Cultura Storia e Memoria

In attesa del 15 maggio, chiacchierando col Sor Fiore

“Intervista impossibile” di Fabio Bettoni a Ferdinando Innamorati, per breve tempo sindaco socialista di Foligno (vedi Sedicigiugno, numeri 13 - 16) e candidato al Parlamento nelle elezioni del maggio 1921. Innamorati, che sarà di nuovo sindaco nel 1944 dopo cinque anni di confino, riferisce del clima acceso della lotta politica cittadina, sulla scia del conflitto politico e sociale che caratterizzò il “biennio rosso” italiano.

#CULTURA #STORIAEMEMORIA
Cent’anni fa, a Foligno. Dal nostro inviato nel XX secolo/7
Di Fabio Bettoni
In foto: Ferdinando Innamorati


“Intervista impossibile” di Fabio Bettoni a Ferdinando Innamorati, per breve tempo sindaco socialista di Foligno (vedi Sedicigiugno, numeri 13 – 16) e candidato al Parlamento nelle elezioni del maggio 1921. Innamorati, che sarà di nuovo sindaco nel 1944 dopo cinque anni di confino, riferisce del clima acceso della lotta politica cittadina, sulla scia del conflitto politico e sociale che caratterizzò il “biennio rosso” italiano.

Foligno, 13 maggio 1921. Ai redattori di “La Lotta Socialista” (Roma). Mi avete chiesto notizie sul “clima” sociale e politico di Foligno dopo i fatti di aprile e in vista delle Politiche del prossimo,venturo 15 maggio. Con linguaggio burocratico dirò: Nulla da segnalare. Clima sospeso. Ho incontrato il Sor Fiore, ovvero Ferdinando Innamorati candidato socialista, al Caffè-Ristorante “Tre Colonne”. L’ho trovato bene. Sente di potercela fare, diversamente da quanto sentiva nel ’19 allorché per la prima volta si candidò alla Camera elettiva. Mi sono ripromesso di fare con lui un giro d’orizzonte su alcuni avvenimenti particolari, che lo hanno visto in azione da protagonista (ma Fiore, in genere, è sempre un protagonista). Ecco il risultato della nostra chiacchierata.

FB: Raccontami i fatti del 30 maggio 1920 a Sant’Eraclio. 

FI: Rubammo la “piazza” agli Smobilitati del paese, antivenendoli; sapevamo che erano stati mobilitati, scusa il giochetto verbale, dai Combattenti di Raschi e dal parroco “arcidestro” d. Luigi Polanga per allocare, in data ancora indefinita, un marmo commemorativo dei Caduti nella guerra ultima; un marmo “patriottico”. Defiggemmo  lo stemma Savoia dal castello e affiggemmo lo stemma rivoluzionario : martello, falce e corona di spighe; lo Slargo della Pace lo ri-denominammo simbolicamente con un cartello Piazza Lenin; ed in mezzo alla piazza appendemmo un ritratto di Lenin; sulla torre del castello la bandiera rossa andò a cancellare l’onta fatta alla torre stessa il 3 novembre 1918 quando vi sventolò il Tricolore. Una massa grande di compagni (4-500) gridò: Abbasso il tricolore! Tenni il comizio insieme a Oddino Morgari, a te ben noto, uno dei massimi dirigenti nazionali del Partito; le tre sezioni del Partito Folignate furono al completo, come i militanti della Lega proletaria dei Mutilati Feriti Invalidi e Reduci di guerra capeggiati da Chicchino Innamorati. Sul muro di cinta, appendemmo l’epigrafe marmorea commemorativa: la nostra, proletaria.

FB: Dissero che il testo lo scrivesti tu. Come suonava? 

