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Dieci volte più lontana: l’Australia ai tempi del Covid

Margherita Angelucci, folignate residente a Melbourne, racconta a Sedicigiugno com'è stata gestita l'emergenza Covid-19 in Australia e spiega perché la distanza con l'Italia sembra essersi decuplicata.

#EPIDEMIA #SOCIETÀ #LAVORO #CHIVAECHIVIENE
Di Margherita Angelucci

(In foto: immagini del secondo lockdown di Melbourne del luglio 2020. Foto di Daniel Pocket, European Pressphoto Agency)


Ve lo devo dire: negli ultimi mesi vi ho invidiati molto. Con l’arrivo dell’estate e l’inizio della Fase 2, i miei social si sono popolati delle foto delle vostre vacanze. Vi guardavo ed ero contenta per voi, anche se un po’ in apprensione, avrei voluto essere lì anch’io. Qui a Melbourne, invece, tutto bloccato, confini sbarrati, aerei a terra, il freddo dell’inverno.

Il brutto è che ci eravamo illusi che il peggio fosse passato. Con l’arrivo dei primi casi di Covid-19, da metà marzo era stato imposto il distanziamento sociale, ma le restrizioni erano rimaste abbastanza blande. Anche in considerazione del fatto che i casi giornalieri avevano toccato un massimo di 400 su una popolazione di 25 milioni di abitanti. Guardavamo preoccupati l’Italia che cantava dai balconi, sperando che questo incubo finisse il più presto possibile. 

Quasi sei mesi dopo, è ormai primavera, le mimose sono in fiore, ma il lockdown non è ancora finito, anzi è più duro di prima. Le mascherine sono obbligatorie e non si può frequentare nessuno al di fuori delle persone con cui si vive. Si può uscire solo per andare al supermercato, in farmacia o per fare esercizio fisico, purché si resti in un raggio di 5 km (immaginatevi gli spazi australiani). Chi non può lavorare da casa, deve avere una certificazione scritta ma, con tutto chiuso, in molti un lavoro non lo hanno più. Alle 20.30 scatta il coprifuoco che dura fino alle 5 del mattino.

Le frontiere sono chiuse sia in entrata che in uscita. Dal 25 marzo, per tutti i cittadini e i residenti è vietato lasciare il Paese e agli australiani in viaggio è stato detto di rientrare immediatamente.

A far precipitare una situazione che fino a giugno era relativamente tranquilla, come spesso accade, sono state la corsa al risparmio e l’incapacità di imparare da quanto accaduto altrove. Un’inchiesta sta ora portando alla luce come gran parte dei contagi sia ripartita dagli hotel dove venivano messi in quarantena i viaggiatori di ritorno dall’estero. A Melbourne, il governo statale ha preferito affidare la sicurezza di questi alberghi dove si trovavano persone positive al coronavirus a ditte private piuttosto che alle forze dell’ordine. Ditte che, per risparmiare, hanno subappaltato gli incarichi reclutando personale tramite WhatsApp. Nessuna formazione, dispositivi di protezione individuale di fortuna. L’altro grosso problema, soprattutto a livello di mortalità, sono state le case di riposo. Tutti sapevano che molti operatori sociosanitari si spostavano da una struttura all’altra per mettere insieme uno stipendio e che avrebbero così potuto moltiplicare i focolai, tuttavia si è preferito voltare lo sguardo dall’altra parte.

Ora le persone come me con due passaporti non possono viaggiare nemmeno per recarsi nel proprio Paese di nascita. Il divieto non riguarda solo i viaggi di piacere. Anche in caso di emergenza, per mettersi in volo bisogna ricevere un’esenzione governativa. E non si tratta di una mera formalità. Finora, delle centomila domande inoltrate, solo una su tre è stata accettata.

Sappiamo che questo è il momento della pazienza e del sacrificio ma, psicologicamente, è una situazione destabilizzante. Nei discorsi con gli amici italiani che abitano qui è palpabile la tensione per questa lontananza forzata, la preoccupazione che possa succedere qualcosa mentre siamo impossibilitati a muoverci. La distanza tra l’Italia e l’Australia in questi mesi sembra essersi decuplicata. È sempre stata grande ma la si viveva con leggerezza, sapendo di poter salire su un aereo in qualsiasi momento ed atterrare a Fiumicino il giorno dopo. Cerchiamo di non pensarci, ma proviamo una nostalgia che è difficile spiegare a chi non la vive. Un sentimento atavico che collega la nostra generazione con quelle del passato, quando emigrare significava dire addio.

La cosa più dura è non sapere quando finirà. La riapertura delle frontiere internazionali sembra essere l’ultima preoccupazione per il governo, ora deciso a mantenere il pugno di ferro nel tentativo di far dimenticare gli errori commessi.

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