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La leggenda del Torrione di Bevagna

“Eligio in silenzio si sfila la camicia nera, suda, gli dà fastidio, sta meglio a torso nudo a spostare pietra su pietra.” Attraverso i ricordi , Carla Ponti ci racconta la leggenda del torrione di Porta Cannara a Bevagna. Lo fa narrando vicende dal punto di vista soggettivo delle memorie familiari: uno sguardo inusuale alla tragica prima metà del secolo scorso.

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A cura di Carla Ponti

(In foto: il Torrione di Bevagna)


“Eligio in silenzio si sfila la camicia nera, suda, gli dà fastidio, sta meglio a torso nudo a spostare pietra su pietra.” Attraverso i ricordi , Carla Ponti ci racconta la leggenda del torrione di Porta Cannara a Bevagna. Lo fa narrando vicende dal punto di vista soggettivo delle memorie familiari: uno sguardo inusuale alla tragica prima metà del secolo scorso.

Bevagna è orgogliosa dei suoi figli che l’hanno resa grande nella storia, ma non disdegni quelle creature che l’hanno colorita delle piccole vicende della vita giornaliera della comunità.

Eligio Crescimbeni è nato a Bevagna il 13 aprile 1914 da Pietro Crescimbeni, chiamato il Sor Petrino e da Sofonisba Cocciarelli. Il Sor Petrino ha già 3 figli nati dal primo matrimonio: Domenico, Alfredo e Bruna, quando dalla seconda moglie Sofonisba ha Luigi, Francesco e Eligio. Anche Sofonisba muore giovane, Sor Petrino non ha attitudine al ruolo di padre, trascura i tre ultimi nati, e affida Eligio a Bruna, troppo presa dai propri problemi per accudire quel ragazzino irrequieto e sensibile, dal quale tuttavia pretende attività onerose. Eligio conosce le frustrazioni degli indifesi, l’indifferenza dei parenti i quali molto spesso scaricano su di lui le proprie umiliazioni.

Il giovanetto piange le carezze della madre scomparsa troppo presto e consuma la propria solitudine di povero orfano.

Eligio cerca ben presto nel cuore di una giovane sensibile le tenerezze della madre sognata. Nel 1936 a ventidue anni sposa Camelia, che ama come un miracolo o un bel sogno. Camelia ha diciannove anni, possiede un nome che aveva riempito le fantasie romantiche del padre (la protagonista della Traviata). Camelia lo ama con il trasporto e l’incoscienza dei giovani: gli regalerà nove figli: Maria Sofonisba 1937, Rosella 1938,  Lucio 1940, Piero 1941, Paolo 1943, Anna Rita 1944, Mara 1946, Serenella 1948, Loretta 1952.

Dopo l’avvento del fascismo si accende anche a Bevagna il culto entusiasta delle glorie italiche e si va alla ricerca della “romanitas”; alcuni fanatici inoltrano l’istanza alla Maestà del Re Imperatore, perché conceda l’autorizzazione a mutare la denominazione Bevagna in “Mevania”, argomentando essere “nello spirito la tradizione romana, luce che rischiara le vie dell’immancabile avvenire”.

Negli anni 30/40 la Libia rappresenta fonte di benessere e orgoglio per l’Italia fascista. Le opere pubbliche compiute dai governatori fascisti attirano interessi italiani e favoriscono la colonizzazione e un forte richiamo al godimento delle bellezze favolose di un angolo d’Africa ricco come un giardino.

Eligio Crescimbeni, dopo pochi mesi dal matrimonio si arruola volontario con il grado di sergente nelle Forze di Polizia dei Cacciatori d’Africa. È il 1937 Eligio è già padre di Maria Sofonisba. Durante una breve licenza assiste alla nascita di Rosella, è il 20 agosto 1938. In pieno conflitto bellico il 2 febbraio 1940 nasce Lucio. Eligio frattanto è diventato autista personale del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani (1882-1955), Governatore della Libia e comandante delle Forze Armate dell’Africa settentrionale (dopo anni, a guerra finita, Eligio ormai congedato, farà, per sopravvivere, l’autista personale di un altro “grande” il pittore Giorgio De Chirico). Eligio svolge il proprio ruolo con fedeltà e accompagna le sorti fauste e infauste del suo comandante. L’esperienza africana lascerà un segno doloroso nel cuore del giovane sottufficiale, deluso nelle aspettative di un governo eroico dell’Italia. Racconterà più volte di aver visto con amarezza un gruppo di donne africane, assoggettate al fascino malvagio del conquistatore, inveire violentemente contro un gruppo sparuto di prigionieri loro concittadini.

Il 3 febbraio del 1941 nasce Piero. Il cuore di Eligio esulta, non sa che il piccolo è malato, nell’agosto morirà. Crescimbeni ottiene un permesso speciale per baciare il piccolo nella bara; lo aspettano a lungo, si ritarda la chiusura del feretro ma a un controllo un maresciallo dei Carabinieri gli fa perdere il treno e quando Eligio giunge a Bevagna il piccolo è stato già sepolto.

