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Mettersi in scia non è la strada giusta

Partendo dall'analisi della manifestazione "Non ti pago" tenutasi in Piazza della Repubblica lo scorso 17 aprile, Elisabetta Piccolotti tira le somme delle politiche culturali della nuova Amministrazione e, più in generale, dell'ultimo decennio in città e si sofferma in particolare su tre problemi che sottolineano la mancanza dell'originalità dell'offerta culturale cittadina, tre problemi da affrontare "prima che sia troppo tardi".

#CULTURA #SPETTACOLO #LACORTEDEIMIRACOLI #POLITICA #ISTITUZIONI
Di Elisabetta Piccolotti

(In foto: la protesta “Non ti pago” dei lavoratori dello spettacolo in Piazza della Repubblica del 17 aprile)



Bisognerebbe dire grazie a chi a ha scritto il  bando per ‘L’Estate al Trinci’, non certo per l’imbarazzante logica che lo ha ispirato, ma perché ha finalmente scatenato un dibattito, una reazione, un guizzo di vita in una città comprensibilmente anestetizzata dalla pandemia, disorientata e persa di fronte al compito di produrre una discussione alta sul futuro a tinte fosche che rischia di trovarci impreparati.
A quasi due anni dall’insediamento della nuova Amministrazione di centrodestra, per le politiche culturali il bilancio è più magro del previsto e del comprensibile, anche considerata l’eccezionalità della pandemia. Tre in particolare sono i problemi che vanno sollevati  in questo inizio di primavera, prima cioè che sia troppo tardi per salvare la stagione 2021 e incrociare il risveglio che speriamo in qualche modo attraversi il paese.  

Il primo è già emerso grazie alla manifestazione ‘Non ti pago’: la produzione creativa e culturale è un lavoro, e ha un costo che impatta sui diritti delle persone e sulla loro prospettiva di vita.  Dispiace doverlo riaffermare anche in termini generali, ma sorprende ancora di più che sia dimenticato nel contesto della pandemia. Se infatti molte volte abbiamo sentito dire che il virus è ‘democratico’, che ci rende tutti uguali di fronte al pericolo della malattia e della morte, troppo raramente però è stato sottolineato che le politiche di protezione dal virus non hanno la stessa caratteristica: i loro effetti non sono ‘uguali per tutti e tutte’: tutti siamo stati chiamati a fare sacrifici, ma alcuni hanno dovuto essere più generosi, hanno pagato di più e in modo più radicale. È il caso di coloro il cui reddito dipendeva dai consumi legati alle nostre relazioni sociali: i ristoratori e il settore del turismo, che sono divenuti quasi un simbolo di questo sacrificio, i commercianti, il grande arcipelago dello sport, ma anche il  mondo della cultura, troppo spesso dimenticato, e con maggiore intensità quello dello spettacolo dal vivo: dal teatro alla musica alla danza.
Di questa disparità nel sacrificio dovrebbe essere consapevole ogni politica della ripartenza: qualcuno in questo lungo anno ha dovuto rinunciare quasi interamente al suo reddito e al suo lavoro, ai suoi progetti e alle ambizioni di crescita, qualcun’altro no, e altri ancora, al contrario, hanno visto aumentare vertiginosamente il proprio fatturato- come il settore del delivery e quello delle vendite online. Per questo ora servono politiche capaci di una disparità positiva e di una logica risarcitoria: chi ha rallentato deve ‘ripartire’, ma chi si è completamente fermato deve ‘ricostruire’. Come dopo una guerra o, per parlare di esperienze che i folignati conoscono bene, come come dopo un terremoto.
Se l’Amministrazione comunale di Foligno è stata investita dallo sdegno e dalle proteste subito dopo la pubblicazione del bando per ‘L’Estate al Trinci’ è proprio perché esso è il segno tangibile del fatto che  questa consapevolezza non c’è. La  la pronta reazione sui social network e nella piazza ci dice che il rassegnato cinismo non ha sfondato: molti folignati hanno capito che il rischio è che la pandemia venga usata per fare tabula rasa del cuore pulsante della vita creativa cittadina. Non è chiaro infatti perché l’Assessorato alla Cultura si sia ridotto a pubblicare un bando a costo zero, o meglio a pubblicare soltanto quello. Possibile che nulla sia rimasto nel Bilancio del Comune dei fondi non utilizzati del 2020 per le attività culturali e che nulla sia stato programmato per il 2021?
La nebbia che avvolge la risposta a questa domanda fa pensare che  la questione non riguardi solo le risorse a disposizione, ma più in generale la visione con cui si governa l’intera città.



