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L’opera bronzea di Pietro Battoni in Piazza della Repubblica

Parliamo dell'opera scultorea in Piazza della Repubblica, in omaggio a San Francesco d'Assisi!

#CULTURA #USCENDODALCINEMA
A cura di Roberto Lazzerini


Scrivo in occasione dell’installazione del manufatto artistico, un’opera bronzea, dell’architetto, pittore e, in questo caso, scultore Pietro Battoni in piazza della Repubblica di Foligno il 20 dicembre 2020, sulla parete rosata laterale del Palazzo delle Canoniche, di fronte al Palazzo Comunale, dove un tempo dominavano gli Svizzeri e gli Edicolanti, in corrispondenza della lapide marmorea che in alto ivi si legge e in cui si rende noto come in questo sito, più o meno, Giovanni di Pietro Bernardone, cioè Francesco d’Assisi, giunse per mercatura, vendendo le preziose stoffe paterne e perfino il cavallo, onde poter restaurare col ricavato la diroccata chiesa di San Damiano. 

Proveniente da Assisi, dopo un sonno agitato, oppure tornando febbricitante da Spoleto, senza raggiungere la Puglia, comunque qui giunse ed operò la svolta della sua vita. O Tommaso da Celano (1229) o l’Anonimo Perugino (1240), la sostanza agiografica non cambia, anche se a scriverne ancora secoli dopo si impegni Hermann Hesse (1904), né primo né ultimo però in un florilegio di scritti e film e canti da far affermare a Georges Duby nel recensire l’ottimo libro di Chiara Frugoni Francesco e l’invenzione delle stimmate (1993), che non passa anno senza almeno due o tre libri francescani, in cui però a campeggiar è l’autore con i suoi bagagli culturali non l’eroe e ciò a maggior lode della storica recensita. All’eccellente libro rinvio. Nel fatto raccontato, dicevo, precipita e si cristallizza, in una limpida inquadratura, il tormento religioso di quel giovane ricco, dispensator vanissimus opulentiae secularis, cioè spendaccione. Giunge per l’ultima mercatura, la vendita di stoffe, ma non ancora la spoliazione, che avverrà poco tempo dopo in presenza del vescovo di Assisi, come invece giustappone l’estensore della nota de Il Corriere dell’Umbria, nel riferire della giornata inaugurale del monumento, che ha avuto una lunga gestazione prima di essere posto. Presentato dall’autore nel 2013 nella Biblioteca Iacobilli, scelto per la realizzazione nel 2016 dall’Amministrazione Comunale, il manufatto aggetta finalmente nell’aria aperta della piazza grande cittadina dal dicembre scorso, con l’ufficiale riconoscimento alla Sala Consiliare, dopo essere stato annunciato per la fine di marzo, in pieno regime covidico e quindi rinviato. Con tutte le presenze istituzionali e associative attorno, che hanno reso possibile la realizzazione: Comune, Diocesi, Pro Loco, Fondazione Cassa di Risparmio. Ça suffit. Chi volesse saperne di più, può leggere l’intervista a Pietro Battoni di Federica Menghinella ne La Gazzetta di Foligno dell’8 marzo 2020.      

Sembra che, nel caso di Francesco oggi, valga la fulminante espressione, pronunciata da un regista cinematografico deluso, che si ritira in solitudine per darsi alla pittura, nel film del cineasta svizzero Clemens Klopfenstein (1944) Die Vogelpredikt (La predica agli uccelli, 2005): “meglio un’immagine sola e durevole che 24 immagini crepitanti al secondo”. Così sincera e violenta prorompe quest’espressione che lo stesso autore oggi, che vive a Bevagna dal 1985, ritiratosi dalla militanza cinematografica, dipinge un ciclo di affreschi sulle pareti laterali della Chiesa Nuova di Torre del Colle di Bevagna, dopo avervi realizzato la pala Il martirio di San Lorenzo sopra l’altare realizzato dalla scultrice Beverly Pepper (1922-2020). Il sopracitato vuol portare a compimento un ciclo di affreschi che ripetono quelli di Giotto alla Basilica Superiore di Assisi, con perfetta letizia ironica e con evidente consapevole naïveté. Se la prendo da lontano per parlare del manufatto di Pietro Battoni, lo faccio perché ripeto un fatto vero e un modo personale di star di fronte alle cose. Ho visto l’opera installata, una sola immagine durevole, dopo che erano trascorsi molti giorni dalla sua presenza materiale (in periodo covidico malvolentieri lascio la mia biblioteca), lontano dal cerimoniale, spinto a reagire da un amichevole richiamo dell’autore e motivato da un messaggio arguto ed ironico, inviato per posta elettronica, allo scultore dall’amico comune Stefano Marcucci, che qui trascrivo:   

