Cultura Lavoro Spettacolo

Le voci di dentro della ripartenza

Come sta andando la ripartenza per i lavoratori dello spettacolo, si tratta di un miraggio di una realtà. Quali le prospettive di questo settore con la pandemia ancora tutta da fronteggiare. Michelangelo Bellani intervista rappresentanti delle associazioni di categoria e del Sindacato dei Lavoratori della Comunicazioni della CGIL. Una riflessione di largo respiro, sulla situazione corrente ma anche sulla condizione di questa categoria di lavoratori generalmente poco tutelata e che fatica, per difficoltà oggettive, a trovare un'unità al suo interno.

#CULTURA #SPETTACOLO #LAVORO
A cura di Michelangelo Bellani

(Nell’immagine: Un’istantanea dal concerto di Carl Brave all’Auditorium San Domenico del marzo 2018. Foto di Francesca Romana Felici)


Ho già avuto occasione di intervenire su queste colonne a proposito della crisi che ha investito il settore dello spettacolo dal vivo. A questo proposito abbiamo voluto incontrare Marco Cacciola, rappresentante del movimento nazionale Attrici Attori Uniti; Massimiliano Burini del movimento umbro ADU ed Enrico Bruschi, Segretario Generale SLC CGIL Umbria per capire qual è la reale situazione di una ripresa molto critica che rischia di far dimenticare le numerose problematiche da affrontare.   

Marco Cacciola  (Attrici Attori Uniti)

D: Oltre che stimato collega, Marco Cacciola è uno fra gli esponenti più attivi di Attrici Attori Uniti, nato spontaneamente a seguito della Pandemia.  Alcuni giorni fa c’è stata un’audizione in Senato dove sei stato portavoce delle istanze del movimento che purtroppo fin qui non sembrano prese molto in  considerazione dalle istituzioni governative. A che punto siamo di questa cosiddetta ripartenza tutt’altro che entusiasmante?

La ripartenza, per ora, è più un miraggio che la realtà.
Per alcuni, una percentuale molto bassa, è un’oasi in cui si ha l’impressione di poter tornare a bere alla fonte creativa e lavorativa. Ma non appena si mette a fuoco, ci si accorge sempre più di quanto sia aumentato il divario tra ‘grandi’ e ‘piccoli’.  Gli effetti dell’iperliberismo e del dio mercato sono evidenti anche in quel mondo che per natura dovrebbe stigmatizzarli.
Nelle strutture più consolidate ricominciano soprattutto pochi nomi celebri, colleghi stimabili certo, ma forse coloro i quali meglio resisteranno a questo prematuro inverno del nostro scontento. Per il resto del settore, quello che sta al di sotto della soglia di galleggiamento dell’iceberg e che rappresenta la stragrande maggioranza, è ricominciata in molti casi una corsa al ribasso. Alcune realtà piccole e medie ci provano coraggiosamente, ma dovendosi sobbarcare tutte le responsabilità in assenza di linee guida precise, spesso chiedono alle professionalità artistiche e tecniche di “venir loro incontro”. Altre invece non hanno la minima intenzione di rischiare e si chiudono a “difendere il castello”.
Il momento è certo difficile per tutti, a partire dagli imprenditori, ma è evidente che ne fanno maggiormente le spese le lavoratrici e i lavoratori cosiddetti discontinui. Quindi non mi arrendo all’idea che oggi abbiamo l’occasione di provare a rimettere a posto alcune cose, per me prioritaria è la riforma del welfare dello spettacolo dal vivo. Oggi però, non domani
E invece continua l’assordante silenzio delle istituzioni. L’audizione in Senato lascia il tempo che trova. Già nel 2014 ce ne furono tante, ma il decreto che ne è seguito è stato un disastro, il colpo definitivo alle fondamenta del pericolante edificio teatrale. Si è conclamata una visione iperproduttivistica, una corsa alla quantità e al consumismo culturale, a scapito della qualità e della crescita reale, sia artistica che occupazionale. E non si è affrontata la base del problema, l’atipicità del nostro lavoro.
Il problema tutto italiano del non voler cambiare nulla, passa a mio avviso da due cattive pratiche: la politica che bada troppo ai voti, e quindi “snobba” settori che non hanno numeri elettorali interessanti, e i rapporti personali con cui si amministra la cosa pubblica, e quindi l’importanza di essere nella rubrica telefonica dei potenti funzionari del ministero.

D: Siamo una categoria difficile, scomoda agli occhi di molti osservatori (più o meno competenti). In ogni caso è innegabile una certa refrattarietà all’etichetta, alle nomenclature, all’uniformità. Se da un lato questo sembra il sintomo naturale di un polimorfismo vitale, creativo, dall’altro rischia di essere un limite nella definizione di una rappresentanza autorevole. La nostra divisione e una certa insofferenza endemica alle pratiche ‘sindacali’, ha spesso compromesso ogni tentativo di riformare adeguatamente un settore perlopiù lasciato allo sbaraglio. Secondo la tua percezione questa volta, come categoria, riusciremo a maturare una consapevolezza diversa?

L’unità di categoria è un’utopia, è vero, nel senso più bello del termine, qualcosa a cui tendere, ma che sembra impossibile da raggiungere. È indubbio che non si è mai vista una volontà così forte, ma attenzione al rischio che altrettanto velocemente si disperda. Tutto questo lavoro non va vanificato dalla sensazione che non si stia ottenendo nulla nell’immediato, perché dopo così tanti anni di discesa verso il basso è ovvio che ci vorrà tempo per risalire e cambiare. E qui si inserisce l’annosa questione della rappresentanza. Io credo si debba dare fiducia a SLC-CGIL, perché tra i sindacati è quello che da più tempo si occupa del settore, ma non va fatto in maniera fideistica. Credo che oltre a chiedersi cosa può fare per noi, si debba chiedere fermamente che adegui il suo linguaggio e non sia paternalista nel suo rimarcare l’assenza della categoria negli ultimi anni. Va riconosciuto anzi anche da parte del sindacato il super lavoro di molte colleghe e colleghi, spinti da una reale responsabilità al cambiamento.

