Scuola

A proposito di sfide…

La scuola che vorrei è...

#SCUOLA #ASCUOLADIUGUAGLIANZA
Di Sabina Antonelli


Carissimi lettori e carissime lettrici di Sedicigiugno,

vi penso attenti conoscitori di questo nostro tempo, sognatori che credono ancora di poter migliorare il mondo, cittadini attivi e, soprattutto, innamorati, come me,  di quella parte di umanità che dà senso e significato alla scuola: bambini e ragazzi.  

La scoperta del mondo intorno a loro, la conoscenza di se stessi, l’affidarsi a noi adulti che dovremmo essere solido punto di riferimento e rispettosi compagni di viaggio, il loro incedere per prove e tentativi, spesso si scontra con una realtà che non aiuta e non sostiene un giusto cammino di crescita e sviluppo personale.

Oggi viviamo in una società e in un contesto storico che sempre di più avvalora soltanto i comportamenti, le emozioni e le scelte “vincenti”, in netto contrasto con la naturalezza dell’errore, l’accettazione e la comprensione degli sbagli, sia personali che altrui. La competizione serrata diventa, spesso, l’unico mezzo per raggiungere la meta, ad ogni costo, su tutti i fronti e a qualunque età ed è strettamente legata ad una meritocrazia che si realizza a discapito dei più deboli e fragili. 

La scuola ha il compito, non facile ma necessario, di rimettere le cose a posto o, quanto meno, di diffondere altri semi, che possano poi germogliare, per costruire una visione del mondo antitetica a quella che ormai impera. D’altronde, come affermava Mario Lodi, pedagogista, scrittore e Maestro, la scuola deve “mettere al centro il bambino, liberarlo da ogni paura, dare motivazione e felicità al suo lavoro, creare intorno a lui una comunità di compagni che non gli siano antagonisti, dare importanza alla sua vita e ai sentimenti più alti che dentro di lui si svilupperanno.”

Dunque bisogna partire dal basso, dalla grande statura dei nostri piccoli, dai loro saperi, da ciò che sono e sperimentano ogni giorno. Guardare il mondo attraverso i loro occhi, riconoscerli come persone e seguirli sulla strada da percorrere insieme. Quello che si impara dai bambini è un insegnamento che vale per una vita intera: loro sono “tutto” per se stessi, per chi li ama e per ciò che li circonda ma, inevitabilmente, conoscono e sperimentano ogni giorno l’essere “meno” di qualcos’altro: meno alti, meno veloci, meno grandi, meno ascoltati…. Questo “essere meno” non viene vissuto con emozioni negative ma con naturalezza e se non fossimo noi a condizionarli con i nostri paragoni, confronti e giudizi, a nessun bambino importerebbe di essere il più bello, il più bravo, il più ricco… il migliore. C’è una bella differenza tra desiderare il meglio per nostro figlio e desiderare che sia il migliore. C’è un intero mondo sottinteso, che è completamente diverso. Un modo, uno sguardo, un sentimento che nel primo caso mette al centro il bambino per ciò che è, nel secondo per ciò che noi vorremmo che fosse.

Noi grandi, come spesso accade, dovremmo imparare da loro, ridimensionando ogni nostra aspettativa,  provando a comprendere e capire quali siano, invece, i loro desideri. Potremmo far sì che le nostre vite scorrano in uno spazio fisico e mentale dove le fragilità non sono problemi, dove ci si può perdere senza mai sentirsi falliti, dove si può sbagliare, perché sbagliare è occasione di crescita e perdersi è imparare a ritrovarsi. Ci si perde in un labirinto che è spiazzamento, dedalo mutante, ricerca e incontro con il “monstrum”. 

La nostra mente, come è ovvio, ci riporta subito alla storia di Teseo e il Minotauro, creatura mostruosa, a metà tra uomo e toro, rinchiusa nel sotterraneo del palazzo di Minosse re di Cnosso. Eppure, la parola “monstrum” in latino non ha solo questo significato. È anche prodigio, portento, miracolo, evento straordinario. Entrare quindi nel labirinto per perdere “qualcosa di noi” come pregiudizi, paure, narcisismi, arroganza… e cercare “qualcosa per noi”: connessioni, fiducia, possibilità, meraviglia.

Quali sono dunque le competenze e i saperi che la scuola deve ricercare con bambini e ragazzi? Come progettare un percorso educativo permanente per tutti, dai piccoli ai grandi?  In definitiva, qual è la scuola che vorrei? Mi pongo spesso questa domanda. Forse, ogni giorno, quando progetto attività e percorsi per i miei bambini. 

Sinceramente non sopporto chi vorrebbe tornare alla scuola “dei vecchi tempi” dove si trasmettevano conoscenze e informazioni, banalizzando così il valore dell’educazione, riconducendola al solito, a volte ancora purtroppo tanto decantato, “leggere, scrivere e far di conto”, che, pur essendo assolutamente necessarie, non è più sufficiente ad affrontare la complessità del vivere.  

