Cultura

A Cannara, ragionando sulla riapertura

Intervista ad Alessandro Sesti, direttore artistico di Strabismi Festival, e Marco Andreoli, direttore del teatro Ettore Thesorieri di Cannara.

#CULTURA #TEATRO
Di Marco Del Gatto
In foto: uno spettacolo al teatro Thesorieri di Cannara


L’ultimo DPCM lascia intravvedere la possibilità di una riapertura degli spazi teatrali a partire dalla fine del mese di marzo per le regioni in zona gialla, ma come può un teatro mettere in piedi un programma in così poco tempo e a questo punto di una stagione teatrale mai iniziata? E come può un attore organizzare un’eventuale tournée con la consapevolezza che da un giorno all’altro l’evoluzione dei colori delle regioni può impedirla o comunque fortemente limitarla? Inoltre le misure sanitarie che entrerebbero in vigore qualora si dovesse riaprire oggi rendono pressoché impossibile una sussistenza economica a lungo termine per i lavoratori del settore. In un’atmosfera così instabile come si muovono i diretti interessati? Organizzare o anche solo ipotizzare piani di lavoro in un clima così volubile diventa difficile se non addirittura azzardato. Alessandro Sesti, direttore artistico di Strabismi Festival, e Marco Andreoli, direttore del teatro Ettore Thesorieri di Cannara, rispondono a tutti questi punti interrogativi portando la loro esperienza presente, i loro progetti prossimi e la loro opinione su di un mondo la cui gestione presentava importanti difficoltà già prima dello stato pandemico, difficoltà che nell’attuale stato emergenziale non hanno fatto altro che venire a galla al punto da non essere più trascurabili.

Cosa stai facendo attualmente? Le attività che stai portando avanti ora sono fini a loro stesse o sono finalizzate ad un proseguimento in presenza?

Alessandro Sesti: Come collettivo stiamo lavorando al festival Strabismi, siamo orientati a prepararlo per settembre. Il lavoro principale a cui sto lavorando ora si chiama Eclissi ed è una performance sull’Alzheimer, è particolare perché ideata durante la quarantena, per cui ho cercato di immaginare come poter realizzare uno spettacolo anche se dovessero essere ancora vigenti le norme di distanziamento. Siccome ho una forte repulsione per il concetto di teatro digitale, essendo un ossimoro a mio avviso, ho ideato questo tipo di performance, nella quale ho coinvolto Nicola Frattegiani, in arte Fumo, e Debora Contini, musicista eccezionale nonché mia compagna. La performance è pensata per uno spettatore alla volta, in cuffia all’interno di una porzione della città, anche semplicemente una via, che ospita lo spettacolo. La persona viene messa lì ed in cuffia ascolta il flusso di pensieri di un malato di Alzheimer mentre intorno a lui accadono cose orchestrate appositamente. Allo stesso tempo però la vita quotidiana della città va avanti, lo spettatore vivrà uno scollamento tra ciò che è stato preparato per lui e ciò che non lo è, inizierà a domandarsi come e da chi il malato debba aspettarsi qualcosa e da chi invece no: un po’ come i malati si chiedono chi dovrebbero conoscere e chi no. Si parte dalla domanda “come si sente un malato di Alzheimer?”, questa è la cosa che più mi preme: tento di spostare il sentimento dalla compassione alla comprensione. L’altro progetto che sto portando avanti, non come autore, insieme alla compagnia LeviedelFool, è il progetto Anima! – cinque paesaggi: un viaggio all’interno dell’anima. Dovremmo debuttare verso ottobre. Ho anche altri due progetti che però non posso menzionare poiché stanno partecipando al premio Scenario e non se ne può parlare finché il premio è in corso; però posso dire che uno vede la collaborazione con Silvio Impegnoso e Ludovico Rohl, l’altro invece  con due musicisti e Giacomo Sette, drammaturgo romano.

La precarietà indotta dalla pandemia e la sua continua evoluzione in meglio o in peggio non permettono una programmazione a lungo termine; come sta influendo ciò nei lavori che stai seguendo?

