Centro e Periferie Città

Una piazza è una piazza

A seguito delle scorribande e ai disordini verificatesi in Piazza Matteotti e alle dichiarazioni che si sono succedute da parte delle istituzioni cittadine, specialmente sui Social, Vincenzo Falasca ripercorre le tappe e le ragioni che hanno portato al verificarsi di tali avvenimenti e propone una soluzione alternativa a quelle emerse in questi giorni, una soluzione che faccia tornare le piazze e le vie del Centro Storico di Foligno ad essere ciò che dovrebbero essere: luoghi di aggregazione.

#CITTÀ #CENTROEPERIFERIE
Di Vincenzo Falasca

(In foto: Piazza Matteotti. Foto di Pietro e Francesca Romana Felici)


Ogni volta che si entra nella piazza ci si trova in mezzo a un dialogo.” Questa frase di Italo Calvino, contenuta nello splendido e sempre attuale Le città invisibili (Einaudi,1972) potrebbe sintetizzare il grande limite di molte delle piazze folignati e allo stesso tempo la strada per restituirle pienamente alla cittadinanza.

E’ di questi giorni l’accendersi dei riflettori sulla situazione di Piazza Matteotti, oggetto di scorribande sempre più agitate e preoccupanti e, allo stesso tempo, delle attenzioni, talvolta pretestuose, dell’Amministrazione Comunale. Chiunque frequenti il centro storico conosce le difficoltà di quella che fu Piazza Impero, a ridosso del Palazzo Comunale e cerniera con le importanti via Mazzini e Largo Carducci: luogo solitamente inutilizzato, ad eccezione di episodici eventi musicali, gastronomici o natalizi e di alcuni sparuti gruppetti di avventori, soprattutto serali, frequentemente animati ed animosi.

Negli anni questa piazza è stata oggetto di attenzioni e ripensamenti: lo scorso biennio di un concorso di idee per la riprogettazione promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, oggi di un determinato quanto effimero proclama cesorio e censorio del Primo Cittadino: contro le siepi il primo e contro il Prefetto il secondo. Il Sindaco, invece che cercare di risolvere il problema, sposta l’attenzione e le responsabilità su altro e altri,come avviene quasi regolarmente: in quest’ultimo caso sul Prefetto che secondo lui fa troppo poco o sul “preoccupante aumento del fenomeno migratorio irregolare” (non si sa sulla base di quale dato o evidenza oggettiva), e della presenza di “alcuni soggetti di etnie Sinti e Rom stanziati in città” (la comunità Rom invero non è nemmeno presente nella nostra Città): un elenco così definito e circoscritto se non addirittura puntuale, da essere facilmente tramutabile in azioni di controllo e repressione immediatamente esecutive, sia ad opera delle forze dell’ordine municipali sia delle altre forze di polizia.

E invece si omette totalmente la piaga dilagante del consumo spropositato di alcool e stupefacenti da parte di giovani e giovanissimi, o l’uso della cocaina in fasce della popolazione ampie e diffuse, o il ritorno dell’eroina in maniera sempre più preoccupante. E si omette di dire che queste abitudini appartengono alla comunità locale quanto a quelle di migranti (con tutti i limiti che questa semplificazione oramai assume). E si ignora o si fa finta di ignorare che anche tra le comunità di migranti ci sono particolarità, attitudini ed attività che possono essere ben circoscritte, senza sparare nel mucchio ed alimentare una immeritata ed inefficace generalizzazione.

Chi conosce queste dinamiche e chi vuole risolverne le criticità sa che tutto questo non va affrontato con i post sui social o con incomprensibili machismi istituzionali, ma con la costanza e la paziente determinazione di azioni di coordinamento tra tutti i soggetti operanti nel territorio, dalle Istituzioni alle Forze dell’Ordine, dai Servizi socio-sanitari alle Associazioni, dal mondo scolastico al coinvolgimento dei cittadini stessi. Con le ronde, le pattuglie, l’esercito si possono dare segnali repressivi e di presidio, talvolta anche inutili se non dannosi, ma quasi sempre si finisce per trasferire altrove il problema o renderlo solo più clandestino, nella sempre verde logica di “occhio non vede cuore non duole” o “non nel mio cortile”.

Vi è poi la visione culturale, sociale ed urbanistica che una città deve avere.
Da molto tempo c’è chi sottolinea una mancanza di proiezione unitaria e sistemica nell’uso degli spazi, nella gestione degli eventi, nel sostegno alla popolazione ed alle attività. Non è questo lo spazio per poter affrontare in maniera compiuta nessuno di questi aspetti ma se è vero come è vero che questa Città ha subito una metamorfosi positiva a partire dagli eventi sismici del 1997 facendo di necessità virtù, avviando un percorso di rinascita e maturazione senza precedenti, è altrettanto corretto dire che quello slancio si è progressivamente affievolito fino a dare concreti segnali di regressione negli ultimi anni.

Un ripensamento della Città del futuro non può non passare dai suoi principali luoghi di aggregazione: le vie e le piazze, in particolare dei centri storici, cittadino e frazionali. Rendere vive e vissute piazze come quella “Matteotti” o “Santa Angela” o “San Domenico”, così come via Mazzini o via Garibaldi, ad esempio, può essere solo il risultato di un approccio sistemico in cui le varie questioni legate alla mobilità, alla sicurezza, all’arredo urbano, alle politiche abitative e commerciali, alle proposte culturali vengono tessute insieme in una trama capace di raccogliere al proprio interno la complessità del vivere quotidiano, evitando la marginalizzazione dei vissuti, che sempre genera esclusione e conflittualità.

Fare di un luogo abbandonato un luogo animato significa prendersene cura, costruendo insieme ai suoi abitanti e fruitori un dialogo, una parte di quello di cui parlava Calvino, attraverso cui scambiare esperienze, confronto, leggerezza e supporto. Una piazza vive se ci si ferma a parlare, se ci si trova una attività attraente, una panchina o un po’ di ombra. Una via vive se ci porta da un luogo di interesse ad un altro e se ai suoi lati ci sono abitazioni, cinema, librerie, negozi, bar, attività in grado di attrarmi in quei luoghi. Una piazza ed una via non vivono perché ci sono le telecamere o una pattuglia in più! Certo questi presidi possono servire in casi specifici e determinati, ma non possono essere scambiati come gli strumenti sufficienti ad innescare dinamiche e comportamenti virtuosi.

Le vicende attuali ci offrono una grande occasione per immaginare una nuova Città, ripensando le nostre abitudini, dilatando i tempi ed i luoghi delle nostre attività, facendo vivere una idea diffusa dell’Abitare dove ogni luogo divenga frammento di un unico mosaico ed ogni persona portatrice di un brano di un racconto collettivo: spetta a tutte e tutti noi saper cogliere questa opportunità.

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