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È in gioco il futuro industriale del Paese

L'intervista di Fausto Gentili a Claudio Gonzato, responsabile nazionale della Fiom-Cgil per il settore difesa e aerospazio, conclude il nostro dossier su lavoro e aerospazio.

È in gioco il futuro industriale del Paese

#DOSSIER #LAVORO #AEROSPAZIO
Intervista a Claudio Gonzato, responsabile nazionale Fiom-Cgil per il settore difesa-aerospazio, a cura di Fausto Gentili
In foto: il piazzale dello stabilimento dell’OMA spa.


Già alla fine di marzo tu segnalavi che l’impatto dell’epidemia sul settore sarebbe stato ben più pesante di quello della crisi del 2008/2009. Puoi quantificare gli effetti in termini di occupazione e ricorso agli ammortizzatori sociali? quali sono le realtà territoriali più colpite? e quali le vertenze più significative in corso? 

«La crisi dell’aerospazio ha ed avrà una lungo periodo di latenza, coinvolgendo nell’immediato e per il futuro il settore delle produzioni civili, con il militare che mantiene, seppur rallentandole, le produzioni già acquisite. È una crisi senza precedenti dal dopoguerra ad oggi, che lascerà impatti significativi sul nuovo traffico aereo. Come, quanto e quando la società riprenderà a volare è un incognita per tutti gli analisti del mercato. Una cosa è certa: non si tornerà ai volumi del traffico aereo precedenti il Covid. L’espansione di nuovi modelli lavorativi, come lo smart-working, a detta stessa delle Imprese ridurrà gli spostamenti per lavoro, il turismo di massa non riprenderà rapidamente, e la crisi economica a livello mondiale limiterà le spese non indispensabili, come gli spostamenti anche per i ricongiungimenti famigliari. Le previsioni più credibili parlano di un ritorno alla normalità non prima del 2024/25 per i traffici aerei a medio e corto raggio, mentre per quelli a lungo raggio tutti gli analisti ritengono che non si tornerà più ai volumi del 2019. In questo scenario è difficile ipotizzare gli effetti occupazionali a lungo termine, anche se i grandi player mondiali (Boeing e Airbus) della produzione civile ipotizzano, ed in alcuni casi stanno già praticando, riduzioni della forza lavoro tra il 25 e 30%, capacità che riterranno sufficiente alla fine della pandemia legata al Covid.
Nel nostro Paese ad oggi non stiamo registrando esuberi da parte delle imprese del settore, grazie soprattutto al blocco dei licenziamenti messo in atto dal Governo su richiesta del sindacato. La maggior parte delle aziende ha fatto e sta facendo ricorso agli ammortizzatori sociali, utilizzando la CIGO con la causale Covid, fino quando essa verrà rifinanziata. Immediatamente dopo, al termine della stessa e del blocco dei licenziamenti, temiamo che emerga ciò che oggi viene mitigato dai due provvedimenti in atto. Il rischio è un proliferare di richieste di esuberi non totali ma parziali, soprattutto nelle realtà dell’indotto, che, per dimensioni e struttura economica e finanziaria, sono più deboli delle poche grandi imprese presenti sul territorio nazionale. Perché se da una parte i territori più colpiti sono quelli del Mezzogiorno, dove sono presenti quattro stabilimenti di Leonardo, la più grande azienda del settore nel Paese, e molte piccole e medie aziende molto spesso mono-committenti, in realtà tutto il territorio nazionale è coinvolto, perché le aziende di fornitura e sub-fornitura sono diffuse ovunque, come il territorio umbro sta a rappresentare».

Le ricerche più ottimiste prevedono che solo a partire dal 2023 il settore potrà tornare ai livelli produttivi pre-covid. Sembra un periodo troppo lungo sia per le famiglie dei lavoratori in cassa integrazione, sia per i bilanci dell’INPS, sia per la resistenza delle imprese, alle prese con problemi di liquidità ed esposte al rischio di acquisizioni più o meno ostili da parte di soggetti finanziariamente più forti. Quali contromisure avete in mente?
«È una previsione ottimista, appunto: realisticamente sono più credibili gli archi temporali che dicevo prima. Ma anche così ritornare ai livelli pre-covid non ritengo sia possibile a medio termine. Come FIOM-CGIL da lungo tempo riteniamo che vada ripensato il modello degli ammortizzatori sociali. Servono strumenti che accompagnino la crisi per un lungo periodo, non solo per il settore dell’Aerospazio, consentendo di agganciare la ripresa quando ci sarà e contemporaneamente ripensando il modello del trasporto pubblico e privato a livello generale, a partire da quello aereo. Il nostro sistema di produzione industriale dei trasporti va difeso con un confronto tra le parti sociali e il Governo, mettendo in campo strumenti straordinari che impediscano l’indebolimento del tessuto industriale e la perdita di posti di lavoro. Serve un patto tra imprese e sindacato, con garanzie economiche da parte del Governo per le imprese in difficoltà al fine di garantire liquidità e continuità produttiva, seppure rallentata. Al tempo stesso le imprese si devono impegnare a non procedere con licenziamenti unilaterali. Insomma, serve un patto a livello nazionale tra le parti, per reggere una fase di crisi lunga e complicata, altrimenti il rischio reale è quello di un ulteriore indebolimento strutturale del tessuto industriale e occupazionale nel nostro Paese. I finanziamenti del Recovery Fund potrebbero essere una grande occasione, tuttavia come FIOM-CGIL ci sembra che non si vada nella direzione giusta. Siamo a dicembre, e le scelte di come e su quali settori investire per il futuro le grandi quantità economiche presenti, non sembra essere una priorità per il Governo».