Eligio torna in Africa. La sua famiglia è rimasta nel cordoglio. Camelia è una povera giovane disperata. Ormai tardano le notizie dal fronte, Eligio non scrive, non invia denaro. Gli eventi incalzano, a Bevagna c’è la fame, la miseria; le bombe cadono su Foligno, il paese si abbandona ad atti di violenza, di deportazione, loschi figuri avvelenano le notti di chi si oppone al regime. L’8 ottobre del 1943 il cugino Gabriele Crescimbeni viene arrestato dalla milizia fascista per “motivi di pubblica sicurezza”. Morirà nel campo di concentramento a Innsbruck il 21 febbraio 1944.

Eligio apprende della nascita di Paolo (2 luglio 1943), ma il piccolo subisce un grave incidente che lo lascerà semimutilato della mano sinistra.

In Africa Eligio apprende la morte del Principe Amedeo Duca d’Aosta, solo e abbandonato dalla patria, in un povero capanno di prigionieri in Kenia.

Gli eventi incalzano, il maresciallo Graziani viene spogliato del ruolo autorevole che lo ha reso superbo “padrone” d’Africa a causa dell’esito disastroso delle operazioni condotte contro l’esercito inglese.

Crescimbeni ne condividende le sorti, rientra in patria malato e sfiduciato e vive come tanti suoi correligionari, un lungo periodo di sbandamento nell’indifferenza senza riconoscimenti da parte di un paese scarsamente portato a riconoscere i meriti dei suoi figli. Ma Eligio è un uomo forte, rientrato in Italia svolge il proprio servizio nella polizia in motocicletta a Imola e Cesena; dopo il crollo totale del regime, si riaccende in lui l’amore e la pietà per i concittadini soggetti alla inesorabile occupazione tedesca. Sottrae alcuni compaesani dell’assere condotti in Germania, già in partenza su un carro tedesco tra le grida di un nugolo di donne in lacrime. Distrae spesso soldati tedeschi ubriachi dal penetrare nei palazzi come il Mattoli Palma con l’intenzione di molestare le giovani donne della casa. Molto spesso chiede alla moglie di consegnargli la camicia nera, che ella custodisce accuratamente lavata e stirata, la indossa e affronta, paladino dei sottomessi, l’arroganza dei militari tedeschi. Corre alle grida dei sepolti fra le macerie di Foligno più volte bombardata dalla aviazione americana. Al maresciallo dei carabinieri il quale lo aveva privato dell’ultimo bacio al piccolo Piero, per casualità di stanza nella città dell’Alunno, Eligio mentre lo estrae dalle macerie dice “non sono venuto per vendicarmi, sono quì per salvarla, io amo la vita, anche quella di chi mi ha ferito”. Respira in ginocchio gli ultimi lamenti di una bimba sepolta inesorabilmente: come ti chiami piccola.. Mara. Mara sarà la sua bimba che nascerà il 10 dicembre 1946.

L’ottava Divisione Indiana del X Corpo d’Armata Britannica, liberata definitivamente Terni all’alba del 15 giugno 1944, proseguito puntando su Foligno, contrastata dai tedeschi, nella tarda mattinata del 16 giugno entrava a Bevagna.

I tedeschi prima di andarsene avevano fatto saltare il ponte sul Teverone, quello sul Clitunno, il ponte di S. Agostino, non salterà il ponte delle Tavole il cui incendio sarà spento da tali Raffaele Antonini e Vincenzo Nizzi.

Diversa sorte tocca al “Torrione ” di Porta Cannara.

“Esci da casa, bambina, fra poco quì esploderà tutto”. Così mi disse un tedesco il quale si aggirava per casa mia, la casa Crescimbeni al quadrivio. Sì, perché il comando tedesco aveva deciso di far saltare il mio palazzo e quello di fronte, il palazzo Nalli. Si sarebbe squarciato tutto il centro di Bevagna.

Qualcuno avverte Eligio Crescimbeni. Eligio non indugia, indossa la leggendaria camicia nera come sempre ben lavata e stirata, non si sa mai, dalla moglie Camelia, e affronta il burbero comandante tedesco. Perché non far saltare il Torrione medievale, eroico baluardo che si erge accanto alla porta Cannara; è un rudere, non ha che due finestrelle in alto, chi mai può essersi affacciato da quel lato che guarda verso un groviglio di rovi; quale fanciulla può aver mai offerto il suo sorriso a un giullare da quelle anguste fessure di un un colosso-carcere ombroso? “Ma il popolo bevanate lo ama quel rudere, l’ho sentito dire da più parti, e poi io non ho altri uomini per trasportare esplosivo sufficiente per abbattere quel colosso! Per i due palazzi ne sarebbe bastato poco!” “Non servono uomini, non serve esplosivo… Non servono”. Eligio fa un cenno, da più parti, dal Campo dei Frati, dalla scarpata che sale fino al Torrione, dalla strada che porta al cimitero, ecco salire, ascendere direi, lentamente, stretti gli uni agli altri, giovani, anziani con le grucce o accovacciati nella famosa carriola di Galileo “oggi non si presta domani si”. Porta Cannara in breve pullula di uomini, si spingono verso il Torrione, lo stringono d’assedio, ne accarezzano le fiancate, lo baciano, lo piangono, le donne pregano, è il suo funerale. 

Parte il primo colpo di mazza, un brivido percorre il colosso, cadono pietre, si aprono crepe…. Il Torrione ha difeso per secoli Bevagna con le mura contro i barbari, ora la salva con le sue macerie. 

Eligio in silenzio si sfila la camicia nera, suda, gli dà fastidio, sta meglio a torso nudo a spostare pietra su pietra.

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