FI : Lo composi così (mi mostra il foglio epigrafico):

Da su le Alpi ardue/ Annibale scosse l’impero di Roma/ e Napoleone/ la truce santa alleanza dei re;/ Da su le vette istesse,/ auspice il fato,/ il vostro inenarrabile martirio/ affrettò il crollo d’una iniqua società/ portante nel grembo la guerra,/ e,/ suscitando nei compagni proletari/ superstiti/ l’insofferenza d’ogni giogo,/ preparò nel tenebror delle tombe/ la primavera radiosa/ dei liberi e degli uguali/ La Lega proletaria/ Mutilati Feriti Invalidi Reduci di Guerra/ Q(uesto) R(icordo) P(ose). 

FB: Il tono non ti suonò retorico? Troppo appassionato? 

FI: Testo appassionato, certo, e retorico! Ma molto chiaro: il martirio dei proletari combattenti aveva affrettato il crollo di un sistema sociale iniquo (sottinteso: il capitalismo), un organismo che racchiudeva in sé le ragioni della guerra, e aveva suscitato nel proletariato l’insofferenza per ogni forma di dominio nel segno della libertà e dell’uguaglianza. C’era il succo di Zimmerwald sulla guerra. E poi si contrapponeva ai “Liberi e Forti” degli Struzziani, i “Liberi e Uguali” dei Socialisti!

FB: I clericali che dissero?

FI: I clericali criticarono aspramente il testo, non digerirono lo sguardo proletario, antibellicista, di critica totale all’assetto presente.

FB: Ritieni ci fosse dell’altro? 

FI: Non v’ha dubbio. Intuirono che la penna era stata la mia, del “socialista purissimo” come motteggiò il solito prete Faloci Pulignani; la penna di un anticlericale accesissimo, di un socialista e massone tra i più invisi e odiati, ma anche di uno che non aveva “fatto studi”, e, ciò nonostante, si permetteva di scrivere poesie, discettare di letteratura, di sociologia, di filosofia e, peggio ancora, di teologia e di storia delle religioni.

FB: La vostra irruzione ebbe strascichi politici e giudiziari sui quali non ti intrattengo anche se varrebbe la pena di riferirne per restituire a pieno il clima della lotta politica del momento. Mentre gli echi dello scontro erano tutt’altro che sopiti, si giunse al 5 settembre, ovvero al giorno nel quale doveva celebrarsi con la maggiore solennità possibile la deposizione del ricordo marmoreo voluto inizialmente, cioè nella passata primavera, dal Circolo degli Smobilitati, dalla parrocchia e dal Partito Popolare di don Sturzo (da voi chiamato partito Pipista). Ora appariva sulla scena Romolo Raschi, presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti. Se non ricordo male, il 5 settembre, era previsto che Gino Meschiari, deputato eletto nel 1919 per il blocco combattentistico, e Raschi presiedessero alla parte civile dell’evento commemorativo, preceduta da quella religiosa da tenersi nella parrocchiale di San Pietro. Voi dove stavate? Che faceste?

FI: È presto detto. Quando il corteo clerico-combattentistico, una “processione” formata dai musicanti del Concerto di Sant’Eraclio, da 35 donne, 30 uomini e un codazzo di ragazzi, uscì dalla chiesa per raggiungere la piazza della Pace (per noi, di Lenin) ebbe la sgradita sorpresa di trovare occupato il luogo dai reduci della Lega proletaria e dai socialisti. In questo frattempo Meschiari visto l’ambiente, constatata la figura barbina che faceva a causa dell’imprevidente Raschi, pensò bene di svignarsela e lasciare l’incauto ingegnere in mezzo alle piste, come si suol dire. Appena Raschi e un Tale che non conosco furono sul palco i compagni intonarono Bandiera Rossa e, solo per opera di alcuni, Raschi poté dichiarare che Meschiari, per non far succedere qualche cosa, aveva preferito andarsene. Saliti sul palco i compagni Teotecno Ambrogioni, Chicchino ed io medesimo, fra applausi fragorosi bollammo a fuoco i promotori, smascherando completamente la farsa pipista. Così fra il canto di Bandiera Rossa e grida di W il Socialismo, Abbasso la guerra, finì la pipista manifestazione tenuta a battesimo dall’Associazione, per modo di dire, dei Combattenti. 

FB: Andò proprio così?

