Scuola

Il Movimento di Cooperazione Educativa: storia, valori e pratiche

Cos'è il Movimento di Cooperazione Educativa?

#SCUOLA #ASCUOLADIUGUAGLIANZA
Di Marco Pollano

Il Movimento di Cooperazione Educativa nasce negli anni della grande ricostruzione all’indomani della seconda guerra: in quel clima di fermento e desiderio di cambiamento, alcuni maestri e maestre si lasciarono ispirare dalla Pedagogia Popolare e dall’Educazione Cooperativa già nate in Francia grazie ai contributi di Elise e Celestine Freinet, per ripensare ad una nuova idea di scuola. Il MCE, fondato nel 1951, nasce dal desiderio di creare basi solide per una educazione popolare, nella convinzione che, attraverso la Scuola, si possa promuovere nei soggetti le capacità di partecipare al rinnovamento civile e democratico della società tutta. Quella stessa società che aveva prodotto sfruttamento, sofferenze e ingiustizie fino a quasi autodistruggersi con due guerre mondiali a pochi anni di distanza tra loro e dalla quale era necessario emanciparsi. Una scuola per uscire dalla crisi, tema quanto mai attuale.
Ancora oggi il Mce è un movimento di ricerca quanto mai attivo e vitale, che sostiene e ispira il
lavoro di molti insegnanti. E’ un gruppo libero ed autonomo di insegnanti che non vogliono
smettere di pensarsi, oltre che trasmettitori, anche elaboratori di cultura, attenti alla valorizzazione
dei bagagli culturali di cui sono portatori bambini e bambine. L’obiettivo ultimo è di creare in classe
e nella scuola una quotidiana pratica cooperativa, in cui l’idea di cooperazione superi un vago
idealismo del “darsi una mano” e si strutturi concretamente intorno ad un progetto collettivo
fondato su due fattori:

  • l’ambiente, cioè la creazione di una comunità al servizio di tutti e di ciascuno;
  • le tecniche, cioé pratiche finalizzate e materiali messi a disposizione per realizzarle.

I primi pionieri furono tra gli altri Giuseppe Tamagnini, Anna Marcucci Fantini, Aldo Pettini, Ernesto Codignola, (cui si aggiunsero via via Bruno Ciari, Nora Giacobini, Mario Lodi, e molti altri\e) che decisero di lanciarsi nella sperimentazione di alcune di quelle tecniche sopracitate: le “tecniche di vita” (messe a punto da Freinet) quali ad esempio la tipografia scolastica, attraverso la quale comporre e stampare i testi liberi, il giornalino di classe, il piano di lavoro, la corrispondenza scolastica, il calcolo vivente, la ricerca d’ambiente. Questi sono strumenti che avevano, ed hanno ancora oggi con i dovuti aggiornamenti, un senso profondo: sono in grado di mobilitare i soggetti, il loro desiderio e la loro responsabilità nell’apprendimento e nella partecipazione alla vita collettiva della classe, attraverso un’attenta e rigorosa organizzazione degli spazi e delle relazioni.

LA FORMAZIONE
Il Mce coniuga l’idea di cooperazione con l’impegno pedagogico per il cambiamento sociale, e la declina nella formazione degli insegnanti attraverso stages residenziali, corsi di aggiornamento, workshop, seminari e incontri di scambio di esperienze sui problemi educativi emergenti. Alla base dell’approccio alla formazione Mce c’è la ricerca-azione, soprattutto attraverso la pratica del “Laboratorio Adulto” come elemento centrale per la promozione dell’innovazione metodologica e della didattica per competenze. L’idea centrale che attraversa la formazione MCE è che solo agendo sulla riflessività docente, l’esperienza diretta e la cooperazione tra insegnanti è possibile incidere sulle biografie professionali e promuovere nei gruppi pratiche condivise.

LE TECNICHE SONO VALORI
Una scuola come luogo di emancipazione ha bisogno di insegnanti che sappiano operare in ogni
momento del fare scuola scelte consapevoli, che a scuola non sono mai neutre: la disposizione dei
banchi, l’uso della cattedra, la tipologia di lezione, i tempi, i materiali, il valore dato ai bisogni e
alle proposte dei bambini e delle bambine, il valore assegnato alla relazione tra bambini e tra bambini e adulti.
Occorre quindi organizzare in modo rigoroso un ambiente cooperativo,una scuola che, per
mantenere la sua promessa di giustizia e di solidarietà, sia costruita intorno ad attività complesse, a
procedure che riescano a coniugare libertà e vincoli affinché tutti possano progredire dentro ad un
collettivo che vive e impara insieme, che sappia articolare un vero e proprio sistema alternativo alla
“forma scolastica” affermatasi nell’Ottocento e tuttora prevalente: un’organizzazione che chiami
tutti a partecipare.
Secondo Philippe Meirieu, il grande pedagogista francese da sempre attento alla storia e alle
evoluzioni delle pedagogie attive, una scuola come luogo di emancipazione, è possibile solo se si
propone di formare persone capaci di resistere all’onnipotenza pulsionale: di pensare da sole e di
impegnarsi nella costruzione democratica del bene comune.
Per fare questo serve un grande lavoro educativo, che sappia rifiutare sia la nostalgia dell’autorità
verticale e dei vecchi metodi sia l’ingenuo spontaneismo dei fautori delle “scuole alternative”, due
opposte tendenze oggi molto presenti nel dibattito pubblico.

