Cultura Storia e Memoria

Da Ferdinando a Gino

Quinta puntata del reportage di Fabio Bettoni: i congressi locali dei due partiti reduci dalla scissione, il passaggio di consegne, nella carica di Sindaco, tra Ferdinando Innamorati e Gino Lodovichetti, un’imprevista traccia di Foligno in un caffè della Capitale. Impegnato a Roma per ragioni di studio, il nostro corrispondente ha inviato ad uno dei redattori di Sedicigiugno una corrispondenza in forma di lettera, che riproduciamo per intero.

#CULTURA #STORIAEMEMORIA
A cura di Fabio Bettoni

(In foto: la porta consolare di Spello)


Quinta puntata del reportage di Fabio Bettoni: i congressi locali dei due partiti reduci dalla scissione, il passaggio di consegne, nella carica di Sindaco, tra Ferdinando Innamorati e Gino Lodovichetti, un’imprevista traccia di Foligno in un caffè della Capitale. Impegnato a Roma per ragioni di studio, il nostro corrispondente ha inviato ad uno dei redattori di Sedicigiugno una corrispondenza in forma di lettera, che riproduciamo per intero.

Roma, 7 marzo 1921

Caro Fausto,

ti scrivo dalla Biblioteca della Camera dei Deputati ove sto lavorando sui documenti che mi abbisognano per scrivere una monografia sugli usi civici e i demanî collettivi in vigore da tempi immemorabili nello Stato già pontificio; ricerca commissionatami come sai dalla Federterra nazionale. L’immensa mole di materiali accumulata dalle Commissioni Rava, Quarta e Cocco Ortu, tra la fine del secolo scorso e il 1910, rende il lavoro agevole per un verso, assai complesso per un altro, capisci bene cosa io intenda dire: più è vasto il campo arabile, più difficoltoso si rende arrivare ad una sintesi. 

Ti scrivo una lettera per il vostro mensile e non un “pezzo” perché ho da farti un resoconto con qualche “si dice” e qualche “pare che” di troppo: deciderai tu se pubblicare il testo così come ti arriverà, attraverso il nostro comune amico e compagno ***, o se, invece, dargli una forma più formalmente giornalistica.

     Prendo le mosse da ciò che è accaduto ieri, domenica 6 marzo, in quel di Spello. Lì s’è svolto il Congresso regionale del “nuovo” PSI; dico “nuovo” giacché, nonostante le proclamazioni comunistiche dei “centrici” di Serrati e Lazzari, la maggioranza cioè del Partito, non essendoci più la frazione comunista internazionalista si tratta di un organismo politico diverso da quello che era stato fino al 21 gennaio prossimo passato. Ieri mattina, la Porta Consolare era tutta festonata con bandierine rosse di carta e con un arco (un tempo si sarebbe detto “trionfale”) di fronde arboree. Subito al di là della porta, al Borgo cioè, stazionava la Fanfara di Cantalupo che a intervalli studiati “fanfarava” di gusto. A mano a mano che i delegati, ne ho contati un centinaio in base a contrassegni ben visibili, affluivano, tra calorose strette di mano qualche pacca sulle spalle e qualche abbraccio, venivano messi in formazione da un energico Renato Tega, il maestro di Spello per antonomasia, un vero capo-popolo (comunista della primissima ora, forse è rimasto nel PSI per non dover ripudiare il proprio massonismo). Una volta inquadrati, s’inviarono lungo la stradona interna (destando non poca curiosità tra gli Spellani, ben avvisati del convegno da un gigantesco manifesto rosso affisso in più luoghi) verso la piazza del Municipio; lì comiziò Tega e altri due compagni a me sconosciuti, poi, tra clamorosi segni di allegria si passò alla bicchierata festosa, quindi al pasto comune. Il Congresso iniziò nel primo pomeriggio e si concluse intorno alle 9 della sera. Ma io ero già sulla via di Roma. Su che cosa si siano detti non saprei riferire; né conosco documenti; il convegno, peraltro, si tenne a porte chiuse. 

