Cultura Parole e Idee

Politicizzare lo sport?

Nuovo appuntamento con la rubrica "Parole e idee". Matteo Santarelli indaga il rapporto tra sport, sportivi e politica in Italia. Com'è vissuta la politicizzazione dello sport negli altri paesi? Lo sport è davvero sempre refrattario alle istanze sociali e politiche?

#CULTURA #PAROLEEIDEE
Di Matteo Santarelli

(In foto: la stella dell’NBA, Lebron James, indossa una maglietta che invita a recarsi alle urne in vista delle allora imminenti elezioni presidenziali americane. Foto di Mike Ehrman, Copyright di Getty Images)


In Italia lo sport viene spesso trattato con una certa sufficienza da parte dei circoli intellettuali del paese. Per certi versi, questa attitudine non stupisce. Con un eufemismo, possiamo dire che lo sport e gli sportivi più celebri – il calcio e i calciatori – spesso non fanno granché per dimostrare di non meritare questa cattiva fama. Basta seguire un qualsiasi profilo Instagram di un calciatore famoso per trovarsi di fronte un concentrato degli stereotipi più banali sul pallone: ostentazione della ricchezza e delle proprie “conquiste”, continui sfoggi gratuiti di virilità, relazioni complicate con la lingua italiana. Il tutto riassumibile in un termine di recente conio e di dubbia fattura estetica: “bomberismo”. Nel definire questa nuova parola, la Treccani la “tocca pieno”, per usare una tipica espressione da bomber: «esaltazione di comportamenti sostanzialmente sessisti, xenofobi, ammantati da livelli incerti di ironia e animati dall’esaltazione della vita “ignorante”, della “provincia”, del “bomber vero” e del concetto travisato di “degrado”». 

Dispiace per la Treccani, ma a volte la foga di presa di distanza dall’ignoranza porta a cadere nell’ignoranza stessa. Se il sessismo è di sicuro un aspetto non secondario del cosiddetto bomberismo, la xenophobia pare decisamente un’accusa fuori luogo. Più in generale, molti esponenti della cultura italiana sembrano avere una grande fretta di prendere le distanze dallo sport e da tutto ciò che vi gira intorno. Come se fosse una causa persa, un coacervo di degrado e ignoranza che al massimo può essere tollerato come un vizio privato, irrilevante o persino dannoso rispetto alle pubbliche virtù. 

Ora, non ci piove sul fatto che ci sia qualcosa di malato nel modo in cui molti italiani vivono il calcio. Eppure, questa presa di distanza rischia di essere provinciale rispetto a quello che accade in paesi che vivono fasi non meno problematiche a livello culturale e politico, e in sport ugualmente pervasi da spirito “bomberistico”. Sto parlando degli USA e della NBA. Come noto, negli ultimi mesi i cestisti americani hanno appoggiato in massa le rivendicazioni di giustizia sociale negli USA, guidati dai giocatori più rappresentativi della Lega. Alcuni dei campioni più rappresentativi dello sport mondiale hanno giocato indossando delle canotte su cui è stampato il nome della causa adottata dal singolo giocatore: “Black lives matter”, “justice”, “education reform”. Accanto a queste iniziative più simboliche, i giocatori hanno anche ottenuto che i proprietari delle squadre investissero fondi piuttosto significativi in progetti sociali a favore dei gruppi sociali più poveri ed emarginati. Questo significa che dobbiamo imitare ciecamente altri paesi e altri sport? Significa adottare una prospettiva entusiastica e acritica verso questa protesta e i suoi effetti futuri? O ancora peggio, ripartire con la manfrina per cui “questo in Italia non sarebbe mai possibile”? Nessuna di queste cose. Al limite, può essere utile farsi un paio di domande, del tipo: forse lo sport non è refrattario in se stesso alle istanze sociali e politiche? Forse trattare il calcio come uno sport giocato da menomati e seguito da menomati contribuisce a separare sport e cultura con un abisso incolmabile? Forse il problema non è il fatto che lo sport sia politicizzato o meno, ma come viene politicizzato? Nella NBA di oggi, politicizzazione significa utilizzare l’esposizione mediatica offerta da uno sport seguito in tutto il mondo per lanciare e diffondere un messaggio politico. Nel calcio di oggi, politicizzazione significa applicare il peggio della discussione politica – la faziosità, la pretesa di “avere ragione”, la dissimulazione della propria legittima partigianeria con pseudo-argomentazioni “oggettive” – alla chiacchiera calcistica. In breve, il bar come il peggio del Parlamento. Senza cadere in esterofilie varie, forse un po´ di curiosità verso ciò che accade altrove può aiutare a mettere in discussione i pregiudizi su sport e politica che rendono alcune discussioni inutili, irritanti, e forse anche dannose.

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