Alessandro Sesti: Noi stiamo programmando come se tutte le restrizioni dopo l’estate dovessero rientrare, stiamo immaginando una situazione almeno come quella dello scorso anno: ingressi contingentati al 50% e tutta una serie di misure che né più e né meno sono quelle che hanno caratterizzato l’ultimo Festival Strabismi. Se invece le restrizioni dovessero rimanere quelle paventate ultimamente, con gli ingressi ridotti al 25%, ecc.ecc… non solo non voglio pianificare il festival, ma ritengo che chi dovesse pianificarlo butterebbe via soldi e non tratterebbe il nostro come un lavoro:  perché io non credo che un operaio vada otto ore in fabbrica per poi lasciare 100 euro al proprietario a fine giornata. La stessa cosa vale per noi, organizziamo un festival e quanto meno vorrei non rimetterci soldi. Puoi inventarti quello che vuoi, ma con un teatro come il nostro che da 220 posti passa ad una cinquantina, come fai a rientrare nelle spese ? E’ ancora più folle immaginare ora un’apertura, come fai a programmare qualcosa se ogni quindici giorni cambia il livello di pericolo e quindi il colore della regione? Facciamo che per assurdo siamo tanto bravi da creare un evento in quindici giorni: se poi la regione cambia colore, io mi ritrovo ad aver buttato via quindici giorni della mia vita. Ma ai piani alti della governance attuale non c’è la benché minima idea di come funzioni il nostro lavoro, e ciò è sempre più avvilente. Non è stato altro che uno slogan politico, un modo per poter dire che riapri, ma le cose non si fanno così; non basta riaprire, è necessario ideare e ragionare un piano di riapertura.

Come è nata l’iniziativa “Facciamo luce sul teatro” e qual era il suo scopo?

Alessandro Sesti: E’ stato fatto anche al Thesorieri di Cannara, noi come Festival Strabismi ovviamente non avevamo alcuno spazio da aprire. Io sono in generale molto scettico su queste manifestazioni estemporanee, alla fine mi chiedo sempre a che serva, a che serve “facciamo luce sul teatro” se poi nessuno sa come funziona il nostro lavoro? Sicuramente è stato utile appunto per fare luce, per richiamare l’attenzione sul sistema teatro, ma l’attenzione non va portata sul fatto che i teatri sono chiusi, ma su un sistema che è completamente in cortocircuito già da anni. Il Covid non ha fatto altro che scoperchiare un sistema che era già così, un comparto lavorativo senza alcun tipo di tutela,  una grande confusione tra professionisti ed amatoriali, che si confondono tra di loro perché spesso i primi si svendono attraverso paghe forfettarie. Da questo punto di vista il Covid ha offerto una grande occasione per regolamentare questi aspetti: molti lavoratori hanno iniziato a far rispettare i propri diritti, basti pensare che un’attrice donna, a meno che non sia scritturata per un certo periodo, non ha alcuna tutela per la gravidanza. Il problema non è che siamo chiusi, ora come ora sono il primo a dire che è giusto che si resti chiusi, perché li possiamo anche aprire, ma tanto la gente avrebbe paura, ed io il teatro lo faccio per il pubblico, non lo faccio per poter dire che lo faccio.

Come è nata l’iniziativa “Facciamo luce sul teatro” e qual era il suo scopo?

Marco Andreoli: Noi abbiamo aderito all’iniziativa organizzata dall’associazione italiana UNITA, e d’accordo con altri teatri abbiamo comunicato la nostra modalità: la richiesta era quella di invitare il pubblico che solitamente frequenta il teatro a venire a lasciare un pensiero o una firma da noi, ma siccome ci trovavamo ancora in zona rossa abbiamo aderito online, volevamo lanciare un segnale ma non creare disagio. Quel giorno abbiamo acceso le luci del teatro e dell’auditorium San Sebastiano, il nuovo spazio che abbiamo in gestione, e la diretta è andata dal teatro: c’ero io sul palco che stavo preparando un allestimento, si vedeva ciò che normalmente avviene durante la settimana in teatro. La risposta è stata positiva, c’è stato molto seguito; ci è venuto a trovare anche Stefano Romagnoli, che ha fatto il “tedoforo”: ha preparato un gadget e l’ha portato nei teatri umbri come simbolo dello spettatore professionista che sostiene il teatro. L’iniziativa in parte ha funzionato perché si è un po’ più parlato di teatro, ma le autorità hanno immaginato una riapertura a partire dal 27 marzo con restrizioni che non portano da nessuna parte, tant’è che già stanno facendo marcia indietro. C’è poco realismo da parte delle istituzioni su ciò che realmente accade dentro un teatro.