(Il teatro Caio Melisso)

     Il delegato di Foligno era Alfredo Saloni (professore di Lettere alla Scuola Tecnica, non al Ginnasio come scrissi in una precedente corrispondenza), al quale mi aggregai. Giovane (è del ’92), è originario di Barletta, ed è approdato nell’Italia centrale quando era ancora studente universitario. Come ti è ben noto, appena egli ha lasciato la direzione di “Guardia Rossa” a causa del Congresso livornese, l’organo del Socialismo folignate s’è spento. Assai cordiale (l’ho constatato di già nei giorni di Livorno), non è però espansivo, non m’ha raccontato molto di sé. So che nel 1914 è stato candidato per il PSI al Consiglio comunale di Siena; che appena ventenne, nel 1912, aveva tenuto a Montalcino una celebrata conferenza su Antonio Fogazzaro (me ne ha regalata una copia a stampa che ho letto la scorsa notte alla fioca luce del treno; letterariamente assai fine, ma tutt’altro che marxistica); pare sia stato interventista, poi, salvata la pelle e schifata la guerra (non solo la Grande), imboccò (pare tra il ’18 e il ’19) la retta via internazionalista e antimilitarista. Sembra che l’editore Paravia di Torino gli abbia affidato la compilazione di un’opera antologica sulla Pedagogia Generale di Herbart, il che presupporrebbe in Saloni un’adeguata conoscenza sia del pensiero dell’Autore, sia della lingua teutonica. Chi vivrà vedrà. Comunque qualche merito ce l’ha se, dopo Fiore (Ferdinando Innamorati), Tito e Chicchino, l’Alfredo è il quarto “cattivone” nella famigerata lista sui social-comunisti amabilmente stilata dalla Clerical Gazzetta.   

     Reticente su di sé, l’Alfredo è stato curiosissimo di sapere che cosa avessero combinato i comunisti a Spoleto il 13 febbraio prossimo passato, quando celebrarono il loro primo Convegno regionale. In effetti, nonostante i miei ottimi rapporti con Tito e Chicchino; benché abbia fatto una capatina nei teatrali paraggi del Caio Melisso per saggiare il “clima” bolscevico, che cosa sia accaduto nel Teatro non lo so. Anche lì a porte chiuse; poi abbottonatissimi. Almeno con me. So quello che sanno tutti, magari per averlo visto direttamente, ovvero che il consesso fu presieduto da Luigi Polano, sardo, giovanissimo (è del ’97), contabile di professione, bordighiano di ferro, segretario dei Giovani Comunisti (come lo era stato dei Socialisti), membro della Direzione. Compassati per lo più, austeramente bolscevichi: questo mi sono sembrati i convenuti.

I social-comunisti folignati dell’un campo e dell’altro erano reduci da un momento particolarmente caldo e vibrante di passione: un’infuocata assemblea della Sezione nei primi giorni di febbraio; e ne avrebbero vissuto un altro l’indomani del Melisso, ovvero il 14 dello stesso mese, durante la seduta del Consiglio Comunale. Sulla riunione sezionale: non ero in Foligno, come non vi stavi tu a quel che mi risulta, e dunque procedo sul “si dice”. Sembra che l’evento riuscì violentissimo. Una volta riuniti, Tito prende il comando a nome dell’Internazionale Comunista. Di per sé la cosa non dovrebbe turbare alcuno, giacché tutti si dichiarano per l’Internazionale. Ma c’è un “ma” grosso come la corazzata Potëmkin. Vengono a galla tutti i nodi irrisolti tra Ferdinando e Tito, si palesa l’esito finale di una lotta anche personale che rimonta ad anni lontani. Alla fine, i “centrici” serratiani se ne vanno. V’è un’accusa infamante da parte loro al “canonico” Marziali: ha sempre trescato con la borghesia, dicono; è amico dei passati sindaci radicali Abbiati e Maneschi i quali lo hanno prebendato con l’Ufficio comunale del Lavoro: un “canonicato” più dovizioso di tutti i canonicati (cattedrale, San Salvatore e Fraporta) messi insieme. Questo è il succo, stando ai “si dice”. Te lo do come mi è stato somministrato.