FI: Beh vatti a rileggere il falociano “Corriere di Foligno”. Scrisse di “teppa rossa” la quale “esercitò la più sfacciata e brutale sopraffazione”; che i dirigenti della Camera del Lavoro di Foligno all’annunzio della “commemorazione patriottica” mobilitarono “dai contorni l’esercito rosso e da Bevagna, Cannara, Spello, Belfiore, Vescia ecc.”, e “accorsero turbe di furibondi col deliberato proposito di turbare la cerimonia”. Al di là del folcloristico polemismo clerico-pipista, si dové raccontare quello che t’ho appena detto: che Meschiari se la batté; che i Combattenti di Sant’Eraclio, ma erano quei di Foligno, “tennero testa coraggiosamente a quegli energumeni, salirono il palco preparato per gli oratori, e al suono del Concerto, scoprirono tra gli applausi del popolo la targa commemorativa, tra gli urli e i fischi degli scalmanati rossi che intonarono Bandiera Rossa”: dunque che i rossi non impedirono l’attuazione della cerimonia nazional-pipista. Che Raschi potè parlare, “deplorando il convegno ineducato degli avversari”, per giustificare il fuggitivo Meschiari e chiudere barbinamente la partita: ripeto, poté parlare. Solo dopo, “data l’eccitazione degli animi, poiché i socialisti con i pugni tesi, con bastoni alzati si erano avvicinati minacciosi al palco degli oratori, la cerimonia ebbe termine; i Reduci, i Combattenti, il Concerto e la maggior parte del popolo si allontanarono, e i bolscevichi capitanati dai maggiorenti della Camera del Lavoro, tennero un comizio con i soliti e ormai rancidi pistolotti”. Come vedi, il frasario è quello nazional-clerical-pipista, a versione addomesticata “pro domo” loro, ma la sostanza è quella che t’ho già raccontata.  

FB: In margine circolò una “poesia immonda, anonima e stampata alla macchia come sogliono fare i Socialisti”, un ”indegno parto poetico”, di un “poetastro da macchia”, di un “povero versaiolo” che probabilmente veniva “da Cucuruzzo o da quei paraggi”, una “chitarronata” insomma, scritta contro, pensate un po’, don Luigi Polanga, la “persona più benemerita” di Sant’Eraclio. Ne sai qualcosa?

FI : Mentre assumo la responsabilità dell’epigrafe “bolscevica” (!) del 30 maggio, nego ogni addebito circa l’ “immonda” versificazione.

FB: C’è un’allusione al “versaiolo da Cucuruzzo”. Eri/Sei tu?

FI: Ero e sono io. A tal proposito devo fare una premessa. Incazzato per l’irrisione oltraggiosa con la quale Faloci Pulignani riferì della mia/nostra epigrafe, il 24 luglio 1920 lo presi a schiaffi sulla pubblica via. Ne nacque, lo ricorderai, quella questione lunga e articolata che ha toccato tribunali e cardinali, con molti riflessi giornalistici. Nello schiaffo si cumulava un forte risentimento motivato non solo dalla pluridecennale, diuturna battaglia ideologico-culturale praticata dal prete contro di me, ma anche dal rincrudirsi della “guerra” falociana. Il monsignore, infatti, sin dal primo numero del nuovo “Corriere di Foligno” (26 ottobre 1919) mi aveva sbeffeggiato con un racconto d’appendice, diluito in più numeri, intitolato Il filosofo di Cucuruzzu. Storia di un uomo grande, in cui si narravano le gesta del filosofo Oronzo, alludente alla mia persona (Oronzo… lo stronzo, come si rimeggia alla folignata!), e alla mia saccente pochezza dispiegantesi sulle rive del torrentello Cucuruzzu che scorre a Belfiore. Di lì a poco, il (tutt’altro che) reverendo rincarava la dose con un durissimo attacco contro di me in quanto candidato alla Camera nelle Politiche del 16 novembre ’19. 

