Cultura Storia e Memoria

Livorno, l’approdo comunista

Cent’anni fa, a Foligno. Dal nostro inviato nel XX secolo/4. Quarta puntata del reportage di Fabio Bettoni: il Congresso di Livorno, il trasloco dal teatro Goldoni al teatro san Marco, la scissione comunista, la lettura della stampa locale nel caffè Tre Colonne in corso Cavour, la mancata intervista esclusiva con i delegati folignati, reduci da Livorno. Come il protagonista di un fortunato film di Woody Allen, il nostro corrispondente ci appare così a suo agio nella bolla spaziotemporale in cui è precipitato che speriamo di poter contare ancora a lungo sulle sue Lettere da lontano.

#STORIAEMEMORIA
Di Fabio Bettoni
In foto: il caffè-ristorante delle Tre Colonne in una cartolina d’epoca, collezione di Giovanni Paternesi


     Foligno, 24 gennaio. Sono tornato ieri da Livorno; spettatore partecipe, e, francamente, curioso di un Congresso, il 17° del Partito Socialista Italiano, che più spettacolare non avrebbe potuto essere. (Si dice che, tra dentro e fuori il Teatro “Goldoni”, si aggirassero più di tremila persone.) Durante i lavori, ho concordato con i delegati congressuali Tito Marziali e Alfredo Saloni (ai quali m’ero aggregato) una chiacchierata a quattr’occhi da tenersi al ritorno in Foligno. Li sto aspettando nel ristorante-caffè Tre Colonne (le colonne dell’89: Liberté, Égalité, Fraternité), esercizio dei signori Francesco ed Anna Battistoni in Corso Cavour, tanto caro a quelli di noi hanno conosciuto la politica mercé Domenico Roncalli Benedetti, assai amante di questo luogo.

      Spettacolare, dicevo. Immaginate di entrare nel “Goldoni” col Congresso in atto. Sul fondo, la tribuna addobbata di rosso accesissimo, sovrastata da un gigantesco ritratto di Carlo Marx: vi stanno i dirigenti centrali, gli invitati, primi fra tutti i rappresentanti dell’Internazionale comunista (la Terza, fondata il 2 marzo del 1919), nonché i compagni che si susseguono con discorsi e mozioni. Sui palchetti a sinistra della tribuna stazionano i delegati Sinistri, su quelli a destra i Destri, nella navata centrale i Centristi. Così, grosso modo; ma non mancano gli sparpagliati, in molti; giacché il dibattito pre-congressuale s’è dipanato intorno a cinque posizioni principali (“fazioni”): dei comunisti puri, con Amadeo Bordiga; dei comunisti unitari, con Giacinto Menotti Serrati direttore dell’Avanti!; dei concentrazionisti (riformisti) di Filippo Turati, il fondatore (1892) del Partito; dei rivoluzionari intransigenti di Costantino Lazzari, già segretario nazionale durante la Grande Guerra, anch’egli un padre Fondatore; e di coloro che hanno fatto propria la cosiddetta Circolare di Anselmo Marabini e Antonio Graziadei. 

     Mentre attendo Marziali e Saloni, leggo Apis, ovvero don Antonio De Sanctis, alta dignità del clero folignate essendo canonico primicerio della cattedrale; sulla Clerical Gazzetta del 15 gennaio scorso il caro Reverendo ha scritto: «Si credeva che la nuova Chiesa senza Dio, che dovea sostituire la Chiesa di Dio, fosse una, come uno è il Cattolicismo […]  Il Vangelo di Carlo Marx dicevano che fosse uno, ma i socialismi sono parecchi: il socialismo di Turati, colla Critica Sociale, il socialismo di Serrati, con l’Avanti!, il socialismo di Bombacci con l’Ordine nuovo di Torino; ci è il Comunismo unitario di Serrati, il Comunismo secessionista di Bombacci, il Centrismo di Turati, l’Intransigentismo rivoluzionario di Filippetti, l’Unitarismo comunista dell’on. conte Disgraziadei … Quanti sono, dunque? Due, tre, cinque, sette…? Non si sa e forse non si saprà!» 