CHE FARE?
In risposta ad una scuola della didattica trasmissiva, ad una concezione impiegatizia del lavoro
dell’insegnante, con la conseguente svalorizzazione del ruolo sociale degli insegnanti e del sistema
scolastico, il Mce propone i “4 passi per una Pedagogia dell’Emancipazione” . Presentati anche
durante il Corso Residenziale “Cantieri per la Formazione”, con il titolo “Metamorfosi:
Educare/educarci al cambiamento, un incontro nazionale che ha chiamato a Foligno più di 150
insegnanti nell’’estate 2018, i 4 Passi rappresentano un repertorio di prassi fattibili, pratiche di
“materialismo pedagogico” che ogni insegnante può far proprie e proporre come leva di cambiamento nella propria realtà scolastica.
Per una breve, forse troppo sintetica panoramica:

PRIMO PASSO: STRUMENTI DI DEMOCRAZIA
Azione concreta: Assemblea di classe.
La pedagogia non agisce nell’assoluto perché si nasce, si cresce e si apprende nella durata. Non si passa alla maggiore età, o ad essere “cittadini” per “salti”.
Ognuno ha bisogno di conquistare progressivamente degli spazi a sua misura, di provare l’esercizio delle libertà in situazioni che può capire, d’imparare ad agire articolando il suo desiderio e le costrizioni, il suo punto di vista e l’interesse generale.
Il primo dispositivo che proponiamo è l’Assemblea di classe, detta anche Consiglio di Cooperazione.

SECONDO PASSO: STRUMENTI PER LA RICERCA
Azione concreta: adozione alternativa al libro di testo.
I saperi sono uno dei nodi centrali del sistema formativo in generale. Cosa si deve conoscere? Come
lo si deve fare? Dove vanno reperite le informazioni? I bambini vivono in questo mare di informazioni sin dalla più tenera età, fruitori passivi di televisione, rete, videogiochi, social network. La scuola deve diventare luogo della rielaborazione, del riordino, dell’approfondimento; di un apprendimento lento che scava nella conoscenza.
Il libro di testo, uguale per tutti è diventato uno strumento antico, inadatto alla costruzione duratura
del sapere. Andare verso una dotazione, di classe e di scuola, di una pluralità sempre maggiore di
testi può aiutare l’insegnante preparato a trovare più facilmente ciò che gli serve per i propri
percorsi didattici. Una biblioteca di lavoro in ogni classe è più funzionale ed è possibile: composta
da molta letteratura per l’infanzia, monografie su specifici argomenti del sapere, atlanti geografici e
storici ma anche pop-up, libri game, riviste, fumetti d’autore, albi illustrati.
Il primo dispositivo che proponiamo per rendere operative questo passo è l’adozione alternativa al
libro di testo, che consiste nell’utilizzare l’equivalente della somma che lo stato spenderebbe per i
libri di testo per comprare altro materiale didattico e costruire con esso una biblioteca di classe
fornita e fruibile.

TERZO PASSO: LAVORO A CLASSI APERTE
Azione concreta: il laboratorio didattico.
Un’aula progettata e predisposta con cura costituisce un ambiente favorevole ad obiettivi cognitivi e
sociali. Ma l’organizzazione del contesto è una precondizione; narrare e narrarsi, co-costruire
significati, ampliare i propri modelli interpretativi non può realizzarsi in gruppi chiusi, in cui si
condividono tutte le stesse esperienze e attività. L’organizzazione di gruppi mobili, eterogenei, con
indicazioni di lavoro diversificate, crea una mobilità, un’aspettativa, un desiderio di integrare le
proprie ricerche con quelle degli altri.
Il primo dispositivo che proponiamo per rendere operative questo passo è la Didattica per
laboratori, ‘una mente collettiva’ a cui ognuno partecipa.

QUARTO PASSO: VALUTAZIONE E APPRENDIMENTO
Azione concreta: valutazione formativa.
La valutazione, se vuole essere davvero formativa, deve essere pensata non come momento
esclusivamente finale del processo di insegnamento-apprendimento, ma come pratica di controllo,
riflessione, ridefinizione dei processi, individuali e di gruppo, per poterne orientare lo sviluppo
successivo. Per questo la valutazione è uno degli aspetti del fare scuola più delicati, perché è lo
“spazio” in cui maggiormente si consolida la dialettica tra normalizzazione ed emancipazione dei
soggetti. Rifiutare una valutazione sommativa fatta di voti numerici, a favore di una valutazione
formativa che metta in evidenza punti di forza e di debolezza di ognuno, significa liberarsi dai
retaggi di una visione competitiva, individualistica, non inclusiva della scuola, delle relazioni e
della società.
Il primo dispositivo che abbiamo proposto è l’utilizzo di una valutazione (e autovalutazione)
formativa.

Un progetto per il quale è necessario, pur con il cambio della normativa, costruire insieme un cambiamento nella cultura della valutazione, per liberarla dai retaggi di una visione competitiva e individualistica, per promuovere invece il successo formativo per tutte e tutti.

Questi possono essere i primi quattro passi di una lunga strada che può portare ad una scuola
realmente cooperativa: i primi quattro di un lungo cammino che sicuramente si preannuncia
tortuoso, soprattutto alla luce delle nuove difficoltà, squilibri e sfide che l’attualità ci pone innanzi,
ma che può farsi, attraverso una pedagogia attiva ed inclusiva, più avvincente (sia per gli insegnanti
che per gli allievi), sicuramente più gratificante ed incisiva. Una pedagogia che ci aiuti ad
intravedere un futuro per tutte e per tutti.

Marco Pollano insegna nella scuola primaria. Nel MCE fa parte dell’Equipe Cantieri per la Formazione e del
Gruppo di Ricerca Strumenti di Democrazia, collabora con la Casa-Laboratorio di Cenci.

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