Cultura

FUTURLEANDRA

Archivistica visionaria per una “digitazione” territoriale dell'opera di Leandra Angelucci Cominazzini alias Futur Leandra.

#CULTURA
Di Emanuele De Donno
In foto: Leandra Angelucci Cominazzini.


L’artista futurista Leandra Cominazzini Angelucci era una fanciulla umbra, folignate, di corporatura forte e carattere tenace. Non aveva la cultura delle sue colleghe futuriste che frequentavano i club iniziatici delle seconde avanguardie e i foyer cosmopoliti delle danze performative (Valentin De Saint Point, Benedetta Cappa, Giannina Censi). Leandra, che come etimo vuol dire donna di popolo, difatti fece parte di quella rete di artisti di un futurismo regionale derivativo, nutrito da una certa retorica tradizionalista e “strapaese”. Firmava le opere con il doppio cognome (Cominazzini  Angelucci), suo e del marito, orgogliosa della sua estrazione radicata nella provincia rurale mentre, al contempo, il movimento futurista ”globale” costruiva carriere e nomea con studiati pseudonimi, nomi d’arte e officine artistiche (per gli uomini Fillia, Thayaht, FuturBalla, Farfa; per le donne Regina, Adrì, Brunas, Barbara, Rosa Rosà, Ballelica…).

Leandra era fatta così, si adoperava in una pratica solipsistica e locale seppur connessa all’ideologia di “gruppo”: una pittura da camera cosmo-intimistica ma con spazialità e prospettive vertiginose verso il territorio e la natura. I suoi riferimenti non nascosti sono l’Aeropittura di Gerardo Dottori, uno dei capostipiti del secondo futurismo, e la scenotecnica nutrita di geometria della voluttà e rarefazione siderale del genio Prampolini.

In foto: Aeropittura di Leandra Angelucci Cominazzini.

Una quindicina di anni fa conobbi l’artista Mirella Bentivoglio in un soggiorno di lavoro ad Enna in Sicilia, per una mostra sul libro d’artista. Enna è città di altitudine, dal particolare impianto urbanistico originato nel Ventennio fascista e caratterizzata da versanti scoscesi,  balzi e supervisioni sul paesaggio circostante. Mirella Bentivoglio, che ci ha lasciato qualche anno fa, era un’artista di grande impegno femminista con una meticolosa ricerca di collaborazioni e individuazione di profili artistici al femminile nella molteplici iniziative e azioni che proponeva sia da artista che da curatrice. Era interessata alla cifra artistica di donne misconosciute ma non c’era in lei una spinta ideologica e di bandiera politica, quanto piuttosto di autonomia poetica, un atto umanistico, di compensazione postuma di opere sottovalutate. Leandra Cominazzini era parte del suo disegno insieme al folto gruppo delle futur-donne, Benedetta Cappa, Wanda Schultz, Marisa Mori… (con Franca Zoccoli, la Bentivoglio è stata la maggior studiosa internazionale del movimento futurista femminile pubblicando un testo fondamentale Le Futuriste Italiane nelle Arti Visive,  De Luca Editori d’Arte, 2008 ).  Da un terrazzo panoramico, in pausa lavoro in quel dì Enna, Mirella mi spiegò il ruolo di Leandra nel quadro del secondo Futurismo italiano e mi confessò che trovava curiosa la coincidenza di stare lì con un concittadino della Cominazzini di fronte ad un tipico habitat futurista, un  vertiginoso panorama aero-pittorico, un panorama a sbalzo dalla città verso una vallata dell’entroterra ennese. Facendo un salto spazio-temporale,  mi raccontò poi del suo legame con la terra umbra per i suoi diversi attraversamenti artistici “avanguardisti” e primordiali in quei luoghi connotati di misticismo femminile. I progetti artistici di Mirella in Umbria parlavano di lingua inaudita, di una cultura che contrasta le forma urbana gerarchica e la struttura patriarcale. Uno di questi lavori era Poesia all’Albero, l’albero maritato di Gubbio dentro il programma dell’edizione della Biennale  di Scultura di Gubbio del 1976 curata da Enrico Crispolti e l’altro era Operazione Orfeo del 1985, azione speleologica per depositare una scultura simbolica, un uovo di cemento in una grotta profonda del Monte Cucco, segno della maternità della terra. La sua era un tipo di pratica coltivata ma fisica in cui il gesto, la fatica ed il corpo femminile si connotano nel politico e nell’antropologico.

