Città La Città Invisibile

Ma non è la tana dei lupi, il carcere attraverso gli occhi di una medico

Sedicigiugno torna sul tema delle carceri, Lorenzo Monarca riporta la preziosa testimonianza di un giovane medico di continuità assistenziale del carcere di Spoleto che racconta la sua esperienza e condivide il suo giudizio sul carcere umbro.

#CITTÀ #CITTÀINVISIBILE
A cura di Lorenzo Monarca


Torniamo sul tema carceri con la preziosa testimonianza di un giovane medico di continuità assistenziale del carcere di Spoleto, alla quale abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza e il suo giudizio sul carcere umbro.

Come hai trovato la tua esperienza?

Assolutamente positiva. È una realtà che da fuori uno non si può immaginare. Eppure quello nel quale lavoro è un piccolo mondo che, seppur con le sue difficoltà e con i suoi limiti, con i suoi angoli aspri per così dire, funziona. Spoleto è una realtà nella quale i detenuti si trovano bene e nella quale in molti casi la funzione riabilitativa ha avuto un deciso successo.

Personalmente mi sento arricchito sia a livello personale che professionale. Quella che viene praticata in carcere è una medicina non solo molto diversa da quella che si studia all’università, ma anche da quella che si fa negli ospedali o negli ambulatori dei medici di famiglia. È una medicina molto più ricca di burocrazia: regole, accortezze, certificati. Ha dei target e dei dosaggi completamente diversi da quella classica. Inoltre conoscere delle storie, vedere quello che succede e come le persone possono davvero cambiare o anche non cambiare, sono tutte cose che ti fanno crescere in maniera profonda. È un’esperienza davvero segnante. Tra i miei pazienti ci sono killer seriali: eppure quando li vedo, quando ci parlo e quando li visito tutto vedo meno che dei serial killers. Per me sono persone che hanno sbagliato, magari facendo cose anche piuttosto gravi: vuoi perché il contesto in cui sono nati era di un particolare tipo, vuoi che lo abbiano fatto per necessità o perché non vedevano altra scelta. Personalmente preferisco non sapere i loro crimini e comunque io non li chiedo mai, ma spesso capita inevitabilmente di saperli, magari perché capita quel detenuto con il quale ridi e scherzi e con il quale quindi entri più in confidenza: in quei casi diventa anche normale fare domande più personali anche relative ai loro crimini. Poi non saprai mai se quello che ti raccontano è vero o solo una parte della verità, ma le voci di corridoio o le misure restrittive alle quali sono sottoposti ti danno un’idea di cosa possano aver fatto. Ad ogni modo, anche se preferisco non sapere, conoscere i crimini di queste persone non cambia il modo che ho di approcciarmi con loro: l’unica etichetta che riesco a dare loro quando li visito è quella di pazienti, e solo come tali io li tratto.

Hai detto che la medicina in carcere è ricca di burocrazia: che intendi dire?

Ogni cosa che facciamo va in triplice copia: una agli archivi, una all’ufficio comando e una in cartella. È tutto super tracciato. Bisogna stare estremamente attenti al linguaggio che si utilizza, perché è molto facile che le tue parole vengano mal interpretate: mille accortezze sul cosa, come e perché scrivi, visto che in qualsiasi momento il detenuto può richiederne la copia e qualsiasi cavillo è un’occasione per una denuncia. Le minacce di denuncia da parte dei detenuti arrivano a pioggia, per motivi sempre più o meno futili. Rispetto ai normali pazienti infatti loro hanno avvocati già sul conto a fine mese, e in più hanno molto più “tempo libero”, quindi muovere una denuncia può essere semplicemente un modo per passarlo nonché per dare fastidio. A proposito: un modo come un altro per ammazzare la noia è ingoiare lamette. Non sono tentativi di suicidio: loro sanno benissimo come farlo senza farsi del male. Le incartano o le impellicolano bene come loro sanno e poi le ingoiano. La prassi è, in base alla radiografia, il pronto soccorso se la lametta è ancora nello stomaco per la rimozione tramite endoscopia. Se invece la lametta ha superato lo stomaco e si trova nell’intestino la si lascia, perché l’intestino ha una mucosa più protetta e quindi alla fine la lametta esce da sola senza fare troppi danni. Di solito questa attività viene intesa come forma di protesta a livelli pesanti, anche se è tutto molto relativo, perché c’è chi lo fa per depressione, chi per rabbia, per noia ecc. 

