscimento della compresenza dei vivi e dei morti. Morti viventi o vivi prestanti, ecco che, malgrado tutto, in una capriola del tempo, si apprestano a gareggiare per la libertà, in una disputa teologica e civile decisiva, in un campo sportivo, gli attori di uno spettacolo memorabile, per chi lo vide, allestito dall’esule cileno in Francia, Raúl Ruiz (1941-2011), cineasta e intellettuale sorprendente, a Montefalco, al campo sportivo vecchio, ora parcheggio, per la edizione 9 di Segni barocchi, il 6 e il 7 settembre 1988, tratto da una commedia, scritta in 24 ore, Lo schiavo del demonio cui Ruiz aggiunse come sottotitolo il personale o l’origine sportiva dello Stato del granadino Antonio Mira de Amescua (1612). 

(Nell’immagine: Foligno, settembre 1988, pranzo con Raul Ruiz. Archivi fotografico privato di Roberto Lazzerini)

In automobile, con Pier Giuseppe Arcangeli, allora coordinatore del festival, da Pisa dove raccogliemmo Ruiz appena sceso dall’aereo da Parigi,  per condurlo in Umbria, parlammo in continuazione, lui in sciolto italiano, come se ci fossimo conosciuti da decenni, con battute e arguzie amichevoli, con richiami a libri e film per noi fondativi. Finì poi in un pranzo domestico, la cui memoria fotografica conservo ancora e mi commuove ogni volta che salta fuori. Questo Cile per me è il segno più vivo di un’operosa e fraterna ospitalità, effetto di uno scambio di cultura e umanità senza le quali non è possibile vivere e che purtroppo sembrano cancellate da decenni, come se gli spietati Chicago Boys (gli economisti neoliberisti, consulenti della giunta militare cilena) avessero vinto definitivamente. Potranno un giorno, nell’arco utopico, i cantori della confraternita del Miserere di Colfiorito, studiati dall’ Arcangeli etnomusicologo, raggiungere in diretta satellitare i poeti in ottava rima del Cile andino, come suggeriva con formidabile intuizione Raúl Ruiz? Soprattutto senza il sequestro pubblicitario e televisivo dominante, l’arroganza politica, lo strapotere dell’ignoranza?

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