carissimo Pietro, intanto moltissimi auguri di Buone Feste. Ho avuto modo di vedere la tua opera in piazza della Repubblica e mi congratulo teco. Quale cittadino assisano, che ha seguito l’esempio del suo più insigne predecessore almeno in ciò, nel volatizzare a Foligno l’eredità paterna per fini non mercantili (non potendosi onestamente annoverare tra detti scopi l’attività libraria, anzi, assomigliandosi essa più a una vocazione, analoga a quella del riparare la casa del Signore) ho sostato in religiosa contemplazione di fronte al manufatto. Ho notato il fine drappeggio, segno di stoffe pregiate. La rinuncia non è tale se non si separa dal lusso. Poi ho notato la staffa, quella che serviva a legare i cavalli. Le città pre-novecentesche ne erano piene. Più delle rastrelliere, oggi, per le biciclette, nelle città ecofriendly. E il cavallo? Qui ho pensato a una difficoltà tecnica di rappresentarlo, o ai costi eccessivi di produzione. Poi però mi sono detto: no, la cosa è voluta, Francesco è un vero cavaliere, un cavaliere cortese dell’anima, e sebbene nella vulgata si dica il somaro di San Francesco per indicare chi va a piedi, certo è che il mio concittadino, nella sparizione della cavalcatura, resta cavaliere dell’anima. Non so se sia questa l’intenzione dell’artista, ma le omissioni, come la Chiesa insegna, sono altrettanto significative delle azioni. Quel cavallo fantasma si aggirava intorno a me, poi saliva in alto, oltre l’albero di Natale illuminato a led per volere del podestà, diventava come uno di quei cavalli di Platone, ma qui mi fermo, perché poi mi contraddirrei…

Ecco, soltanto dopo ciò mi sono potuto avvicinare. Da lontano sembrava un cartoccio bronzeo di Dalì, da vicino la sua vividezza realistica risalta e rimanda appunto in altro, ché non ci inganna più la semplice reale consistenza dell’oggetto, sebbene abbia sperimentato la virtù allucinatoria tattile del ricamo che reggono le mani del giovane, tanto che, in assenza di guardiani, ho potuto scorrere le dita più volte lungo il panneggio. Forse sarà parte del suo destino (il migliore, speriamo) l’essere accarezzato fino alla consunzione, così come accade (accadeva) ai piedi argentei delle statue dei santi, scurite da baci devoti. Le enormi tele espressioniste, per così dire, di Pietro hanno la stessa virtù: da vicino, ed asciutte ben inteso, si lasciano toccare con piacere ed elaborare con fantasia.  Così il panneggio del povero Pietro (Bernardone), a cui fu sottratto a fin di bene, forma con le salde mani, ancor di mercatura, la allucinata staffa marcucciana, che reclama sì l’assenza del cavallo, ma alla maniera dell’indiano di cui parla il cabalista di Praga, Franz Kafka, in un suo apologo del 1910: l’impossibilità di un monumento equestre oggi nasce da quell’antico desiderio di cavalcare senza sproni e briglie, senza collo e testa, infine senza corpo del cavallo, vale a dire quella riuscita concrezione di forma-di-vita ed esistenza, che a noi manca, vive solo in noi, in simulacro, per temperata mediazione ecclesiastica. Ma l’altro aspetto, più astratto, simbolico, delle mani in mercatura, non soltanto stanno per l’intero che è tolto, per antica obbedienza al togliere scultoreo, non solo della materia ma anche del racconto, nasce da un’operazione mentale, non così evidente, con immediatezza. L’episodio francescano sta sulla soglia della sua nuova vita, è lo stato sorgivo della sua conversione, non sarà avvolto dalla cure ecclesiastiche di Bonaventura da Bagnoregio con la sua Legenda Major (1263), intesa a raccogliere e armonizzare le numerose voci canonizzanti, occultando e distruggendo le precedenti, a scopo di santificazione perpetua. Si trattava di rendere accettabile l’inaccettabile, contro il cui ordine mercantile e militare Francesco si scagliava, rendendolo celeste. Allora accettare la rappresentazione scultorea di questo episodio e così realizzandola, significa sì evitare il richiamo sovversivo diretto, ma non intraprendere la tradizionale via  di sottomissione iconografica, anzi mettere a profitto l’ambivalenza dell’offerta: il panneggio deve essere sfilato via e consunto perché la protensione diventi oblazione. Ognuno di noi lo sa, o finge di saperlo, da lungo tempo.

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