salute sanità

USCA, qualcosa non va

Alcune testimonianze di pazienti visitati dall'USCA.

#SALUTE #SANITA’
Di: Lorenzo Monarca
In foto: il personale Usca


Una delle nuove parole che abbiamo imparato dallo scorso anno è “USCA”, un acronimo che sta per Unità Speciale di Continuità Assistenziale. Sono ormai gli unici operatori sanitari autorizzati a fare visite a domicilio in era pandemica. Quando si hanno sintomi influenzali gravi sono loro che arrivano, valutano, tamponano, diagnosticano e se c’è necessità dispongono il ricovero all’ospedale. Non serve dilungarsi troppo per capire quanto quest’unità sia determinante per una risposta efficace al dilagare del virus, nonché la sua importanza per il sostegno fisico e psicologico dei malati e delle loro famiglie. Eppure molte delle persone che loro malgrado sono state costrette ad usufruire di questo servizio non lo ricordano con particolare piacere, per usare un eufemismo. Riportiamo di seguito alcune testimonianze di pazienti che sono stati visitati dall’USCA, che per ovvi motivi rimarranno anonime. Raccontare queste esperienze è per noi un dovere, perché testimoniano l’istituzione di un servizio essenziale (tanto più che i medici di base e le guardie mediche non possono effettuare ad oggi visite a domicilio) che a distanza di un anno ancora in moltissimi casi ancora non funziona come dovrebbe. Perchè? Mancanza di strumentazione? Mancanza di formazione specifica o di direttive chiare? Ci teniamo a specificare che ovviamente questo articolo non punta il dito sui medici e gli infermieri dell’USCA , che sono già sufficientemente messi a dura prova ed esasperati dalla situazione, ma sulla macchina organizzativa umbra che ancora una volta manda i suoi dipendenti allo sbaraglio.

G.B. è una giovane madre che a seguito di un contatto con un caso sospetto sul luogo di lavoro lo scorso ottobre (NB: momento in cui in zona Foligno c’erano ancora pochissimi casi) ha contratto il virus e lo ha trasmesso al marito e alla figlia di 8 anni.

“Quando mio marito ha cominciato a stare molto male abbiamo chiamato l’USCA: sono venuti solo dopo numerose e ripetute chiamate, perchè a loro dire c’erano altri casi che avevano la precedenza. Alla fine sono venuti e hanno fatto il tampone, ma non hanno rilasciato nessun foglio: questo è stato il primo problema. Infatti tutte le comunicazioni sono state tutte in forma orale, comprese quelle con il mio medico di base, che non avendo né un referto scritto né la possibilità di visitarci in prima persona non era in condizioni di prescriverci nulla. Ad ogni modo la prima visita è stata effettuata senza strumentazione, e solo con l’oscultazione delle spalle non hanno diagnosticato nessun problema. Il giorno dopo abbiamo richiamato perché continuavano ed esserci peggioramenti; visto che non potevano venire abbiamo chiamato il 118, e i medici hanno ricoverato mio marito e hanno diagnosticato grazie alla TAC una gravissima polmonite bilaterale, a seguito della quale è stato disposta la sedazione e l’intubazione in terapia intensiva. Il giorno dopo del suo ricovero anche io ho iniziato a sentirmi male, avevo una forte tachicardia e ho avuto paura di lasciare mia figlia piccola da sola, quindi ho chiamato a mia volta. Mi sono sentita rispondere che non potevano venire a visitarmi e che mi avrebbero richiamato in serata per sapere com’era la situazione. Ebbene, mi hanno richiamato dopo una settimana. La cosa estremamente grave è che al mio medico di base risulta che quel giorno sono stata visitata”.

In foto: personale Usca

R.A. è un uomo di mezza età che ha contratto la Covid19 a fine gennaio, anche lui sul luogo di lavoro.

“Nella mia esperienza ho chiamato tre volte i medici dell’USCA . La prima volta sono venuti poco dopo dei ragazzi molto giovani con l’ecografo, senza evidenziare nulla ai polmoni, se non una piccola indicazione di polmonite. Un problema che ho notato è l’impossibilità di tracciare le loro analisi: l’ecografia la hanno vista solo loro, senza la possibilità di avere un confronto con altri e senza la possibilità di salvare/inviare immagini. Dopo due di giorni li ho richiamati una seconda volta perché i miei sintomi peggioravano e volevo capire se rispetto alla precedente visita ci fosse stata un’evoluzione. Non solo però un confronto era impossibile per l’assenza di uno storico, ma anche perché il cenralinista che ha risposto al telefono ha detto che non c’erano abbastanza ecografi per tutti e che sarebbero venuti senza. Così sono stato visitato solo attraverso oscultazione delle spalle, ma non hanno diagnosticato polmonite. Dopo altri tre giorni (ottavo giorno di febbre alta) richiamo perché la notte avevo avuto forti difficoltà a respirare, dicendo che dovevo andare in ospedale. La voce dall’altra parte della cornetta se ne esce dicendo: <Lei a l’ospedale ci va se ce la mandiamo noi>. Visto che dopo due ore non arrivava nessuno ho chiamato il 118. Fortunatamente sono stato messo in ventilazione forzata con il casco senza intubazione, ma se fossi arrivato qualche ora dopo sarei sicuramente finito in terapia intensiva. Mi hanno richiamato dopo tre giorni ed ho potuto rispondere perché era uno dei rari momenti in cui non ero sotto il casco. La sensazione che ho avuto in tutta la fase pre-ospedalizzazione è che si temporeggia e che si evita per quanto possibile l’ospedalizzazione dei pazienti”.

N.L è un uomo sulla cinquantina che è stato contagiato dal virus in famiglia.

“Abbiamo chiamato la prima volta le USCA per chiedere il tampone perchè tutta la famiglia era sospetta covid con sintomi abbastanza gravi, sono arrivati in tarda serata. Dopo tre giorni la mia situazione si è aggravata ulteriormente e la mattina presto sono collassato, con un repentino abbassamento della temperatura dovuto al cortisone che mi avevano prescritto. Sono svenuto e caduto a terra, quindi abbiamo chiamato di nuovo le USCA che ci hanno garantito che sarebbero arrivato nel giro di tre-quattro ore, e invece sono arrivati alla sera, nonostante io avessi la saturazione di ossigeno al 90% (valore critico). A questo punto abbiamo chiamato l’ambulanza e sono stato sottoposto a ventilazione forzata. Ho osservato due cose che ho trovato preoccupanti: la tendenza a sconsigliare o a rimandare il ricovero e la completa assenza di strumentazione. Non avevano né saturimetro, né ecografo e non avevano nemmeno uno sfigmomanometro, che abbiamo dovuto prestare noi”.

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