Città La Città Invisibile

La cittadinanza NON è un premio: breve storia di un lungo percorso

Dopo la grande eco riscossa dal caso Suarez abbiamo scelto di intervistare Ado Alili, un ragazzo di origini macedoni nato in Italia, che ci ha raccontato il lungo e complesso percorso che ha dovuto intraprendere per ottenere la cittadinanza italiana. Intervista a cura di Lorenzo Massini.

#CITTÀ #CITTÀINVISIBILE
Intervista ad Ado Alili a cura di Lorenzo Massini

(In foto: Ado Alili)


Il caso Suarez ha riacceso i riflettori sulla questione della cittadinanza. Che valore ha la cittadinanza italiana? Come si pone la politica a riguardo?  Abbiamo intervistato Ado Alili, un ragazzo nato in Italia che l’ha ottenuta dopo un lungo cammino non privo di difficoltà. 

Per prima cosa, ti vorrei chiedere di raccontarci la tua storia: in che anno ti sei trasferito in Italia? Come sei stato accolto? 

«I miei genitori sono venuti in Italia ra il 1990 e il 1991, immigrati regolari. Durante i primi mesi hanno soggiornato presso un cugino, poi presso l’hotel Bolognese in via Istituto Denti: dato che papà aveva iniziato a lavorare sono riusciti a permettersi una stanza, così il mio primo domicilio è stata la stanza numero 24. I proprietari si sono molto legati  alla mia famiglia, abbiamo conosciuto veramente un’Italia solidale».

Quando hai deciso di fare richiesta per ottenere la cittadinanza? Quali sono stati i principali impedimenti?

«A 18 anni, compiuto il mio intero ciclo di studi in Italia, ho deciso di fare la richiesta, essendo appunto nato in Italia. Mi risposero che non avevo diritto, poiché al momento della nascita non avevo un domicilio proprio. Il cavillo era costituito dal fatto che non avessi una residenza mia, ma che ci fossimo appoggiati su un hotel. Allora ho fatto un altro tipo di richiesta, avendo risieduto in Italia per dieci anni consecutivi. Ma era necessario che il nucleo famigliare dimostrasse di aver avuto, negli ultimi tre anni, un reddito superiore ad una certa cifra: come se la cittadinanza italiana venisse concessa solo  a chi soddisfa un criterio meramente economico: se un italiano non ha quel reddito lo rendiamo apolide? È giusto che un criterio economico determini se “dentro” o il “fuori”? Nella mia situazione, papà riusciva a soddisfare queste condizioni per tutti gli anni tranne uno, perché aveva svolto un lavoro per una cifra importante e non era stato pagato: per dimostrarlo abbiamo contattato un avvocato che abbiamo dovuto, ovviamente, pagare. C’è stata una causa che si è risolta da poco, ma ciò non ha impedito che si verificassero problemi per ottenere la cittadinanza.  Mi fecero fare anche un test di lingua e cultura italiana di bassissimo livello. Insomma, il mio percorso si era pressoché arenato. Questo testimonia come avere la cittadinanza non sia facile, anche se il governo Renzi, questo gli va riconosciuto, ha facilitato le pratiche». 

Come si è sbloccata la tua situazione?

«Un comitato pro ius soli (l’Italia sono anch’io) di cui ero referente a Foligno organizzò una giornata ad Assisi, che vedeva presenti anche alcuni personaggi istituzionali. Proprio là mi capitò di scambiare due chiacchiere con l’ex prefetto di Perugia. Dopo tre giorni ricevetti una chiamata dalla prefettura: la mia pratica si era letteralmente incastrata tra le scartoffie, c’era stato un intoppo dovuto al malfunzionamento della macchina. Se lui non si fosse preso a cuore la questione probabilmente non sarei riuscito ad ottenere la cittadinanza. E dico di più: io sono un bianco e vivo, grazie anche alla mia famiglia, in un contesto sociale “sano”. Siamo sicuri che tutti i ragazzi che chiedono la cittadinanza hanno questa fortuna? È giusto che magari se nasci in un contesto disagiato, con una famiglia assente, ti sporchi la fedina e non la prenderai mai ? Bisogna stare attenti quando si parla di questo tema, perché c’è il rischio di sottovalutare l’aspetto umano della questione: io mi ritengo un privilegiato perché i miei genitori sono stati sempre presenti, mi hanno pagato l’avvocato e mi hanno permesso di svolgere il mio percorso di studi serenamente, ma quanti possono dire lo stesso?».

Volendo azzardare un excursus storico, sappiamo che lo stesso impero romano concedeva la cittadinanza a coloro che accettavano il potere di Roma

«Loro capirono che era necessario tenere insieme popolazioni così diverse, anche per motivi strategici. I romani concedono ai nuovi gli stessi diritti ma anche gli stessi doveri dei cittadini romani: in tutte le province, a prescindere dal colore della pelle e dalla religione. È una scelta politica, ma anche un segno di civiltà».

Ultimamente si è parlato del caso Suarez, ma gli sportivi hanno spesso avuto delle “corsie preferenziali”. Come mai?

«Probabilmente perché rispondono ad interessi economici più grandi. Ti sembra giusto mercificare la cittadinanza in cambio di qualche medaglia? Io fino a 23 anni non ho potuto votare. Inoltre ti pongo anche questa domanda: perché devo valere meno di uno che evade le tasse, o che è un criminale? La cittadinanza è un premio che va guadagnato? Perché se è un premio andrebbe tolta a chi non la merita. Ci sarebbe da discutere per ore». 

Lo ius soli è diventato negli anni una battaglia politica: qual è il tuo punto di vista a riguardo?

«Lo ius soli è una battaglia politica che sposta i voti, su questo non ci piove. Combattere contro lo ius soli significa semplicemente essere in malafede. C’è la credenza che sia un modo della sinistra per avere voti, ma non è vero: potrei portarti tanti esempi di persone straniere che, nonostante che coloro che gli sono più vicini appartengano agli ambienti di sinistra, hanno un modo di ragionare molto più vicino alla destra. Cosa impedisce ad uno straniero di votare Lega? perché si dà per scontato che voterebbe a sinistra?». 

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