     E bravo don Antonio pasticcione! Gli dovrò scrivere una bella cartolina postale ad emendare. Mi basterà chiarire che Disgraziadei, disgrazia di dio, è il noto economista Graziadei, confluito insieme a Marabini nei comunisti puri di Bordiga e Umberto Terracini, esponente di tutto rilievo quest’ultimo del torinese “L’Ordine Nuovo” (settimanale che Antonio Gramsci volle far uscire con il 1° maggio 1919), presentatore alla direzione del PSI nel settembre 1920 dell’Odg sull’adesione all’Internazionale; che l’altrettanto confluente Nicola Bombacci, segretario del PSI balzato al vertice col 16° Congresso nell’ottobre ’19 (Bologna), ha tirato con sé Luigi Repossi e Francesco Misiano, ma questi tre e i loro seguaci, massimalisti di sinistra, non avevano nulla a che vedere con gli ordinovisti torinesi, i quali in Congresso hanno parlato appunto per bocca di Terracini; quanto a Lazzari il vero capo degli intransigenti (di certo non lo sconosciuto Filippetti) egli e i suoi si sono uniti a Serrati. Cosicché, il profilo socialista uscito dal 17° congresso è quello dei comunisti unitari di Serrati (e Achille Baratono) con le sfumature e i ritocchi intransigenti di Lazzari; ma anche di Turati, svettante sulla tolda della destra riformista ad onta dei comunisti che volevano cacciarlo. Pare che Serrati resterà a dirigere l’ Avanti!, e il nuovo segretario sarà Giovanni Bacci. Che ne sarà di questo Partito? I fascisti intanto hanno fatto il loro ’19 e il loro ’20, stanno cominciando il loro ’21: nella violenza più abominevole. E la preparazione militare dei rossi? Fino a questo momento ha lasciato a desiderare assaissimo. Come s’è visto nel corso del passato Biennio. E domani?

     Quanto al partito nuovo, ora Partito Comunista d’Italia, Sezione italiana dell’Internazionale comunista, esso ha sicuramente un capo, Bordiga, ma non un sovrano: a dirigere l’organizzazione v’è un Comitato centrale di 15 membri: Bordiga, Grieco, Parodi, Sessa, Tarsia, Polano (tutti bordighisti puri e astensionisti), Belloni, Bombacci, Gennari, Misiano e Marabini (già massimalisti di sinistra) e i comunisti milanesi Repossi e Fortichiari (non astensionisti), nonché gli ordinovisti torinesi Gramsci e Terracini. Ed un esecutivo composto, con Amadeo, da Terracini, Grieco, Repossi, Fortichiari. 

     Nella mia cartolina al reverendo Apis chiederò se sapeva di Bordiga e dei suoi quarti nobiliari. Amadeo è un napoletano per caso; residente a Partenope perché il padre Oreste, originario di Novara, a Portici andò ad insegnare Economia Agraria, aureolato tra i massimi economisti italiani. La madre Zaira, romana, può fregiarsi di titoli nobiliari appartenendo all’illustre casata degli Amadei; il nonno materno, Michele, garibaldino a Bezzecca, personaggio eminente della Sinistra storica è stato deputato Umbro-Sabino fino al 1897 (dal ’74) ed io stesso da ragazzo ebbi modo di ascoltarlo; lo zio Giovanni Bordiga è stato (forse lo è tuttora) professore di Geometria Descrittiva all’Università di Padova. Entro questi orizzonti, Amadeo ha conseguito la laurea in Ingegneria a soli ventitré anni. Come ho potuto constatare io stesso a Livorno, il suo è un dire tribunizio quando occorre; altrimenti secco, matematizzante. Qualcuno ha scritto, caro Apis, che il giovane unisce in sé il «tetragono spirito cisalpino» del padre, «addolcito da un armonioso intreccio con l’umanesimo meridionale» della madre. Molti sostengono essere Bordiga lontano dal mondo operaio (mentre Gramsci vi è immerso): sia pure non per sua scelta ma perché Napoli, riguardo all’industria, non è Torino; mi dicono però che Bordiga ha sviluppato un intenso attivismo proletario, certo: nelle condizioni date.