In foto: il teatro Thesorieri di Cannara

Una riapertura così improvvisa come può permettere l’organizzazione di un programma? Soprattutto considerando il fatto che come improvvisamente si può riaprire il teatro in base alla variazione del colore della regione, altrettanto improvvisamente si può richiudere qualora dovesse peggiorare.

Marco Andreoli: Non solo, il problema è la capienza ridotta al 25%: teatri come il nostro hanno solo una cinquantina di persone, teatri come ZUT addirittura 25, e con questi numeri ha poco senso riaprire. Rispetto ad ottobre hanno poi dato un’ulteriore stretta, l’obbligatorietà delle mascherine FFP2 sia per il personale  sia per il pubblico, quindi non sono più accettate le mascherine di comunità. Ciò significa che dovresti anche avere una scorta di mascherine da fornire al pubblico qualora arrivi con le mascherine di stoffa. C’è anche l’indicazione  dei biglietti su prenotazione coi nominativi, ma noi già lo facevamo ad ottobre. Ciò che peggiora ulteriormente il tutto è il discorso tamponi: le produzioni che ripartono devono fare un tampone a tutta la compagnia, comprese le maestranze, 48h prima di iniziare, e in caso di prove durante la settimana sono richiesti tamponi ogni 72h, il che vuol dire ad esempio nel caso del festival Strabismi un costo enorme: i dipendenti del teatro sono in dieci, in più passeranno compagnie composte mediamente da tre persone, tutti i giorni per dieci giorni, quindi trenta artisti più dieci di noi che devono fare quattro tamponi: in tutto 160 tamponi x 80€, ci vuole un finanziamento solo per fare i tamponi. A meno che tu non sia una grossa produzione, tipo uno Stabile, che comunque avrebbe difficoltà, è un costo proibitivo. La programmazione è un altro problema: è improponibile immaginare di riaprire il 27 quando la decisione ultima sarà il 20, anche perché,  al di là del teatro che programma la stagione, una compagnia che programma una tournée in base a cosa la programma? In base alle zone delle regioni? Se in quella settimana il teatro diventa zona rossa, che faccio? E’ improponibile. I festival Strabismi stavamo ragionando di farlo a settembre, però con tutti i punti interrogativi del caso, forse più dello scorso anno, perché l’anno scorso si era consapevoli delle restrizioni ma si poteva comunque contare sui ristori. Adesso invece i ristori sono fermi da novembre, non si vede nemmeno un supporto anche solo di sussistenza, ed in più le regole cambiano ogni cinque giorni: è veramente frustrante. Da parte delle istituzioni inoltre non c’è ascolto, la stessa Regione Umbria  da ottobre non mette in piedi un tavolo di ascolto col mondo dello spettacolo: sembra che per alcune parti della società questo mondo lavorativo non esista .

La precarietà del momento non permette programmazioni troppo in là e lo stesso festival Strabismi si sta organizzando come se si dovessero confermare per quel periodo le misure dello scorso anno. La logica è la stessa per tutte le attività? Quanto sta influendo questa precarietà?

Marco Andreoli: Tanto, perché da una parte in questo anno abbiamo potuto approfondire cose che altrimenti avrebbero richiesto anni e anni per acquisirle, però d’altra parte la mancanza del lavoro inizia a pesare, e programmare per settembre è una mezza follia: tutti programmano su settembre/ottobre, noi ci siamo fermati ad immaginare fino a dicembre. Non abbiamo immaginato oltre soprattutto perché il Comune è riuscito a vincere un bando regionale (anche palazzo Trinci a Foligno è  tra i venti vincitori regionali) che prevede la riqualificazione post Covid del teatro, perciò ci saranno ristrutturazioni, cambieranno le poltroncine, ci sarà materiale per rendere il teatro anche un centro di produzione video, cambieranno riscaldamento e aria condizionata per garantire il ricircolo dell’aria. . Quindi è meglio far partire i lavori da gennaio 2022, perché in questi ultimi anni il periodo gennaio-aprile è stato il meno proficuo, perciò a settembre ci sarà il festival , poi una prima parte di stagione e poi i lavori. Bene che vada avremo il teatro per maggio/giugno 2022, pronto per il festival 2022.

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