In foto: Operazione Orfeo di Mirella Bentivoglio.

Leandra era forte quanto lei, orgogliosamente e supinamente legata alle radici e ai doveri di donna nella società di regime, ma la sua pratica artistica “resistente” e il carattere libero e ambizioso la emanciparono naturalmente. Certo il suo stile di vita non la faceva spiccare, aveva sì la spirale di dolcezza ma non la serpe di fascino di Isadora Duncan…; era però laboriosa, dipingeva soliti e grassi quadri di mirabolanti cieli intimi, espressione di una pittura che si confrontava con l’antica tecnica dell’encausto e di una forma mentis ripetitiva ma altamente artigianale. Nel 1924 insieme al pittore folignate Ugo Scaramucci fondò il marchio aziendale Hispellum per la produzione di pezzotti (stracci pluriuso della tradizione contadina spellana), rivisitati sul tema dell’arazzo, del mosaico di tessuto. I suoi prodotti erano un confine interessante tra l’arte maestra, quella visiva, e la manifattura locale ma di alta scuola.

In foto: Bozzetto esplicativo per la lavorazione del tipo Hispellum.

La sua celebrazione è già avvenuta a livello locale, con una antologica allestita appena dopo la sua morte (1981), con l’attenta acquisizione della Cassa di Risparmio di Foligno di lavori pittorici e di un importante arazzo e con l’acquisizione, da parte della Biblioteca Comunale di Foligno, di un fondo dedicato a Leandra Cominazzini. Dopo questo primo atto conservativo e di storicizzazione necessario ora si procederà, come indirizzo dell’assessorato alla Cultura del Comune di Foligno, ad un lavoro di inventariazione e digitalizzazione del fondo di documenti e disegni della pittrice folignate nell’ottica della sempre auspicata valorizzazione aggiornata. 

Lo spunto e la notizia induce pensieri ambiziosi che scartano dai soliti protocolli “sovrintendenti” per pensieri espansivi e in grado di provocare un dibattito più ampio: inquadrare una figura artistica storica in un disegno di musealizzazione territorale. La digitalizzazione di Leandra è una misura tecnico-politica su un’opera che si considera ormai stabilizzata e rinomata.  La sua scansione potrebbe essere invece, si spera, una idea di digitazione che si propaga come organismo culturale capace di costruire ipertesti museologici. Indurre politiche visionarie di rarefazione e di legame per mappe culturali inedite. Vengono in mente sedi specifiche per mostre, laboratori, indagini, produzioni: paesi di montagna (i monti Appennini ferrigni e dentati che abitano le sue sintesi pittoriche e paesaggi aerei), le officine aereonautiche del folignate (scansando gli aspetti militareschi), le fabbriche del tessuto, della canapa, dello straccio di casa “nobilitato”, della particolare magliatura, brevetto unico della designer Leandra proiettata nel lavoro della moda contemporanea. Anche i suoi scritti, le sue possenti lodi, scremate del languido e autistico refrain fascista, parlano della poesia-paesaggio, un singolare slancio panico, di rilettura delle arie-primavere umbre… in un disegno che spazia futuribilmente (senza archivi-ismi) a volo dronico digitale in una sintesi dinamica siderale che connette gli infiniti territori della terra umbra. Magari!

In foto: Leandra Angelucci Cominazzini, La vita (Sintesi- vita), encausto su tela, 1930.

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