      La posta in gioco congressuale è stata di portata storica. Giacché, tranne i turatiani (14.695 mila voti congressuali), tutti gli altri (circa 160 mila voti, di cui 98.028 serratiani) si proclamavano  comunisti, tutti volevano “fare come in Russia”, tutti volevano che il Partito si conformasse all’Internazionale comunista ribadendo quanto era stato deciso al Congresso del ’19 (16°, Bologna); ora si trattava di contarsi intorno alle Condizioni poste dall’Internazionale (Mosca, estate 1920, 2° Congresso; Bordiga e Serrati delegati) per diventare comunisti internazionalisti. Ma c’era un “ma”: l’incaglio grosso formato  dai punti 15 e 21 delle Condizioni che volevano l’adeguamento del Programma a quello dell’Ic e l’espulsione di quanti respingessero «per principio le condizioni e le tesi formulate dall’Ic». Eccolo, dunque, il nodo: l’espulsione di Turati! Il che la maggioranza unitaria con il proprio voto ha impedito che accadesse. La sera del 20, Bordiga (58.763 voti) ha deciso di tagliar corto e, pur consapevole di essere minoranza, ha denunciato un funzionamento inadeguato della Commissione per la verifica dei poteri, come a dire: non c’è stata la dovuta corretezza nella conta; ha dichiarato che la maggioranza con quel voto s’è posta fuori dell’Internazionale, e ha convocato al Teatro “San Marco” per l’indomani alle ore 11 quanti hanno votato la mozione della Frazione comunista. Bordiga sa che la frazione di cui è portavoce indiscusso è, all’origine (prima della confluenza dei bombacciani, e della coppia Marabini & Graziadei), frazione una e trina, essendovi: i bordighiani, tutti di provenienza astensionista; gli ordinovisti elezionisti come Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Terracini; gli ordinovisti come Battista Santhià, Vincenzo Bianco, Vittorio De Biasi di più stretta osservanza gramsciana, cioè il gruppo di Educazione comunista formato da Gramsci nel 1920. Il cammino del partito nuovo è stato fin qui punteggiato da alcuni passaggi salienti; dal che nessuno stupore mi ha colto quando tra il tumulto i bordighiani hanno lasciato il “Goldoni” per il “San Marco”. Avvisaglie precedenti a parte, Amadeo ha cominciato la sua battaglia comunista al 16° congresso del PSI (Bologna, ‘19) con la Frazione comunista Astensionista; e l’ha intensificata nel 1920, partecipando da protagonista al 2° Congresso dell’Internazionale (Mosca, estate), promuovendo e firmando il Programma di Milano (15 ottobre, con Gramsci, Terracini, Bombacci), promuovendo al Convegno di Imola (28 ottobre) la mozione congressuale della Frazione per il 17° congresso del PSI. 

In foto: prima pagina di Guardia Rossa del 23.1.1921

     Ed ora?

La domanda riguarda anche i rami folignati dei due Partiti. In questo momento tengo sotto gli occhi la Clerical Gazzetta dell’odierno sabato 24 ove il Congresso riceve un pasticciato resoconto, tutto impostato sul folcloristico Bombacci; preferisco soprassedere. Mi soffermo a meditare, invece, su “Guardia Rossa” che ancora ieri 23 gennaio si è dichiarato “Perioidico settimanale delle sezioni Socialiste di Foligno, Vescia-Belfiore, S. Eraclio”. Il fondo comincia: «Con un senso di profondo dolore i comunisti, unitari o no, hanno appreso i risultati del Congresso di Livorno. Credevamo di poter assistere ad una rassegna delle nostre forze gloriose, assistiamo invece ad una perniciosa divisione di esse. E prosegue: Tutti sentiamo il peso di una fatalità misteriosa, che ha gravato sulle decisioni nostre e tutti nutriamo in petto la stessa speranza che gli avvenimenti fondino di nuovo le forze spezzate dall’antitesi delle concezioni teoriche. Non le ideologie, ha detto Marx, fanno la storia, ma l’atteggiarsi delle forze economiche determinatrici di ogni trasformazione». E l’andamento dell’attuale scontro tra le classi dei capitalisti e degli operai costringerà socialisti e comunisti a fondersi nell’azione perché l’azione è la sanatrice delle unilateralità e delle incomprensioni reciproche. Tra breve chiederò a Saloni se l’articolo è frutto della sua penna, ma lo stile e l’umore mi paiono proprio i suoi, di questo giovane professore di Lettere al nostro Ginnasio, da poco venuto di lontano. Del resto è lui il direttore di “Guardia Rossa”, ed è stato lui che il 12 dicembre scorso ha presentato la mozione dei comunisti unitari collegati a Serrati ottenendo 47 adesioni. L’altra, quella dei comunisti bordighiani, presentata da Marziali, ne ha ottenute 97. Ho saputo che il sindaco Ferdinando Innamorati si è pronunciato per Serrati; ma non so con precisione se i 144 compagni votanti appartenessero tutti alla Sezione di Foligno, come le cronache tramandano, o, invece, l’attribuzione di detti votanti alla sezione folignate sia una generalizzazione includente anche i belfioresi e i santeracliesi. 

     Mentre sto appuntando quest’ultima, non secondaria questione da sottoporre ai miei amici Marziali e Saloni mi si avvicina un cameriere per annunciare che i due non verranno. Sa, mi dice, la processione de Sanfrizzianu sta suscitando una certa avversione tra i giovani della Lega Proletaria dei Reduci, e Chicchino Innamorati pare non riesca a placare la ripulsa che rumorosamente si va manifestando

     Al di là delle ragazzate: ed ora? 

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