Come è stato gestito dall’amministrazione il periodo di lockdown? Hai notato un aumento degli stati depressivi nei detenuti?

Nel carcere di Spoleto ci sono stati diversi accordi tra l’amministrazione ed i detenuti, soprattutto in quel periodo dove in molte carceri d’Italia sono scoppiate delle rivolte dovute alle norme anti-covid. Nello specifico si è trattato di aumentare alcuni benefit, come la chiusura finale allungata di un’ora. Questo per rendere più leggero possibile il periodo di privazione dei colloqui. Inoltre sono state attivate quasi subito le videochiamate, che per motivi logistici all’inizio erano un po’ problematiche, poi però piano piano l’organizzazione è migliorata ed ora le cose funzionano molto bene. Mi viene in mente un detenuto che, a seguito di un tentativo di videocall non andato a buon fine, la sera nella cella ha dato in escandescenze. Oppure penso anche ad un altro detenuto che ha perso il fratello durante questo lockdown, e non ha potuto né stargli vicino, né andare al suo funerale; l’unica cosa che ha potuto fare è una videochiamata per stare vicino alla famiglia. Ricordo che quella sera lui è venuto in infermeria con il preciso scopo di parlare con qualcuno ed avere un po’ di contatto umano. Questo per me è un ricordo molto forte e molto bello.

Come funziona la gestione delle emergenze ed il coinvolgimento del 118?

È sempre molto difficile, perché anche gli operatori del 118, come me e come tutti quelli che entrano o lavorano qui dentro, non possono portare all’interno il telefono personale, quindi gli è impossibile ad esempio confrontarsi con la centrale. L’emergenza in pratica viene gestita sempre con prontezza ma nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza carceraria: ad esempio delle ambulanze che portano via i detenuti più gravi vanno registrati tutti i dati (numero di targa, dati del veicolo…). Mi è capitato di dover fronteggiare un’emergenza di questo tipo e devo dire che il 118 non è minimamente stato rallentato da tutto questo. Per dire: la stessa apertura dei cancelli è un passaggio che può far perdere dei secondi preziosi, ma l’organizzazione è stata molto efficiente e tutti i passaggi sono stati veloci e senza intoppi.

Qual è il rapporto con il resto del personale?

La nostra dirigente sanitaria fa un eccellente lavoro, sia dal punto di vista comunicativo con l’amministrazione penitenziaria sia dal punto di vista del servizio, motivo per cui abbiamo scorte di farmaci anche molto difficili da reperire normalmente. Per quanto riguarda i miei colleghi siamo una squadra davvero forte: forse proprio per il contesto nel quale ci troviamo c’è molta empatia tra di noi e si lavora molto bene. La polizia penitenziaria invece ha un grave problema, che è quello della carenza di personale. Nell’arco degli anni sono molto diminuiti e fanno fatica a riempire i turni. Per quello che ho visto riescono comunque a fare un buon lavoro, specialmente quelli che lavorano con noi in infermeria, molto abili nel gestire anche i detenuti più “esigenti” che noi da soli non riusciamo a tenere a bada, magari riprendendoli anche solo con una battuta o con una risposta a tono.

Raccontaci un’esperienza particolare.

È un lavoro che riserva molte esperienze insolite, ma sicuramente una davvero molto particolare è quella della prima notte. Noi abbiamo la nostra stanza privata dove passare la notte, se c’è un’emergenza ci svegliano con il telefono interno. La prima notte è tosta: ho dormito con un occhio aperto e uno chiuso. Ancora non sai cosa ti aspetta ed è normale essere agitati. Si sentono i cancelli che sbattono, gli ascensori, le voci, gli scarichi, tutto insomma. Poi piano piano ci si abitua ad oscillare tra sonno e gestione dell’emergenza: anche se il telefono che squilla nel cuore della notte è sempre un po’ scioccante. Poi, chiaramente, quella del carcere è in toto un’esperienza particolare dal punto di vista emotivo: lì dentro c’è di tutto, dal ragazzino nato in un contesto sfortunato, all’immigrato che magari l’unica parola di italiano che conosce è il nome di un farmaco o di una droga. Esistono situazioni umanamente impegnative. Da fuori sembra un covo di lupi: da dentro capisci che non è così.

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