Massimiliano Burini (ADU) 

D: ADU è la sigla del movimento nato in Umbria Attrici Attori Danzatrici Danzatori Uniti dell’ Umbria. Qual è, al momento,  la situazione in Umbria?

La situazione dei lavoratori dello spettacolo e in particolare del comparto artistico in Umbria è uguale a quella dei nostri colleghi in tutta Italia. Grave. Dal 15 Giugno alcune imprese di spettacolo dal vivo sono ripartite a modalità o trazione ridotta, ma è evidente che la ripartenza non sarà né rapida, né paritaria, né certa. L’aspetto sociale delle arti, legato ai territori, alle piccole comunità,  alla scuola,  sarà compromesso in alcuni casi in modo irrimediabile, lasciando molte famiglie in gravi condizioni economiche.  L’Umbria ha per conformazione, storia e struttura, la possibilità di fare qualcosa, di poter salvare il salvabile e progettare un nuovo futuro per lo spettacolo dal vivo regionale,  la chiave per la ripartenza non è una; ma sta in tante piccole ripartenze territoriali, scaglionate, per le quali servono criteri strutturali, cura, facilitazioni e sgravi diversi; perché non partiamo e giochiamo tutti allo stesso livello. E questo chiama in causa il senso di responsabilità, innanzitutto dei Teatri a finanziamento pubblico. Vanno pensate strategie che siano il più inclusive possibili, vanno forse rilanciati i repertori, evitando di continuare a produrre senza criterio, ma dando spazio e tempo a lavori già pronti e rodati; va forse pensato uno scenario di ripartenze e proposte che possa tenere conto dei territori e dei circuiti regionali per contenere i costi e gestire l’offerta, costruendo cartelloni in sinergia con le compagnie professionali, gli artisti e le maestranze locali, mettendo in rete competenze, spazi, idee ma soprattutto risorse, per aiutare tutto il comparto a superare non l’estate, ma l’inverno ormai alle porte.

D: Una rappresentanza del movimento è stata recentemente ascoltata in Regione,  quali sono gli esiti di quest’incontro e che cosa si sta facendo per tutelare le realtà artistiche del territorio?

Il lavoro fatto in mesi di incontri e studio, ha prodotto un primo importantissimo risultato. Essere stati ascoltati dalla Terza Commissione non è un traguardo, è però un punto di partenza concreto. Il nostro lavoro e le nostre osservazioni sono state ascoltate e dibattute, trovando nella commissione un attento interlocutore, che si è dimostrato non solo attento ma anche propositivo a continuare il percorso intrapreso insieme, attivando un tavolo tecnico per lavorare e migliorare il settore, pensandolo non più come un elemento secondario dell’economia della nostra regione, ma come un settore innovativo per l’economia sul quale investire invece che sostenere.

Enrico Bruschi (Segretario Generale SLC CGIL Umbria)

D: La crisi sociale che  ha investito il Paese ha fatto emergere  tutte le fragilità di una categoria di lavoratori  mai veramente riconosciuti e con scarsissime tutele.  Quali sono gli obbiettivi del rinnovato Sindacato per affrontare l’emergenza e quelli più a lungo termine per risolvere le criticità emerse?

Il Covid ha messo in luce tutte le contraddizioni del mondo dei lavoratori dello spettacolo, lavoratori altamente formati con studi, master ed esperienze,  ma allo stesso tempo con pochissime tutele. Un mondo che il sindacato già conosceva e a cui aveva deciso di dedicare il progetto di ricerca Vita da artisti. I risultati emersi dall’indagine hanno rilevato elementi di drammaticità per quanto riguarda i lavoratori del settore. Come Sindacato siamo consapevoli che il percorso da fare sarà lungo e complesso,  pensare che in pochi mesi si possano cambiare problemi atavici del settore significherebbe illudere le persone.  Intanto è necessaria una riforma degli strumenti di ammortizzatori e sostegno al reddito del settore (per esempio: indennità di malattia e indennità Naspi), estensioni dei diritti anche ai lavoratori autonomi, ex Enpals; creazioni di strumenti per i lavoratori discontinui anche ai fini pensionistici. Altro tema importante è la possibilità di prevedere forme di agevolazione fiscale per i contribuenti come ad esempio la deducibilità del biglietto.

D: In Umbria, come in tutta Italia sono sorti movimenti di artisti e lavoratori dello spettacolo. Una mobilitazione spontanea per chiedere ascolto e attenzione da parte delle istituzioni. Che rapporto ha l’Istituzione Sindacale con queste nuove modalità  di attivismo? 

I movimenti spontanei che sono nati hanno tutti una caratteristica: far sentire una categoria i lavoratori dello spettacolo, una volta avremmo detto una coscienza di classe. Noi in Umbria abbiamo lasciato molto spazio (come è giusto che sia) ai movimenti nati. Abbiamo trovato all’interno molte energie, molta professionalità e molte competenze che anche come sindacato vorremmo utilizzare, infatti allargheremo i nostri gruppi dirigenti con l’inserimento di alcune figure del settore dello spettacolo dal vivo nei nostri direttivi.  È  stato fatto un grandissimo lavoro di elaborazione, ora sta a noi come Sindacato raccogliere quel grande lavoro dando risultati e soprattutto agire da soggetto contrattuale andando a far sì che venga rispettato il CCNL.  

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