salute

Finché è possibile continuerò

Intervista a Pietro Felici, a cura di Marco Del Gatto.

#SALUTE
Di Marco Del Gatto
In foto: la postazione di Pietro


Il dottor Pietro Felici, collaboratore di Sedicigiugno, è in pensione dal 2009, e mai avrebbe potuto immaginare che da lì a poco più di dieci anni si sarebbe ritrovato a rispondere “presente” ad un appello dovuto all’insorgere di una pandemia. In questa breve intervista ci racconta cosa l’ha spinto a rendersi disponibile, quale è il suo contributo e cosa significa tornare a fare il proprio mestiere anni dopo aver staccato la spina.

Quando hai ricominciato a lavorare? Ti è stato chiesto di farlo o ti sei offerto volontario? 

Già dall’estate, quando sembrava che l’emergenza stesse finendo, ho pensato di mettere a disposizione l’esperienza  acquisita in 40 anni di attività come medico di sanità pubblica . Venni a Foligno da Roma nel 1974 insieme ad Andrea Alesini, Guido Guarnieri ed Anna Maria Paci, con i quali cominciai un percorso di sanità pubblica. Pur lavorando a Narni-Amelia e poi a Terni, durante questi anni ho sempre vissuto a Foligno. Sono andato in pensione nel 2009, anche presto in realtà avendo allora 60 anni. Ed ora sono do nuovo al lavoro: il bando di reclutamento di personale sanitario da parte della Protezione Civile è partito ad ottobre, nel giro di una settimana si sono concluse le operazioni di reclutamento e sono stato indirizzato in un primo momento alla sanità regionale , e poi all’ASL n.2, ossia i territori di Foligno, Spoleto, Terni, Orvieto, Narni ed Amelia. La prima destinazione indicatami è stato l’ospedale Covid di Spoleto però, non essendo vaccinato e non essendomi mai occupato di reparti, ho fatto presente che sarebbe stata meglio un impegno nella sanità pubblica. Così dal 1 dicembre sono a Terni, nel dipartimento di prevenzione, dove avevo lavorato per 30 anni. La mia attività non è di volontariato, queste assunzioni sono partite da una manifestazione di interesse delle persone coinvolte, ma dopo è seguito un contratto. Purtroppo la situazione dei contratti è variegata, ha creato disparità tra lavoratori che hanno la stessa mansione: non solo medici, ma anche infermieri. Dopo la prima fase, in cui mi sono occupato del tracciamento dei contatti, a fine gennaio col prolungamento del contratto sono stato destinato all’ambulatorio vaccinale, dove svolgo tutt’ora la mia attività. 

In che cosa consiste ?

Fondamentalmente mi occupo della vaccinazione insieme ad altri colleghi medici (due sempre da Foligno), tra cui professionisti che hanno lavorato qui e, ormai in pensione, hanno chiesto di essere impiegati nuovamente. Le vaccinazioni sono partite il 15  febbraio e proseguono per tutta la settimana, compresa la domenica. I problemi legati ad AstraZeneca ci hanno rallentato, ma la vaccinazione prosegue: oggi abbiamo fatto addirittura 400 vaccinazioni di personale over80, tutti vaccinati Pfizer. Con l’AstraZeneca invece abbiamo cominciato col personale scolastico e le forze dell’ordine; ora lo stop pone problemi per chi ha fatto la prima dose, ma nei prossimi giorni si troverà una soluzione. 

Si sente, a questo proposito, parlare di sprechi…

Siamo riusciti a non sprecare nessuna dose, richiamando anche le persone che non avevano aderito alla prenotazione, che però avviene a livello regionale; noi ogni mattina abbiamo un calendario con i vaccini da inoculare: Pfizer per la prima parte della settimana ed AstraZeneca per gli ultimi giorni, anche se da domenica scorsa abbiamo sospeso le vaccinazioni di quest’ultimo vaccino. 

Cosa significa vivere l’esperienza pandemica quasi in prima linea e per quanto tempo hai intenzione di continuare?

Questo mio ritorno al lavoro, nello stesso posto che ho lasciato quando sono andato in pensione, l’ho fatto da semplice medico, e non da dirigente del servizio di prevenzione come ero allora, quindi in un certo senso sono tornato ulteriormente indietro nel tempo, e la cosa  mi ha dato anche soddisfazione. Anche la modalità con cui mi reco a lavoro è quella di un tempo: prendo il treno ogni mattina, ancora incontro pendolari conosciuti durante i miei viaggi. Uno di questi giorni  addirittura mi sono sentito chiamare e non capivo chi si celasse dietro la maschera: era un ergastolano in permesso per raggiungere i familiari. L’avevo conosciuto durante il volontariato in carcere, ed è stato per me motivo di soddisfazione. Anche durante le vaccinazioni cerco di mettere qualcosa di personale, un po’di umanità: non è una catena di montaggio, quando vedono un camice le persone si tranquillizzano; è sempre stata una bella sensazione e lo è tutt’ora. Ora arriverà il momento più duro perché dovremo fare più vaccinazioni, e cambieremo anche location: più di così non si riesce a fare dove siamo ora. Inoltre va risolto il problema del personale: questo non è un posto dove si sta tranquilli, si deve stare sempre attenti alle fiale, alla somministrazione, alla cura delle persone che vengono; qualche infermiere si è reso conto che è un lavoro delicato, che non consente di sostenere troppi straordinari.  In ogni caso si sta rivelando una bella esperienza,  prima la mattina avevo anche difficoltà a svegliarmi, ora invece mi sveglio sempre presto e alle 6:30 sono sul treno. Fisicamente mi sento meglio di prima, e mi è servito a mettermi in gioco anche dal punto di vista mentale. Anche gli altri colleghi che vengono dalla pensione hanno trovato soddisfazione. Il medico di sanità pubblica non va mai in pensione, io ho avuto la fortuna di essere in salute, e quindi di poter svolgere questa attività.E mi viene da pensare al mio amico Andrea Alesini, ricordato nell’ambito di questa campagna vaccinale poiché le vaccinazioni vengono fatte nella sala a lui intitolata (a Roma ad Alesini è intitolato addirittura il CTO). Io sono un uomo fortunato perché sono ancora in vita e posso portare a Terni questa testimonianza di professione di sanità pubblica . 

Finché è possibile continuerò a farlo.

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