Il sindacato confederale, ed in particolare la Fiom, si è pronunciato con fermezza sul tema degli armamenti. Si può rischiare la vita per lavorare, hai detto tu alla fine di marzo, ma non per produrre armi: gli armamenti possono aspettare. Ora però si comincia a ragionare sulla ripresa e la produzione militare appare come quella che, per ragioni – diciamo così – strategiche, meno risente dello shock. Qual è in proposito la posizione della Fiom? 
«Dichiarai allora, alla luce del fatto che l’aerospazio era tra i settori merceologici nei DPCM che dovevano avere una continuità lavorativa: non si può rischiare la salute dei lavoratori per produrre nel settore militare. Come allora ritengo fondate quelle parole. Infatti come FIOM-CGIL sostenemmo gli scioperi per mettere in sicurezza le fabbriche, raggiungendo accordi e protocolli d’intesa che dovevano garantire condizioni e strumenti per poter continuare le attività. Devo dire che nella maggior parte delle fabbriche del settore, dove era presente il Sindacato, ciò fu reso possibile grazie alla straordinaria capacità delle RSU di contrattare le condizioni necessarie per la salute e sicurezza dei lavoratori in piena pandemia. Ora, dopo 9 mesi, anche se la ripresa a mio giudizio è ancora lontana, il settore militare sembra aver risentito meno della crisi legata alla pandemia. Tuttavia non si deve pensare che questo segmento dell’aerospazio possa ritenersi indenne dalle criticità che oggi investono il settore civile. La motivazione oggettiva della differenza tra civile e militare sta sostanzialmente nel fatto che le commesse militari sono programmi finanziati dai Governi nel mondo, ai quali non si rinuncia perché sono pagati con fondi presenti nei bilanci degli Stati e non devono confrontarsi con il mercato, cosa invece che fanno le compagnie aeree, tagliando o dilazionando commesse già programmate fino a quando i volumi, ma soprattutto i ritorni economici, non consentiranno l’acquisto di nuovi aeromobili. Ora per garantire il mantenimento delle attività produttive nel settore militare, evitando di rimanere indietro anche in questo segmento, servono scelte e investimenti che guardino al futuro. Le attività militari, per i costi e la durata dei programmi, hanno archi temporali estremamente lunghi, tra pianificazione, progettazione e sviluppo finale delle produzioni: ciò che si pianifica oggi avrà una vita industriale per i prossimi 30/40 anni. A questo proposito saranno strategici i programmi per la difesa europea, con nuovi prodotti che saranno oggetto di consorzi tra i Paesi che in Europa detengono capacità tecnologiche e professionali. L’Italia è tra questi Paesi, pertanto il futuro industriale del segmento militare dipenderà da quanto lo Stato Italiano investirà negli stessi, con i conseguenti ritorni dal punto di vista industriale per gli stabilimenti delle aziende presenti sul territorio nazionale, e le relative ricadute per tutto l’indotto presente in tutto lo stivale. Il militare, nel rispetto dei dettami della Costituzione Italiana, può essere nel settore dell’aerospazio il segmento più resiliente e con le prospettive migliori nel contesto di crisi generale presente, a patto che vengano fatte scelte e investimenti lungimiranti».

Un’ultima domanda a proposito degli aiuti di Stato e delll’UE: il governo francese, deciso a giocare un ruolo nella partita aperta tra Cina e Stati Uniti, ha deciso di destinare al settore, ed in particolare ad Airbus, una quota del Recovery Fund, e già a giugno ha stanziato 15 miliardi. Pensi che si debba fare qualcosa del genere, cioè sostenere la capacità di innovazione di quello che c’è, e competere nel contesto dato, oppure ritieni che sia possibile fin d’ora utilizzare quelle risorse per avviare una riconversione produttiva in direzione dell’economia verde e di un ripensamento complessivo del modo di abitare e di muoversi sul pianeta Terra?
«La Francia è in Europa il paese più rilevante per capacità produttiva nel settore dell’Aerospazio. I confronti con l’Italia sono non paragonabili per numeri e per dimensioni d’impresa, tuttavia è indubbio, come dicevo prima che serve una strategia per il Paese, a partire dalle ingenti risorse del Recovery Fund. Bisogna non tanto, o meglio non da subito, parlare di riconversione, eventualmente ipotizzabile quando il mercato si assesterà su volumi strutturali definiti, ma sicuramente occorre ripensare un futuro sostenibile anche dal punto di vista energetico. Questo è tanto più necessario nel settore delle produzioni del trasporto aereo. Progettare nuovi prodotti che abbiano un impatto sostenibile sull’ambiente è sicuramente un obbiettivo che non può essere rinviato. Esistono nel nostro territorio aziende grandi, con capacità tecnologiche e competenze che possono consentire lo studio e la realizzazione di motorizzazioni capaci di ridurre i consumi, anche guardando alla transizione verso alimentazioni alternative, che ci rendano sempre meno dipendenti dai prodotti derivanti dal petrolio. Nel contempo lo studio di materiali e capacità produttive con elevati livelli tecnologici, come la tecnologia 3D, può rappresentare una nuova frontiera verso produzioni oggi non ipotizzabili con le tecnologie tradizionali. Da sempre nelle crisi si ripensano modelli di sviluppo e si progettano le linee guida per il mondo che verrà. Tali contesti determineranno le prospettive industriali del futuro: essere o meno tra i Paesi che gestiranno questa riconversione e la relativa transizione, determinerà il ruolo industriale che l’Italia potrà avere quando il Covid finirà, o quando saremo in grado di poterci convivere con soluzioni non emergenziali. Questa è la sfida che ci attende, e a giudizio della FIOM-CGIL non può che passare attraverso scelte condivise tra tutte le arti in campo. Il sindacato è e sarà una delle parti indispensabili nella tenuta e nella ripresa sociale del Paese».

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