Il cuore del secondo problema infatti è la qualità dell’offerta culturale che si mette a disposizione dei folignati. 
Sono certa che nessuna voce si sarebbe levata contro l’Amministrazione Comunale se accanto ad un bando evidentemente pensato per dare un palcoscenico gratuito al volontariato sociale e culturale, com’è giusto nel contesto di politiche più ampie e complesse, ci fosse stato anche un bando per il finanziamento dei grandi eventi e di quelli innovativi.  Ma è già Aprile, questo bando non c’è e non c’è nemmeno alcuna rassicurazione sulla sua futura pubblicazione. Ci si accontenta – questo ci dicono le scelte di questi mesi – di qualche attività amatoriale, delle energie generose degli appassionati, dell’impegno serale di chi al mattino fa un altro lavoro, come se musica, letteratura, teatro, danza, arte  fossero  un passatempo come un altro con cui superare la noia del tempo libero in eccesso.
Brutta storia, perché invece la cultura è l’anima dello sviluppo di una coscienza civile, il suo ruolo è creare , per usare le parole di Tomaso Montanari, quelle “comunità vive della conoscenza” senza le quali viene meno ogni idea di progresso e ogni percorso di innovazione. Potrebbe bastare alla polemica dire che si tratta di una visione provinciale e arretrata, ma in realtà ciò che più preoccupa, ben al di là della polemica, è che Foligno finirà per pagare non solo con il provincialismo culturale, ma anche con danni importanti allo sviluppo economico e con l’impoverimento di alcuni tra i giacimenti immateriali più importanti nel sistema contemporaneo della produzione di valore.



Veniamo quindi al terzo problema: qual è l’identità e il ruolo che Foligno immagina per se stessa nel sistema di relazioni e significati che anima il marketing territoriale dell’Umbria e dell’Italia centrale? La domanda non è di poco conto, perché a guardare gli investimenti fin qui annunciati dall’Assessore Decio Barili viene il legittimo dubbio che la strategia sia quella della ‘rincorsa’, o meglio si potrebbe dire quella del  ‘mettersi in scia’. Usare San Francesco per mettersi in scia con Assisi, usare la stampa della Divina Commedia per mettersi in scia con la Toscana, usare il Giro d’Italia per mettersi in scia nel lungo piano sequenza con cui si raccontano i borghi e i paesaggi d’Italia, usare la Quintana per stare nel gruppone di testa delle rievocazioni storiche.
Ho sempre pensato, anche quando con forza essa mi veniva proposta nelle passate Amministrazioni di centro-sinistra, che questa strategia – se non accompagnata da altri fondamentali investimenti – sia destinata a produrre un indebolimento del ruolo di Foligno nel sistema regionale e qualche grave fallimento. Non solo perché si tratta di una strategia della subalternità (mettersi in scia significa rinunciare ad un ruolo guida e quindi accontentarsi delle briciole che restano dopo che altre città hanno fatto il pieno) ma anche perché la storia dell’Umbria dimostra che il successo si raggiunge con un originale connubio tra la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e una proposta culturale contemporanea e d’avanguardia.  Potremmo fare l’esempio della fortuna costruita da Perugia intorno ad Umbria Jazz e più recentemente al Festival del Giornalismo, o di Spoleto la cui notorietà non è legata soltanto al suo magnifico patrimonio di monumenti ma anche alla storia straordinaria del suo Festival.
La domanda da fare all’Amministrazione comunale è quindi molto semplice: si intende mandare alle ortiche lo sforzo compiuto nell’ultimo quindicennio per dare vita a percorsi ed eventi dedicati all’avanguardia, alle culture giovanili, al contemporaneo a Foligno? Oppure – come sarebbe stato giusto fare anche negli anni passati se non si fosse generata ad un certo punto, anche nel centro-sinistra, una fastidiosa reazione conservatrice – si intende investire di più, produrre una crescita e ampliare le piste di ricerca in questo campo così fertile del contemporaneo?
Il progetto Vision nell’area dismessa dello zuccherificio, il jazz giovanile negli scorci barocchi, la musica elettronica tra le pietre medievali, l’arte contemporanea nelle chiese ristrutturate del ‘700, la musica popolare contemporanea nelle piazze ricostruite, il teatro d’avanguardia tra le mura di antichi edifici di culto: ci interessa ancora tutto questo? 
Ci interessa ancora lavorare per affermare con più vigore l’immagine di una Foligno vitale, frizzante, crogiolo di una vita culturale d’avanguardia e giovanile che raramente si incontra nel resto delle città medio-piccole del centro Italia? A guardare i fatti sembra proprio di no.  La sperimentazione culturale appare all’ Amministrazione un fastidioso peso. Non ci sono investimenti economici, ma più in generale c’è la tendenza, già affermatasi nel quinquennio passato, a sostituire questa ricchezza, accumulata faticosamente negli anni, con un’offerta più facile e commerciale, più banale e più scontata: un’offerta che si può trovare ovunque, che non caratterizza, che non ci rende ‘speciali e originali’ e quindi diminuisce la nostra competitività territoriale.
E’ un grave errore, per capirlo basta ricordare che il settore turistico, quello dell’enogastronomia e quello dell’economia legata alla vita notturna hanno avuto grandi vantaggi da questa identità sperimentale della città.  E se l’unica risposta a tutti questi problemi è quella di dare l’opportunità di far pagare un biglietto alla Corte di Palazzo Trinci durante l’Estate vuol dire che non si è compresa l’importanza della posta in gioco. 
Reagire, cominciando a nuotare contro la corrente, è quindi un gesto di responsabilità e non una banale polemica politica: a tutti coloro che lo stanno facendo va il nostro grazie.

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