(Una foto d’epoca di Luigi Polano)

     E vengo al 14 febbraio. La Sala del Consiglio Comunale è gremita, manchi soltanto tu per i motivi giustificatissimi che sappiamo; ma non c’è quell’atmosfera cui si assisté il 31 ottobre scorso. Interviene Francesco Innamorati il quale, nel rassegnare al Consiglio le dimissioni sue e degli assessori che nel frattempo hanno aderito al Partito Comunista d’Italia, afferma doversene ricercare le motivazioni nel Congresso di Livorno. “Fummo ieri uniti – dice il Nostro – e se oggi esiste una divisione teoretica (così, l’ho sottolineato nel mio appunto stenografico) essa non potrà in alcun modo danneggiare la classe lavoratrice perché rimane in noi il desiderio ed il proposito di cooperazione comune per il bene del proletariato”. Il Consiglio prende atto delle dimissioni con 17 voti a favore e 8 astensioni. Si alza Ferdinando Innamorati appena decaduto. Parla anche a nome dei compagni “che (riprendo dal mio stenografico) non hanno sentito la necessità di strappare alcuna pagina dal libro d’oro del Partito Socialista”. L’uscente sindaco afferma che “nessuna divisione nemmeno teoretica esiste perché comunisti sono gli scissionisti, come comunisti sono anche i socialisti”. In effetti, almeno per il momento, nessuno dei socialisti folignati del dopo Livorno aderisce al Turatismo. Ed aggiunge: “Se noi avemmo un’ambizione fu solo quella di servire il Partito Socialista. Oggi come ieri resteremo sempre fedeli al nostro programma; passeremo sopra alle nostre tendenze ed in un abbraccio di fratellanza e di fede inalterata combatteremo uniti per il nostro ideale socialista”. A questo punto, un applauso prolungato e caloroso sembra sciogliere la tensione che aleggia nell’Aula. Poi, Ferdinando prosegue: “Quindi affermo che nessuna divisione di metodo deve esistere per quanto possa solamente ammettersi vi sia divisione di tattica. Ciò peraltro non deve andare a danno del Partito Socialista. Né deve dividerci e diminuirci il fatto che i comunisti hanno creduto uscire dal vecchio partito: perché sarebbe triste ed inconcepibile vedere che mentre le classi dominanti dal clericale al democratico, dal fascista al nazionalista si uniscono per combatterci, noi dessimo il vergognoso spettacolo di dividerci. Sarebbe la prova più deplorevole della cattiveria umana. Noi dunque voteremo il nome del nuovo sindaco, e ad esso portiamo il saluto delle armi, perché noi combatteremo per la nostra fede pura, perché in noi vibra solo il sentimento di onestà politica”. Ancora, prolungati, caldi applausi. Del resto, è convinzione comune che il proletariato folignate si senta particolarmente legato a Ferdinando, anche quando parla “ore rotundo”: si sa, un po’ di sana retorica non nuoce. Proposto e presentato da Francesco Innamorati, viene eletto sindaco Gino Lodovichetti, ferroviere anconetano (è dell’83). Hanno votato a favore Ferdinando e altri due consiglieri (dei sei) rimasti socialisti, ovvero Teotecno Ambrogioni imbianchino e Agostino Michelangeli agente postelegrafonico, già assessori. Sono subentrati nelle cariche assessorili i comunisti Antonio Pioli, macchinista ferroviario, e Romolo Capoccia, operaio nelle Grandi Officine. 

     Infine, due noterelle. Ricorderai che conclusi la mia corrispondenza del 24 gennaio definendo “ragazzate” i fermenti antifelicianei dei Reduci Proletari: sbagliai, giacché avevano una buonissima ragione (oltre a quella tradizionale dell’anticlericalismo) per volersi dare allo scontro: s’era sparsa la voce che intorno all’argenteo “feticcio” (la definizione è di Saloni, ma a Martin Luther non sarebbe dispiaciuta) un nutrito stuolo di poliziotti s’era travestito da frate! La seconda noterella riguarda una curiosità gastronomica. Anche stamane, come faccio di solito qui a Roma, sono andato al “Caffè e Latte” di piazza Sant’Eustachio dove t’intazzano un bollente latte dell’Agro Romano, grasso e pastoso, e ti sfornano i “lieviti” (“croissant”, per i sofisticati) più fragranti della Capitale: nel locale, ho trovato foglietti volanti a reclamizzare le Marmellate prodotte dal nostro Zuccherificio.

(Un testo autografo di Gino Ludovichetti)

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