FB: Hai con te il testo dell’attacco? (Il Sor Fiore ha nella borsa un voluminoso fascio di fogli e ritagli e, dopo una breve cerca, ne tira fuori uno. E comincia a leggere.)

FI: Ecco, nella pretesca rassegna dei candidati al Parlamento, la perla che mi riguardava: “Viene per ultimo il concittadino Ferdinando Innamorati, nato a Belfiore, esponente purissimo del partito socialista, del quale ahimè è uno dei papaveri più alti. Non ha fatto studi (con ironia pesante ricorda la mia bocciatura subìta agli esami, sostenuti da privatista, per ottenere il diploma di “maestrucolo”). Autodidatta, con tutti i pregi e i difetti di chi si sente di esserlo. Datosi al commercio, non fu felice, non fu oculato, e, secondo alcuni, non fu sempre corretto”. Puntando sul concetto chiave di un Innamorati eterno fallito, Faloci Pulignani ricordava, quindi, la travagliata vicenda della mia (minuscola) azienda.

FB: Già; sarebbe opportuno raccontare detta vicenda per il periodico socialista cui invierò la nostra chiacchierata.

FI: In breve, questi i passaggi salienti: nel 1912, vi furono dichiarazioni formali di fallimento da parte del tribunale di Perugia (16 maggio) e una sentenza di condanna per bancarotta (11 novembre). Benché fosse terminato lo stato di fallimento (11 febbraio 1916) con l’omologazione del concordato al 15 per cento, nel novembre del 1919, il velenoso e allusivo prete affermava non risultare ancòra l’adempimento agli obblighi del detto concordato, e quindi la mia era la candidatura di un fallito. Come sai, la “bancarotta” era stato un fallimento semplice e i miei nemici, giacché avversari non si possono chiamare, furono costretti dai fatti a smentire se stessi e a scusarsi. 

FB: Il Diciannove non è stato un anno facile per te anche sul piano economico. Una lotta rivendicativa piuttosto dura ti mise alla prova quando i lavoratori occupati nelle cartiere della Valle del Menotre scesero in sciopero con decisione per ottenere l’adeguamento dei trattamenti economici e normativi all’accordo nazionale stipulato in Torino il 18 giugno dalla Commissione paritetica sindacale-imprenditoriale. Tu eri e sei un artigiano-imprenditore nel campo oleario e cartario: questa particolare condizione di classe come la vive un socialista come te?

FI: Il concordato nazionale era intervenuto dopo un lodo locale del maggio, di cui io ero stato organico sostenitore, con il quale i lavoratori avevano conseguito miglioramenti salariali compresi tra il 20 e il 30 per cento. Le ulteriori richieste avanzate nel luglio, a seguito della contrattazione nazionale, mettevano in seria difficoltà il padronato folignate. In quell’occasione, sentii pressante la contraddizione tra il mio stato economico-giuridico e la mia visione del mondo; per ciò, nell’impossibilità di accedere, in quanto artigiano-imprenditore, a richieste ulteriori di cui per altro non negavo la fondatezza, proposi agli operai di prendersi la cartiera e di gestirla in forma cooperativa. Usai, è vero, un termine un po’ singolare: parlai di un’offerta ai lavoratori, fatta “in omaggio” alle mie “idee socialiste”. Del resto, tutti sanno che il mio è un linguaggio “fiorito”. Non fu accettata, ma ritengo tuttora quella proposta l’unica praticabile nelle condizioni date.

Cari redattori di “La Lotta Socialista”, non essendo il Sor Fiore un lavoratore salariato, non gli è stato sempre facile navigare tra i marosi dello scontro di classe. Socialista dapprima intransigente poi sostanzialmente riformista (alla Turati), Innamorati vede nel Socialismo una “missione di rivendicazione sociale e di civiltà”, e una fase della storia nella quale il proletariato può dispiegare in modo consapevole la propria capacità di “gerire organismi economici e politici a base collettiva”, il “collettivismo” essendo per lui la meta da raggiungere attraverso alleanze democraticamente articolate nel tempo. Gradualisticamente.

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