Non condivido nemmeno chi fa della scuola un’azienda. La scuola, lo sappiamo tutti, non deve raggiungere un profitto e non può essere appiattita sull’organizzazione efficace ed efficiente o sull’uso sempre più sostenuto delle nuove tecnologie.

La scuola è ben altro per fortuna. E allora, come sempre, “ci ragiono e canto” (definizione rubata a Dario Fo e al suo spettacolo di canzoni popolari) e vi racconto qual è la scuola che vorrei. 

Vorrei una scuola che aiuti ogni bambino a non avere paura di mettersi in gioco, in un’alternanza di equilibrio e disequilibrio, per affacciarsi sul possibile ma anche su ciò che i più ritengono irrealizzabile. Una scuola di tuffi e capriole, che ti permetta di provare l’emozione del passaggio da una dimensione ad un’altra, come chi, appunto, si tuffa nel mare. Una scuola in cui non si ha paura di cadere perché si ha la certezza che gli altri attutiranno la tua caduta e ti aiuteranno a rialzarti. Una scuola dove il decentramento sia pratica quotidiana: prova ad essere ciò che non sei, a metterti nelle scarpe degli altri, a sperimentare mille strade, mille ipotesi, mille soluzioni…prima di consolidare qualunque pensiero. 

Vorrei una scuola che sostenga la competenza dell’improvvisazione, non come un arrampicarsi sugli specchi, vuoto di significati, ma come creazione del nuovo. Saper cambiare il programma che era stato scelto, adattarsi a un contesto sorprendente e inimmaginabile, reagire positivamente all’inaspettato. Aprirsi alle novità, al non conosciuto. Queste le competenze che vorrei sostenere nei bambini. Un po’ come suonare il jazz o fare un caviardage. Vuol dire non dare mai niente per scontato e cercare ciò che è meglio per sé e per la collettività, perché solo accordando strumenti e sonorità, solo suonando insieme, si può fare un bel pezzo jazz così come solo riconoscendo il valore delle parole degli altri e quanto queste parole vibrino all’unisono con noi, che si riesce a fare un caviardage (ricerca della poesia nascosta in un testo già scritto). 

Ci vuole una profonda umiltà nel voler imparare ad improvvisare, ma anche una grande competenza perché il nuovo a volte è faticoso, stancante, spesso incompreso dai più. Vuol dire “andare controvento”, opporsi al frenetico accumulo di immagini, chiacchiericci, disvalori, imparare ad amare ciò che ancora non è accaduto o accade solo dentro ogni essere umano, sviluppando così un pensiero sapiente, non solo personale ma collettivo, accogliente nei confronti di se stessi e degli altri.

Dunque riconoscere le difficoltà proprie e altrui e dare ad esse il valore che hanno. Questo è il primo passo per andare veramente avanti. Faccio un esempio: “la diversità è una ricchezza” è una frase che, come insegnanti, ripetiamo sempre, a voce alta, con forza e convinzione. Una frase colma di significato e bellezza in cui crediamo veramente, senza alcun tentennamento o dubbio. Ma la diversità non è solo una ricchezza. È, a volte, se non spesso, anche una difficoltà che non possiamo sottovalutare. 

È qui che sta la sfida più bella, il compito che dobbiamo assolvere. Perché noi che siamo scuola non possiamo fare finta che le difficoltà non esistano. Daremmo una visione distorta ai nostri bambini. Quello che dobbiamo mostrare loro è che non ci si deve mai arrendere alla fatica e alla stanchezza del pensare, del fare e dell’essere, ma si deve cercare il modo di trasformare le difficoltà in un cammino comune, in una ricerca di incontro, anche solo un passo, ma gli uni verso gli altri. È l’Utopia. Irraggiungibile ma irrinunciabile. 

Vorrei una scuola dove il tempo sia lento, disteso, in grado di fermarsi per attendere chi è indietro e di andare avanti con un passo sostenibile da tutti. Un tempo anche confuso, dove non ci sia netta separazione tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà; dove i minuti si possano moltiplicare e le ore dividere, per darne un po’ ad ognuno così da mettersi in ascolto del suo respiro, del suo dentro, delle sue emozioni.

E infine vorrei una scuola che sia casa, perché i bambini possano sentirsi veramente protetti, compresi, accettati per quello che sono e, soprattutto, amati. La scuola come un insieme di “stanze”. Stanze educative, all’interno delle quali stare. Stare con se stessi, stare con gli altri, stare nella grande casa che è il mondo. Una scuola diffusa, nel territorio e nel cuore di ogni singolo cittadino. 

Sarà mai possibile arrivare a tutto questo? Non lo so. Quello di cui sono certa, è che sia una bellissima sfida. 

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